Arrestato il referente della 'ndrangheta in Veneto: abitava nell'Alta Padovana

L'operazione della guardia di finanza di Crotone, coordinata dal procuratore Nicola Grattieri, ha sgominato la 'ndrina dei Mannolo che operava anche a Nord Est. In manette 35 persone, tra cui Domenico Basile "referente dell'associazione a Padova, Treviso e Vicenza"

Uno degli arresti nell'ambito dell'operazione "Malapianta"

In Veneto le lunghe radici della "pianta" maligna di una 'ndrina di Cutro in provincia di Crotone, secondo gli investigatori, hanno un nome: Domenico Basile. Il 59enne, residente a Gazzo Padovano, è stato arrestato mercoledì dalla guardia di finanza nell'ambito dell'operazione "Malapianta", condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e che ha portato in carcere 35 persone che operavano quasi tutte in Calabria. A parte lui.

"Referente a Padova, Treviso e Vicenza"

Da quello che si legge nell'ordinanza della procura - e come riporta VicenzaToday - Basile era infatti "il referente dell'associazione nella zona di Padova, Treviso e Vicenza". Anche nel Vicentino, infatti, l'uomo avrebbe svolto il ruolo di "esattore" per conto della potente cosca Mannolo. Sarebbero almeno due le vittime per ora accertate in Veneto: un imprenditore dell’Alta Padovana e uno di Altavilla Vicentina. A loro Basile avrebbe prestato una grossa cifra con un tasso di interesse da usura, arrivando a minacciarli assieme alle loro famiglie quando ritardavano nei pagamenti.

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L'inchiesta

L’inchiesta condotta dalla guardia di finanza coordinata dal procuratore della repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri (minacciato di morte dalla cosca, come risulta dalle intercettazioni) ha svelato un quadro ben preciso di come operava la mafia anche a nord-est. Da quanto risulta dalle indagini Basile non si faceva mancare niente nonostante risultasse disoccupato dopo aver gestito per anni un locale (il Crazy Bull) a Torri di Quartesolo. Abiti firmati, bolide da migliaia di euro e villa con piscina e idromassaggio. Una vita circondata dal lusso i cui proventi, secondo gli investigatori, derivano dall’attività di “esattore” condotta per conto dei Mannolo attraverso minacce – mostrando una scacciacani del tutto uguale a una pistola vera e con ripetuti messaggi minatori - alle vittime e alle loro famiglie e ricatti per riavere i soldi prestati gravati in maniera pesante dagli interessi.

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