Quel furto di droga e il suicidio inspiegabile, un giallo che dura da 14 anni

Nel 2004 Luciano Tedeschi si tolse la vita dopo il furto di 54 kg di droga dal laboratorio di Medicina Legale. Il ricordo delle figlie: "Nostro padre dimenticato da tutti"

La vita di Luciano Tedeschi cambia radicalmente il 17 marzo del 2004. Quel giorno, da una stanza blindata dell’istituto di medicina legale, spariscono 55 kg di stupefacenti. Per lo più cocaina ed eroina. Luciano Tedeschi era primo dirigente chimico di Tossicologia di Medicina Legale. Precisiamo subito che per il fatto non fu neppure indagato Tedeschi e la sua integrità non è mai stata messa in discussione.

Una vita tranquilla

Una vita tranquilla, dedita al lavoro, alla famiglia e agli amici. Cinquantanovenne, era a un passo dalla pensione. Un mese dopo, mercoledì 22 aprile del 2004, si getta dal terzo piano del suo appartamento dove vive con la moglie a San Bellino. Muore così, a cinquantanove anni. Lascia due figlie: Gianpaola e Lucia. All’epoca avevano ventotto e trent’anni.

Il furto di droga

Gianpaola è la figlia che ha seguito le sue orme: “Io ero là quando è successo. A medicina legale intendo, perché mi ero laureata l’anno precedente e stavo facendo uno stage. Poco tempo dopo infatti ho cominciato a lavorare a Treviso. Un'esperienza di pochi mesi. Sono chimica anch’io. Quel giorno, quando c’è stato il furto, eravamo tutti a un corso sulla qualità. C'eravamo tutti dal laboratorio. Tecnici, chimici… tutti in una stanza a fare un corso. Da quel momento in poi è però è cambiato tutto. Si è creata una tensione e uno stress fortissimi, nell’ambiente lavorativo intendo dire, che è diventato pesantissimo. Che lui, mio padre, non ha saputo sopportare. Come si può immaginare c’erano pressioni di ogni tipo, perché è indubbio che il caso suscitasse clamore. Oggi non sarebbe più possibile un fatto del genere, proprio perché i protocolli sono stati rinforzati dopo quell’episodio”.

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Il laboratorio

Il laboratorio dove le sostanze venivano analizzate “è stato fondato da mio padre. Era tenente colonnello dell’aeronautica, prima. Con l’istituto collaborava soltanto all’inizio, ma era un’attività che lo appassionava tantissimo. Per questo ha scelto di lasciare la carriera militare per entrare a pieno regime a medicina legale. Il laboratorio di tossicologia l’ha creato lui. Era una sua creatura. Le varie certificazioni di qualità, gli accreditamenti che lo hanno fatto crescere, sono certamente frutto del lavoro suo e della sua equipe”. C’entrava poco col caveau dove venivano tenuti gli stupefacenti. “Anche se non aveva le responsabilità, ufficialmente, le sentiva comunque. Era un uomo che arrivava da una carriera militare, lo aveva formato come un capitano, uno pronto a difendere fino all’ultimo ciò che aveva costruito. Ci ha lavorato tanto in quel laboratorio. Gli piaceva quello che faceva, era sempre alla ricerca di qualcosa da scoprire, era questo che lo appassionava più di tutto”.

Tedeschi, come cancellato

Lucia invece è avvocato. “Papà avrebbe dovuto essere ricordato per quel che aveva fatto nella sua attività. Invece è come sparito. Come non fosse mai esistito. Io non voglio fare l’elenco dei risultati che ha ottenuto col suo lavoro, non lo faceva lui e non lo farò certo io. Non dico una sala ma neppure una commemorazione c’è mai stata. Io capisco che quella è una storia che tutti vogliono dimenticare ed è pure comprensibile. Una pagina brutta che rievocare fa solo riemergere dolori e imbarazzi. Ma mio padre non può essere solo quella cosa lì, non può essere solo un nome che riconduce semplicemente a quel fatto lì”. E’ la terza volta che Lucia chiede d’accendere: “Papà era un incallito fumatore. La nostra era una famiglia unita. Lui amava mia madre e lei ama ancora lui. Ancora oggi”. Inevitabile chiedere come sta la signora: “Lei aveva un forte ascendente su di lui, in quei giorni spesso ci comunicò la sua preoccupazione. Lo vedeva nervoso, quasi assente. Non riusciva a scuoterlo, questo ci aveva detto”. Ma perché tuo padre stava così male? Parlando con alcuni che lo hanno conosciuto, magari nei corridoi del tribunale quando andava a consegnare le perizie, lo ricordano come un uomo molto autorevole, dotato di una grande pazienza e disponibilità oltre che professionalità. “Bisogna rendersi conto che quell’evento, quel furto di cocaina, eroina e marjiuana, rappresentava per mio padre anche la preoccupazione di sapere che sostanze, che neppure erano state ancora analizzate, fossero tornate di nuovo sul mercato illecito, rischiavano di far saltare indagini di mesi, processi, col rischio di vedere scarcerate persone dedite al traffico di stupefacenti”.  

L'interrogazione parlamentare

Degli stupefacenti, della sparizione, non si è mai venuti a capo. La vicenda finì anche a Montecitorio, dove a fronte di una interrogazione dell’allora onorevole dei Verdi, Luana Zanella, il sottosegretario all’interno del tempo, Alfredo Mantovano, rispose precisando, tra le altre cose, l’esatta portata del furto: "Circa chilogrammi 49 di eroina: 5,8 di cocaina, 1,8 di hashish e grammi 61 di marijuana". Tra i tanti fatti contraddittori di quel colpo emerse nella risposta di Mantovano che coloro che si erano introdotti nella camera blindata non erano neppure riusciti a portare via tutto il materiale stupefacente che c’era e che lì però non avrebbe dovuto stare. Nel reparto di tossicologia di medicina legale, non avrebbero però dovuto esserci nulla più che dei campioni da analizzare, non quantitativi così importanti.

La moglie

Anche questo emerse in quella seduta. “Mia madre rimase molto male quando il professor Santo Davide Ferrara che era il responsabile del reparto e quindi, oltre che il diretto superiore anche un uomo che mio padre lo conosceva benissimo, fece riportare da un collaboratore, in una intervista pochi giorni dopo la morte di mio padre, che quel gesto lo aveva fatto per situazioni di tipo famigliare, per problemi di natura privata. Per mia madre questa è una ferita quanto il fatto che nessuno lo abbia mai voluto ricordare. E poi c’è un paradosso, oltre al dolore che certe cose provocano. Si afferma che non si è ucciso per la situazione che si era creata al lavoro, quindi qual è il motivo per cui si è scelto di non nominarlo mai, neppure per caso? Non è certo mio padre che ha messo in cattiva in luce uno dei fiori all’occhiello del policlinico universitario, lui ha fatto esattamente l’opposto e per questo è morto”. 

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