I vecchi mestieri di una Padova che non c'è più

Dal giasaro all'arrotino, dal materassaio allo spazzacamino al campanaro. Lavori "de 'na volta" ormai estinti o quasi scomparsi dalla nostra quotidianità

Gino, arrotino di Stolvizza in Prato della Valle a Padova (foto: Aldo Tronci)

Non ci son dubbi che la modernità, con le sue tecnologie e le nuove scoperte, abbia reso la vita più facile e più comoda; ma è altrettanto vero che ha tolto molto del romanticismo di una volta e insieme anche irreparabilmente cancellato dalla nostra quotidianità personaggi, usi e costumi un tempo irrinunciabili. Ora non posso che sorridere dinnanzi all'incredulità, quasi sbigottimento, dei miei figli quando racconto loro di una vita che al giorno d'oggi appare quasi irreale, come fosse il frutto di una favola.

EL GIASARO. Pare loro impossibile, ad esempio, che d'estate, per tenere in fresco i cibi, le massaie dovessero far ricorso ad un tale che vendeva...il ghiaccio! Io ero bambino ma mi par di sentire ancora la sua voce che si annunciava da lontano, in via San Benedetto dove abitavamo, mentre in bici trainava un carretto sul quale stavano le lastre di ghiaccio raccolte di prima mattina nello stabilimento della Pilsen, in piazza Insurrezione. "Donne...el giasarooo!". Letteralmente comprando questi pezzi di ghiaccio era possibile conservare fino a sera burro, carne, e il venerdì il pesce. I miei ricordi relativamente al frigorifero risalgono alla metà circa degli anni Cinquanta, e naturalmente arricchivano all'inizio soltanto le case dei più abbienti.

L'ARROTINO. Ricordo che mi dissero partisse quasi tutte le mattine da Albignasego, escluse ovviamente la domenica e le giornate di pioggia. Ma non era il solo, perchè altri percorrevano chi le strade del centro e chi anche in periferia, arrivando da altri paesi della campagna. Tutti comunque in sella ad una particolare bicicletta munita di una pesante mola che, quando l'uomo si fermava in qualche piazzola, veniva azionata a pedali e serviva appunto per affilare coltelli e lame varie, sprizzando scintille tutt'intorno e con uno stridio non da poco. Sopra la ruota posteriore della bici c'era poi una cassetta dove l'arrotino sistemava tutti i suoi strumenti di lavoro, un vero e proprio laboratorio ambulante. Quello con l'arrotino era un appuntamento fisso, nel senso che ogni donna di casa sapeva benissimo in quale giorno sarebbe giunto in quella o quell'altra via, normalmente sempre di mattina.

IL MATERASSAIO. In genere erano due persone, il materassaio e il suo aiutante. Bisognava prenotarne l'intervento qualche giorno prima perchè il loro lavoro era lungo e abbastanza complesso, a seconda poi delle camere da letto di una casa. Noi abitavamo in una casa molto grande, a tre piani, e quindi il materassaio "soggiornava" da noi almeno tre giorni. La prima fase del lavoro consisteva nel disfacimento dei materassi che allora contenevano esclusivamente batuffoli di lana da stendere dapprima su grandi veli. Di qui tutta la lana veniva rifilata con una speciale macchina azionata a forza di braccia, e in questo modo riprendeva la sua originale freschezza. Esaurito questo lavoro, la lana veniva reinserita nelle tele a loro volte ricucite secondo ordinati spazi geometrici, ago e filo grosso alle mani, con abilità e velocità sorprendenti, il tutto ovviamente acquisito nel tempo.

LO SPAZZACAMINO. I miei nonni paterni abitavano in una grande villa padronale a Bagnoli di Sopra e nella grande cucina troneggiava ovviamente un grande camino che richiedeva una efficace pulitura una volta l'anno, normalmente all'inizio dell'estate. Di qui si rendeva necessario l'intervento di un artigiano esperto nella pulitura della canna fumaria, appunto lo spazzacamino.  Per fare questo mestiere si cominciava da giovanissimi, con ragazzi che dovevano essere e rimanere poi magri al fine di riuscire ad entrare agevolmente nella canna fumaria per pulirla. Nella tradizione popolare è sorto nel tempo un brano in voga ancora oggi per le numerose allusioni di natura sessuale che contiene. La canzone narra di uno spazzacamino che si aggira per le contrade in cerca di lavoro, e viene chiamato da una signorina affinché pulisca il camino della casa. Il testo della canzone è pieno di doppi sensi che culminano in un rapporto intimo tra la signorina e lo spazzacamino e termina recitando una strofa in cui si fa riferimento alla nascita di "un bel bambino che assomiglia tanto allo spazzacamino".

IL CAMPANARO. Una figura artigianale al giorno d'oggi sempre più rara, da quando cioè il suono delle campane viene riprodotto elettronicamente e le stesse campane vengono azionate meccanicamente. Mi dicono che qualche campanaro di vecchia tradizione esista ancora in certe parrocchie di campagna, dove è appunto incaricato di suonare le campane stando alla base del campanile e tirando e rilasciando una grossa corda ad intervalli ben determinati, per non dire codificati. Nei tempi antichi il campanaro era anche addetto alla cura e manutenzione degli orologi delle torri campanarie delle chiese. In ogni caso quella del campanaro è un'arte antichissima che si vuole conservare nella memoria, tant'è che dal 1960 in Italia si svolge ogni anno il raduno nazionale dei suonatori di campane in cui vengono tra l'altro mostrate le varie tecniche di suono delle varie regioni del Bel Paese.

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