Caso Catapano: carcere, domiciliari e obbligo di firma per 40

Tante le persone destinatarie di ordinanze di misure cautelari emesse dal gip del tribunale di Padova ed eseguite stamane dai finanzieri di Napoli. Nel mirino le presunte attività illecite di bancarotta fraudolenta del gruppo Catapano

I finanzieri di Napoli durante il blitz di stamattina

Sono ben 40 le persone destinatarie di “ordinanza di applicazione di misure cautelari” emessa dal gip del tribunale di Padova ed eseguita nelle prime ore di questa mattina dai finanzieri del comando provinciale di Napoli nell'ambito del caso Catapano.

IL GRUPPO CATAPANO. 9 i soggetti napoletani destinatari della custodia in carcere, altri 13 soggetti sono finiti agli arresti domiciliari e per altri 18 è scattato l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Nel mirino l'attività del “Gruppo Catapano”, con sedi a Milano e Napoli, costituito da una serie di società operanti nei settori della finanza, consulenza aziendale, editoria, compravendite immobiliari e merchant banking.



LE SOCIETÀ ESTERE E LE FINTE ONLUS COLLEGATE. Dalle attività di indagine è emerso che le imprese italiane erano a loro volta collegate a due società di diritto anglosassone: “Victoria bank ltd” e “Telegraph road ltd”, entrambe aventi sede in un box office situato in un ufficio postale di un villaggio della contea sud-orientale di Surrey, risultate essere delle semplici società di domiciliazione, inattive, prive di qualsiasi struttura organizzativa e non autorizzate a svolgere attività bancaria o finanziaria né in Italia né nel Regno Unito. Le imprese italiane erano inoltre collegate a due associazioni non riconosciute, dichiarate al fisco come onlus senza averne titolo giuridico, denominate “Iec (Istituto europeo commerciale)” con sede a Napoli, e “Ope (osservatorio parlamentare europeo)”, con sedi a Napoli, Roma e Bruxelles.

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IL MECCANISMO FRAUDOLENTO. Secondo quanto riscontrato dagli inquirenti, la famiglia Catapano, in associazione con altre persone riconducibili ai clan camorristici “Gionta” di Torre Annunziata e “La Torre” di Mondragone, offriva una sorta di “prestazione di servizio” a titolari ed amministratori di società in difficoltà finanziaria o sull’orlo del fallimento. Le aiutava quindi nel rapido svuotamento dell’attivo patrimoniale (costituito perlopiù da beni mobili, valori, terreni edificabili e crediti), fatto confluire in società, soprattutto estere, create ad hoc. Oppure interveniva nella cessione dell’azienda ormai svuotata (con i debiti verso fornitori e verso l’erario) a società non operative, aventi sedi fittizie e rappresentate da prestanomi, vanificando, in tal modo, sia le pretese dei creditori sia la procedura di riscossione coattiva delle imposte iscritte a ruolo in capo all’azienda debitrice, per importi anche considerevoli. Infine forniva il servizio di distruzione della documentazione amministrativo-contabile della società, rendendone impossibile la ricostruzione del volume d’affari.

L’associazione a delinquere operava attraverso l’elaborazione di un “piano di ristrutturazione” che consentiva di separare le “attività” dalle “passività”. Le attività venivano fatte confluire, attraverso fittizie cessioni di quote, fitti di rami d'azienda e costituzioni di società di diritto anglosassone o di appositi gruppi economici di interesse europeo in altre società (“good company”) spesso con sede all’estero. Invece le passività (debiti verso erario e verso fornitori) venivano lasciate nelle stesse società (“bad company”) poi intestate, poco prima del fallimento, a prestanomi pregiudicati e nullatenenti, reclutati nelle aree di influenza dei clan camorristici.

I SOLDI. Complessivamente, a termine delle attività investigative sono stati accertati 18 episodi di bancarotta fraudolenta e 13 di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, avvenuti nel periodo luglio 2009–luglio 2011, per un totale di 146 persone a vario titolo coinvolte. Sono state ricostruite anche distrazioni patrimoniali per un ammontare di 9,5 milioni di euro, sottrazioni di imposte al fisco per 5,5 milioni di euro, nonché i proventi conseguiti dall’organizzazione, a fronte del “servizio” reso per un importo di oltre 24 milioni di euro. Tali compensi, giustificati formalmente come prestiti partecipativi o quali corrispettivi per consulenze ed intermediazioni finanziarie, venivano poi dirottati verso le due società inglesi.

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