FIP Industriale spa di Selvazzano chiude i battenti

Sottoscritto accordo che prevede il licenziamento a seguito della chiusura definitiva del ramo edile di 78 lavoratori, dei quali 51 afferenti alla divisione edile e 27 relativi agli uffici cosiddetti di staff, con il riconoscimento di un incentivo all’esodo

Il decreto governativo cosiddetto “Genova” del settembre 2018, permette il ricorso alla Cassa Integrazione Straordinaria anche in caso di cessazione di attività da parte dell’impresa. E' quello che hanno ottenuto i sindacati insistendo per ottenere la sospensione dei licenziamenti e della programmata cessazione del ramo edile, affinché gli esuberi potessero essere in parte o del tutto assorbiti e il capitale di professionalità rappresentato dall’insieme dei lavoratori potesse essere valorizzato mediante un’acquisizione, da parte di terzi, dei cantieri o del ramo d’impresa.

Fip

L’11 giugno scorso, la FIP Industriale ha aperto quindi una procedura di mobilità per 84 dipendenti sui 95 in forza. Il serrato confronto fra i sindacati e l’azienda, durato per settimane e finito sul tavolo istituito presso la Direzione Lavoro della Regione Veneto, si è oggi concluso con la sottoscrizione di un accordo che prevede il licenziamento a seguito della chiusura definitiva del ramo edile di 78 lavoratori, dei quali 51 afferenti alla divisione edile e 27 relativi agli uffici cosiddetti di staff, con il riconoscimento di un incentivo all’esodo nei loro confronti.

Trattativa

«Nonostante al termine di questa trattativa si sia raggiunto un accordo, rimane l’amarezza - spiegano Giulia Sanavio e Dario Verdicchio della Cgil - per aver dovuto assistere alla fine di un'impresa così importante. Una conclusione non all'altezza della storia di Fip industriale. Non sarà certo un incentivo all’esodo a compensare ciascun lavoratore licenziato della perdita del posto di lavoro, che sia questo un cittadino veneto o calabrese, edile o metalmeccanico, impiegato od operaio. Per il capitale rappresentato dalla loro professionalità costruita in decenni di appassionato lavoro, oggi a perdere non sono solo questi lavoratori, ma un territorio che si vede privato di un’eccellenza e un Paese a cui viene a mancare l’ennesimo player per lo sviluppo del sistema infrastrutturale, premessa indispensabile per la competizione della nostra economia nel mondo globalizzato. Si resta infine delusi e sconcertati per aver assistito, ancora una volta, all’impossibilità di vedere preservata un’impresa, un bene comune secondo il dettato costituzionale, in una procedura di concordato. Procedura alla quale troppe aziende del settore delle costruzioni sono state e continuano ad essere costrette a ricorrere, per evitare il fallimento e le ancora più pesanti ricadute sull’indotto dei fornitori. Insomma, se si vuole far ripartire il Paese bisogna ripartire dai lavoratori, dalla loro valorizzazione, dalla loro tutela. E rivedere una legislazione che appare sempre più inadeguata a perseguire interessi generali, piegata com'è a favorire solo gli interessi di pochi».

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