Lavoro "nero", clandestini in ditta agricola: sequestrata, 2 indagati

Nel mirino un'azienda ortofrutticola del Piovese, da anni nel settore della coltivazione, raccolta e confezionamento. Le accuse: sfruttamento, occupazione illegale di manodopera, immigrazione clandestina

Il blitz dei carabinieri nell'azienda agricola

Sfruttamento del lavoro, immigrazione clandestina e occupazione illegale di manodopera. Sono questi i reati contestati nell'ambito di un'operazione che ha portato al sequestro di una azienda agricola del Piovese.

SEQUESTRO. Nella mattinata di martedì, i carabinieri del comando provinciale di Padova, con la collaborazione dei colleghi dei Nucleo ispettorato del lavoro, hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo emesso dal gip del tribunale di Padova, Lara Fortuna, con il quale è stato disposto il sequestro preventivo dell’ “azienda agricola ortofrutticola Faverato società agricola”, in via Castello a Correzzola, specializzata da diversi anni nel settore della coltivazione, della raccolta e del confezionamento di prodotti ortofrutticoli.

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L'INDAGINE "BABA". Il provvedimento è stato emesso nel contesto di un'indagine denominata “Baba”, che già il 13 novembre scorso aveva portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 4 indagati di origini indiane, ritenuti responsabili di estorsione aggravata e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

AGGRESSIONE A COLPI DI MACHETE. L’attività investigativa, coordinata dalla procura della Repubblica di Padova nella persona del pubblico ministero Vartan Giacomelli, ha avuto inizio a seguito di un grave episodio di sangue avvenuto a Correzzola nel pomeriggio del 20 settembre 2014, quando uno degli indagati aggredì a colpi di machete un connazionale, ferendolo con alcuni fendenti. In quell’occasione, i carabinieri della stazione di Codevigo, arrestarono l’autore della violenza in flagranza di reato per lesioni personali aggravate.

ANNI DI MALTRATTAMENTI E SOPRUSI. Nel fare chiarezza sulle motivazioni che avevano scatenato l’ira del feritore, era emersa un’inquietante realtà in cui risultava coinvolto un nutrito numero di braccianti agricoli impiegati in aziende di Correzzola, vittime di un vero e proprio racket. Rompendo il muro di omertà che da anni li attanagliava, proprio a seguito della violenta aggressione patita dal loro connazionale, i cittadini indiani (almeno una trentina) hanno raccontato le loro vicissitudini, i maltrattamenti e i soprusi subìti durante la permanenza in Italia.

DALL'INDIA ALL'ITALIA. Un quadro drammatico, considerato che ciascuna vittima era giunta in territorio italiano direttamente dall’India, dietro il pagamento di considerevoli somme di denaro, comprese tra i 6.500 e gli 8.500 euro, versati interamente ad una congrega di connazionali, che faceva capo ai 4 arrestati, la quale predisponeva il viaggio delle parti offese attraverso mezzi di fortuna, utilizzando nulla-osta all’ingresso per motivi professionali, promettendo condizioni di vita migliori e buoni salari di lavoro. Una volta in Italia, però, gli immigrati, non più in regola con le norme di soggiorno e quindi clandestini, venivano alloggiati in un’abitazione fatiscente in via Lova a Correzzola, dove, pagando tra l’altro un canone di locazione, dimoravano in condizioni a dir poco precarie, privi dei benché minimi presupposti di igiene e sicurezza.

SFRUTTAMENTO ED ESTORSIONE. A quel punto, i cittadini indiani venivano impiegati in qualità di braccianti nei campi circostanti, alle dipendenze dell’azienda di uno degli arrestati e di un’altra ditta della zona (che dalle indagini risulterà proprio l’“azienda agricola ortofrutticola Faverato società agricola”), percependo un salario irrisorio rispetto alle mansioni e ai turni di lavoro svolti, sfruttati nel lavoro di coltivazione e raccolta di prodotti agricoli. Non solo, i 4 indagati pretendevano ed ottenevano dalle vittime un ulteriore obolo su ogni singola ora di lavoro prestata, somme comprese tra i 50 centesimi e 1 euro, che i braccianti erano costretti loro malgrado a consegnare agli sfruttatori. Le parti offese si trovavano infatti in una condizione di soggiogazione tale da non avere la possibilità di rifiutare le richieste estorsive degli arrestati, che facevano leva sullo stato di clandestinità in cui versavano i lavoratori, il tutto aggravato da continue minacce di ritorsioni fisiche, da violente aggressioni (come nel caso del ferimento con un machete del 20 settembre) e da pressioni psicologiche costanti.

L'AZIENDA DI CORREZZOLA. A seguito del provvedimento restrittivo eseguito il 13 novembre, le indagini erano quindi proseguite al fine di individuare l’azienda agricola che aveva di fatto utilizzato la manodopera dei braccianti messi a disposizione dai 4 indagati. Ne è emerso che diverse decine di operai indiani erano stati impiegati in lavori di manodopera dall'“azienda agricola ortofrutticola Faverato società agricola”, legalmente rappresentata da F.F., 34enne del posto, che provvedeva alla gestione della società assieme al fratello F.M., 31enne, anche lui del posto.

DUE FRATELLI INDAGATI, LE ACCUSE. Dalle indagini, confermate dalle dichiarazioni di numerosi braccianti, è risultato che i due fratelli indagati, negli anni 2013 e 2014, avevano utilizzato i lavoratori indiani in varie mansioni agricole, con competenze salariali che andavano dai 3 ai 4 euro l’ora, a fronte dei 9,10 euro previsti dai vigenti accordi contrattuali. Inoltre, i braccianti erano sottoposti a condizioni lavorative particolarmente degradanti, lavoravano anche 12 ore al giorno, non usufruendo di riposo settimanale e di periodi di ferie. Ai due imprenditori viene inoltre contestato di aver dato alloggio in immobili fatiscenti ai lavoratori indiani, i quali, trovandosi clandestinamente in territorio italiano, dovevano versare a titolo di indebito canone d’affitto mensile somme che andavano dai 150 ai 230 euro. Infine, ai titolari della ditta vengono contestati i reati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e occupazione illegale di lavoratori immigrati clandestini.

SEQUESTRI. Con il decreto eseguito nella mattinata di martedì, i carabinieri di Codevigo hanno sottoposto a sequestro l’intera azienda agricola, individuata in: 5 capannoni per una superficie globale di circa 1.800 metri quadri; 2 aree pavimentate di superficie totale di circa 5.500 metri quadri; 2 locali adibiti ad uffici operativi; 3 celle frigorifere industriali; 9 trattori; una macchina per il movimento terra; un trattore stradale; un furgone; 3 rimorchi; 2 carrelli elevatori; 2 trans-pallet; un aratro; una pala meccanica; 2.300 cassoni in plastica; 2 cisterne di gasolio; una cisterna per l’irraggiamento di diserbanti e fertilizzanti; vari attrezzi e strumenti per la coltivazione, la raccolta e il confezionamento di prodotti agricoli. Sequestri per un valore complessivo di circa 3 milioni di euro. 

"CI AVETE ROVINATO". A seguito dell'operazione dei carabinieri, uno dei due fratelli indagati ha accusato un malore. Il parente ha invece dichiarato: "Ci avete rovinato".

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