Scacco alla cupola della droga: un barista gestiva il giro milionario con i bitcoin

Cento chili di droga purissima, 200mila euro in contanti, un sistema sofisticato per gestire i traffici: è il bilancio dell'operazione "Bitcoin" che ha portato all'arresto di nove persone

I panetti di droga purissima sequestrati

Nove persone sono finite in arresto grazie alla maxi operazione "Bitcoin" condotta dalla questura di Padova. Un traffico illecito 2.0, con l'utilizzo di tecnologie sofisticatissime e gestito dal titolare di un locale del centro storico con un traffico di droga proveniente dall'estero e sostanze tra le più potenti mai sequestrate nel capoluogo euganeo.

Le indagini

Le indagini sono partite un anno e mezzo fa grazie al lavoro della sezione antidroga della squadra mobile, che ha isolato un giro di spaccio di alto livello con forniture provenineti dall'estero e da altre province italiane. Un giro di soldi esorbitante, organizzato con vendite via deep web, l'immenso mondo del "web sommerso" che non compare sui classici motori di ricerca. Le transazioni avvenivano in bitcoin, un criptovaluta che si usa online. Un'indagine minuziosa, con agenti sotto copertura, intercettazioni e pedinamenti durati mesi, che hanno coinvolto anche reparti specializzati nei crimini informatici.

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Gli arresti

Fulcro dell'organizzazione era Emanuele Lovato, titolare del bar Alexander di via San Francesco, 35enne veronese ma da anni residente a Padova che ospitava in casa sua e della compagna-complice Marianna Zoia, 37enne, un fitta schiera di sottoposti, molti dei quali pregiudicati. Tra loro il suo braccio destro Marte Deniz Akyil (29), Raul Buta (30), Omar Abo Raia (24). Dopo aver intercettato un pacco carico di droga ordinata online, per mesi lo hanno tenuto sotto stretta sorveglianza sul posto di lavoro e nella sua abitazione prima in via Lepanto e poi in via Mentana, dove è documentato un fitto viavai di clienti e fornitori. Quattrocento quelli controllati dalla polizia a campione, per verificare che i voluminosi pacchi recapitati con cadenza quotidiana contenessero davvero merce illegale. A più riprese gli agenti hanno sequestrato partite di droga, fino alla svolta del 9 ottobre. Alle prime luci dell'alba sono state eseguite tutte le misure di custodia richieste dal giudice in varie province: sono finite in arresto nove persone, cinque arrestate in flagranza di reato. In collaborazione con i colleghi di Milano, Treviso, Vicenza e Torino sono state eseguite anche sedici perquisizioni che hanno fatto recuperare altri 20 chili di droga e 5mila euro in contanti. In manette sono finiti anche Francesco Di Maria (20) e Lorenzo Dal Fabbro (27).

I sequestri

In totale sono stati seuqestrati più di 100 chili di stupefacente. 25 di hashish, 75 di marijuana e 200 grammi di cocaina, oltre a funghi allucinogeni, pasta di oppio, biscotti alla canapa, agli strumenti di confezionamento e a 205mila euro in contanti. Si tratta di sostanze con un principio attivo oltre tre volte superiore alla media, da cui si stima si potessero ricavare circa 300mila dosi. Molti degli indagati erano insospettabili: tra loro Claudio Andrea e Andrea Alessandro La Rosa, padre e figlio milanesi con impieghi di rilievo ma anche veri e propri fornitori della cupola criminale padovana che inviavano plichi da quasi 30 chili per volta. Nella loro abitazione c'erano i 205mila euro.

Gli infiltrati

L'organizzazione patavina acquistava la merce nel deep web, come veri hacker informatici, facendosela recapitare via posta o tramite corrieri per poi rivenderla. I pagamenti avvenivano in bitcoin e gli agenti sotto copertura si sono infiltrati nelle compravendite riuscendo ad acquistare delle partite di droga e avendo la conferma del tipo di traffici messo in piedi dal barista. Lovato è anche accusato di autoriciclaggio, perché ha reinvestito i proventi dello spaccio in ulteriori bitcoin, il cui valore complessivo è ancora in fase di stima. Solo per questo reato rischia fino a 10 anni di carcere.

Messaggi autodistruggenti e uscieri

La merce era nascosta nella sua abitazione, all'interno di mobili abilmente modificati, tra cui un appendiabiti da parete con un doppio fondo, a cui si accedeva con una particolare chiave nascosta in uno dei pomelli. Un'organizzazione estremamente accurata, celata anche dai frequenti cambi di residenza e dall'alto tenore di vita dell'uomo. Sono state sequestrate anche due chiavette usb tocken che servono per accedere al conto virtuale. L'organizzazione si serviva di chat criptate che si autodistruggevano pochi secondi dopo aver ricevuto i messaggi dai clienti, in modo da non lasciare tracce delle contrattazioni. Erano anche impiegati dei veri e propri uscieri con il compito di accogliere clienti e fornitori, pagati circa 100 euro a giornata.

I commenti dalla questura

«La possiamo definire "operazione 2.0" - afferma il dirigente della squadra mobile Mauro Carisdeo - perchè anche la polizia si è dovuta commisurare ai tempi moderni, in cui anche le tecniche di spaccio evolvono. Quando ci siamo infiltrati nel deep web a farci insospettire è stata l'intercettazione di un pacco consegnato a Padova e inviato dall'abitazione del gestore del bar, lì abbiamo trovato il bandolo della matassa». Si è trattato della prima operazione del genere a Padova, come sottolinea il questore Paolo Fassari: «La droga ha un livello di principio attivo altissimo, il più alto mai sequestrato in città ed è uno dei primissimi casi in cui sono servite tecnologie tanto accurate. Un plauso a tutti i colleghi, che in silenzio e con devozione hanno raggiunto questo risultato eccellente».

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