Padova da Vivere

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La storia di Bartolomeo Cristofori, l'ideatore dell'antenato del pianoforte

Nacque a Padova il 4 maggio 1655, da Francesco e Laura, come risulta dall'atto di battesimo (6 maggio del 1655) conservato nei registri della parrocchia di S. Luca; padrini furono Camillo Chinoni e "Pani Lina serva della signora Laura Papafafa", famiglia padovana con cui il C. dovette mantenere fino alla morte rapporti amichevoli, se il nome di Roberto Papafava figura nel secondo testamento del C. (cfr. L. Puliti, p. 132). L'esatta grafia del cognome "Cristofori" è stata stabilita una volta per tutte in base all'autografo che compare in calce all'inventario della collezione di strumenti medicei, nel 1716 (conservato negli archivi della corte granducale dei Medici: incartamento n. 120, 2); d'altra parte già nell'atto di battesimo del fratello dei C. Pietro Filippo, nato a Padova il 26 maggio 1657. troviamo la dizione "Christofori", per cui tutte le altre versioni (Christofani, Cristofali, ecc.) sono da considerarsi corruzioni dialettali. Della sua vita padovana non si hanno finora notizie: non si è localizzata la casa in cui nacque, né la bottega dove svolgeva la sua attività di cembalaro. Tuttavia doveva ben presto aver raggiunto una grande notorietà in questo campo, almeno nella sua città natale, se il principe Ferdinando de' Medici, grande mecenate, umanista e ottimo clavicembalista, figlio dell'allora granduca di Toscana Cosimo III, conosciuto il C. in occasione del suo viaggio nell'Italia settentrionale nel carnevale dell'anno 1688 (1687 ab incarnatione), lovolle al suo servizio a Firenze come cembalaro di corte. Non conosciamo la data precisa in cui il C. si trasferì a Firenze, ma dovette essere nello stesso anno 1688 o in un periodo di poco successivo: secondo la testimonianza del Puliti, il nome del C. non compare che una sola volta nella corrispondenza medicea, e precisamente in una lettera del 30 maggio 1693 con cui Roberto Papafava rispondeva ad una precedente missiva scritta dallo stesso C. in nome del principe, per l'ingaggio della cantante Laura Spada (Puliti, n. IV allegato A).

Non sappiamo con certezza quale fu il suo primo domicilio fiorentino; presumibilmente nei pressi degli Uffizi dove si trovavano le numerose officine medicee e dove, con molta probabilità, anche il C. dovette avere la sua bottega. In seguito, negli ultimi anni della sua vita, ebbe casa dapprima in canto degli Alberti nel popolo di San Remigio, poi nel popolo di San Iacopo tra Fossi: ancora una volta dunque in prossimità degli Uffizi. Al periodo fiorentino della vita del C. risale inoltre l'unico suo ritratto che ci sia stato tramandato; scoperto dallo Schünemann nel 1934 e acquistato dal Museo di strumenti musicali di Berlino, questo dipinto è andato distrutto nell'ultima guerra mondiale e oggigiorno ne restano solo alcune riproduzioni. Si tratta di un quadro di scuola fiorentina, databile intorno al 1726 e siglato da un pittore tuttora ignoto; il C. vi è ritratto in piedi, accanto ad uno strumento a tastiera. Nella mano ha un foglio con lo schema della meccanica a martello e la scritta "Bartholomaeus Cristof", mentre sullo sfondo, attraverso una finestra, si intravede la città di Firenze.

Entrato dunque il C. al servizio dei Medici come cembalaro di corte, la sua attività fiorentina è testimoniata fin dal 1690, secondo quanto afferma Brunelli Bonetti: "... nell'Archivio mediceo c'è un conto datato del 12 agosto [1690] per trasporto di cembali a Pitti e a Pratolino ... e al 15 d'agosto dello stesso anno è annotata la somma di lire 1.036 data al Cristofori per aver costruito una spinetta" (cfr. B. C. inventore del pianoforte, p. 30). Dalle fatture degli anni seguenti, una delle quali - del 1692 - comprovante il pagamento di 597 lire per un cembalo di cipresso, apprendiamo come il C. fosse anche costruttore di organi, mentre il pregevole contrabasso conservato al Museo Cherubini di Firenze è una testimonianza della sua abilità come liutaio. là naturale pertanto che un ingegno così versatile, sorretto dal costante incoraggiamento di un grande mecenate come Ferdinando de' Medici, abbia concepito la possibilità di creare un nuovo strumento apportando alcune sostanziali modifiche alla meccanica del clavicembalo: trasformandolo cioè da uno strumento con corde pizzicate a strumento con corde percosse.

Le ragioni, di ordine estetico-interpretativo, che portarono alla realizzazione di un nuovo strumento a tastiera, sono ben espresse da un brano estratto da una "memoria" di G. M. Casini e citato da M. Fabbri (cfr. Chigiana, p. 165): "render su gli strumenti il parlar del cuore, ora con delicato tocco d'angelo, ora con violenta irruzzione [sic] di passioni", avendo il Casini, come altri musicisti dell'epoca (Scarlatti, Sammartini, ecc.), notato come "il cembalo non completi tutto l'esprimere di sentimento umano". Nello stesso articolo il Fabbri ha inoltre individuato, in base ai documenti da lui studiati, l'arco di tempo in cui il C. portò a termine la sua prima creazione: dal 1698 (cominciò infatti "du' anni prima del Giubileo" del 1700, dice il Mannucci nella sua "memoria" del 16 febbr. 1711 citata dal Fabbri) al 1700, data dell'inventario della collezione di strumenti medicei in cui è descritto per la prima volta "Un Arpicimbalo di Bartolomeo Cristofori, di nuova inventione, che fà il piano e il forte", cioè il primo pianoforte. Di questo prototipo non abbiamo altro che la descrizione peraltro abbastanza particolareggiata, contenuta nell'inventario mediceo prima ricordato, mentre per i successivi tre esemplari di "Gravecembalo col piano e forte" argomento del famosissimo articolo pubblicato nel 17 11 da Scipione Maffei nel Giornale dei letterati d'Italia, abbiamo non soltanto la descrizione molto accurata ma anche un disegno-schema della meccanica, che il grande letterato italiano aveva potuto esaminare a fondo in occasione della sua visita a Firenze nel 1709, cioè due anni prima della pubblicazione del suo articolo (rist. da Maffei in Rime e prose, Venezia 17 19). Nel suo insieme, ne emerge l'idea di uno strumento dalla fisionomia ben definita, pur presentando ancora dei caratteri piuttosto sperimentali, che troveranno in seguito il loro assetto definitivo nei tre esemplari più tardi (1720, '22, '26) tuttora conservati. In sintesi lo schema del Maffei mostra il tasto e la leva intermedia, che porta su una estremità lo smorzo (che agisce al di sotto della corda) e sull'altro la linguetta mobile (spingitore), la cui pressione sul punto d'attacco del martello fa si che quest'ultimo percuota la corda. L'istantaneo ritorno in posizione di riposo da parte dello spingitore è assicurato da un sistema di molle di ottone, ciò che prova la genialità del C. nell'aver inventato il cosidetto "scappamento". I maggiori difetti di questi primi esemplari, successivamente corretti nei modelli posteriori, erano: le corde passanti al di sotto del pancone, con conseguente difficoltà nell'applicarle, e la mancanza di un accorgimento per frenare e regolare la ricaduta del martello.

Se confrontiamo il disegno del Maffei con quelli che il Puliti e il Ponsicchi realizzarono esaminando la meccanica del pianoforte del 1720, già appartenuto alla fiorentina signora Emesta Mocenni Martelli ed ora conservato al Metropolitan Museum di New York (per donazione di Mrs. J. Crosby Brown), possiamo constatare come il C. avesse ormai ben risolto le difficoltà cui abbiamo accennato: oltre ad aver capovolto il funzionamento degli smorzi, che qui agiscono dall'alto in basso rispetto alla corda, la vera novità era costituita sia dalle corde passanti al di sopra del pancone, sia soprattutto dalla presenza di un paramartello per frenarne la ricaduta, e di una para-linguetta, per regolare la ricaduta dello spingitore. In questo strumento del 1720 (attualmente piuttosto alterato rispetto al suo assetto originale, a causa dei molti e discutibili restauri a cui venne sottoposto) vi sarebbero altre più dettagliate modifiche da sottolineare, per le quali crediamo opportuno rimandare ai più ampi studi dei Puliti e del Ponsicchi. Riteniamo invece doveroso sottolineare un altro merito del C., quello cioè di aver dotato almeno alcuni dei suoi nuovi strumenti di un congegno a mano, che è all'origine del pedale sinistro dell'attuale pianoforte. Ci riferiamo ad una caratteristica, presente sia nello strumento di Lipsia del 1726, sia in quello di Roma del 1722, grazie alla quale uno dei due blocchetti di legno ai lati della tastiera dotati di un pirolo ciascuno, e precisamente il sinistro, è estraibile; una volta estratto, facendo leva sul blocchetto di destra, la tastiera e tutta la martelliera scorrono di circa mezzo centimetro verso sinistra permettendo così ai martelli di percuotere una sola delle due corde unisone di cui è dotato lo strumento per ogni nota, in modo tale da ottenere una sonorità smorzata: il cosidetto effetto "una corda", assai spesso indicato nella letteratura pianistica fin dai primi dell'800.

Il primo a sottolineare questo merito del C. fu A. Kraus jr., nella sua comunicazione al Congresso internazionale di musica di Roma del 1911. Dal canto nostro vorremmo avanzare l'ipotesi che tale congegno fosse già presente nel primo "Arpicimbalo", in quanto un passo della sua descrizione nell'inventario mediceo del 1700 dice che lo strumento era dotato di una "... tastatura di bossolo et ebano..., con due sodi laterali neri che uno da levare e porre con due palline nere sopra...". Si tratterebbe cioè della esatta descrizione dei due blocchetti presenti nei due esemplari di Lipsia e Roma, anche se nell'inventario suddetto non si fa allusione alla loro funzione specifica.

Il C. era dunque nel pieno della sua attività quando, con la morte di Ferdinando avvenuta il 30 ott. 1711, gli venne a mancare l'appoggio del mecenate. Rimase tuttavia al servizio dei Medici in qualità di "Strumentaio", e a questo proposito bisogna sfatare l'assurdo luogo comune tuttora ricorrente perfino negli studi più seri e recenti, secondo cui il C., affranto e intristito dalla morte del suo protettore, si sarebbe dedicato a una attività di ripiego come "umile" custode degli strumenti appartenuti a Ferdinando, continuando a costruire solo cembali su ordinazione. Certamente la grande personalità di Ferdinando non poté in alcun modo essere sostituita dal mediocre Cosimo III, suo padre, ma basterà considerare alcuni documenti giunti fino a noi, che ci rivelano un C. in piena attività fino nei suoi ultimi anni di vita. Da un lato l'inventario della collezione medicea di strumenti, datato 1732, che testimonia come la raccolta sotto le cure del C. (forse anche incoraggiato da Gian Gastone de' Medici) si fosse accresciuta numericamente dai 116 esemplari del 1700 ai 173 del 1732 (M. Fabbri, introd. al Catalogo della mostra di strumenti medicei, pp. 23 s.). Dall'altro lato i tre pianoforti giunti fino a noi, tutti e tre posteriori alla data di morte di Ferdinando: quello del 1720 cui abbiamo già accennato; quello del 1722, già appartenuto a Benedetto Marcello, poi al fratello Alessandro, che lo lasciò in eredità alla cugina contessa Lucia Cittadella Rapti, quindi pervenuto ai conti Giusti di Padova ed ora conservato nel Museo degli strumenti musicali di Roma; infine quello del 1726, facente parte della collezione fiorentina del barone Kraus e di suo figlio Alessandro, esposto insieme a quello del 1720 nella mostra di Parigi del 1878, ed ora conservato a Lipsia. I tre strumenti sono firmati con la scritta: "Bartholomaeus de' Christophoris Patavinus inventor faciebat Florentiae...", cui segue la data a numeri romani. Degli altri strumenti del C. giunti fino a noi. diamo più avanti un elenco dettagliato.

Il C. morì a Firenze il 27 genn. 1732 secondo il calendario moderno; nell'atto di morte che figura nel registro dei morti della chiesa di S. Iacopo tra' Fossi (abbattuta nel 1847), si legge invece "1731" perché ci si riferisce al calendario di stile fiorentino in, uso fino al 1750 circa (M. Fabbri, A. Scarlatti..., p. 37 n. 53).

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