Pfas, i fanghi della Miteni anche nel Padovano

"Alcuni documenti rinvenuti dimostrano che i reflui della fabbrica trissinese al centro del caso Pfas sono finiti anche nell’impianto di Sant'Urbano"

La Miteni ha conferito i suoi fanghi anche nella maxi discarica regionale di Sant’Urbano nel Padovano. La novità che emerge per la prima volta grazie alle carte rinvenute da Today.it giunge a pochi giorni dall’inserimento della stessa Sant’Urbano nell’elenco dei comuni a rischio Pfas.  

IL PROLOGO

A fine maggio i media danno la notizia dell’aggiornamento della mappa dei comuni veneti a rischio Pfas: i temibili derivati del fluoro la contaminazione dai quali che ha colpito tutto il Veneto centrale è addebitata alla trissinese Miteni, almeno secondo Arpav e procura berica. In quegli elenchi finisce per la prima volta Sant’Urbano, comune della bassa Padovana. Quel comune al confine con l’alto Rodigino non è solo un bel paesino di poche anime, sì e no duemila abitanti, adagiato sulla campagna a ridosso dell’Adige. Ma è anche la sede di una delle più importanti discariche del Veneto, la cui proprietà è riferibile alla stessa Regione, mentre la gestione è affidata ad un privato, ovvero la Gea srl. Ad ogni modo tra tra alcuni residenti del comprensorio, anche sulla scorta delle polemiche che avevano seguito la vicenda della discarica di Sommacampagna  nel Veronese si è diffuso un dubbio: per caso in quell’impianto, magari anche in passato, sono giunti rifiuti di qualche tipo dalla fabbrica trissinese?

LA NOVITÁ 

Proprio da una serie di informazioni acquisite da Today.it effettivamente risulta che in quella discarica vi siano stati svariati conferimenti da parte dela fabbrica trissinese. Più nel dettaglio gli indizi si trovano in un documento redatto dalla società Ecolution, la srl che si occupa di vigilare sulla regolarità dei controlli del gestore privato. Tale documento, che porta la data del 30 luglio 2015, è in sostanza una verifica della applicazione del piano di sorveglianza e controllo previsto dalla legge e più nel dettaglio riguarda la seconda edizione revisione quinta del «Resoconto tecnico operativo del secondo trimestre del 2015».

In quella relazione a pagina 8 sta scritto che ben trenta tonnellate provengono da Miteni spa. Il codice identificativo del materiale è lo «070712» ovvero, secondo una classificazione gergalmente conosciuta come Cer, si tratterebbe di «fanghi prodotti dal trattamento in loco degli effluenti». C’è però una precisazione da fare perché se si legge l’intestazione a inizio di ogni pagina del documento, la medesima intestazione porta sempre la dicitura «Impianto smaltimento rifiuti non pericolosi - Sant’Urbano (PD)». Alla pagina 8 però l’intestazione, in modo anomalo cambia in «Impianto smaltimento rifiuti non pericolosi - Lonigo (PD)».

E ancora, se si prende in esame un documento simile, ovvero la relazione tecnica relativa alla «Verifica della applicazione del piano di sorveglianza e controllo» redatto sempre da Ecolution in data 23 febbraio 2016 alle pagine 10 ed 11 viene riportato che Miteni nel 2016 avrebbe proceduto con altri conferimenti di fanghi: 60 tonnellate a febbraio, 61 ad aprile, 125 a maggio, 52 a luglio, 62 a settembre per un totale di 361 tonnellate.

IL PRIMO CITTADINO CONFERMA

Interpellato in merito il sindaco Dioniso Fiocco ha ammesso la presenza dei fanghi. Tuttavia per capire la reale entità dei conferimenti, non tanto in termini quantitativi bensì qualitativi, lo stesso primo cittadino ha spiegato di avere bisogno di un po’ di tempo per raccordarsi col gestore e con gli uffici del comune. «Come amministratori ci siamo ovviamente posti l’interrogativo circa la presenza di fanghi della Miteni - rimarca il sindaco - anche se il motivo per cui il nostro comune è stato inserito nella zona gialla è da ascriversi alla presenza nel nostro comprensorio del bacino del Fratta Gorzone», il quale, da quanto si è appreso negli anni dalla Regione è uno dei vettori lungo il quale la contaminazione di tali sostanze si è propagata grazie all’azione dell’acqua specie di falda. 

QUESTIONE DI FONDO

Alla luce di tutto ciò però c’è una questione di fondo da tenere in considerazione. La Miteni è una realtà industriale complessa: i suoi reflui non sono solo Pfas. Ma soprattutto questi ultimi sono una famiglia vastissima. Cosa sia finito esattamente a Sant’Urbano al momento non è possibile saperlo senza una serie di controlli molto mirati che non è detto siano stati effettuati perché non è detto siano obbligatori per legge. Quando poi si parla di Pfas la differente pericolosità di ciascuna delle differenti sottofamiglie è ad oggi ancora oggetto di svariate valutazioni sul piano scientifico: anche se una larghissima parte della comunità si è espressa quanto meno per una tossicità di tali sostanze come interferenti degli ormoni. Si tratta comunque d’una fattispecie già grave di per sé cui peraltro si aggiungono in alcuni seri indizi di cancerogenicità. E ancora, poiché a Sant’Urbano vengono conferiti fanghi da altri depuratori pubblici bisognerà capire se da questi ultimi siano giunti in discarica reflui conteneti Pfas, se tali reflui siano riconducibili alla fabbrica vicentina o se la provenienza sia diversa.

LO SCENARIO 

Più in generale non è la prima volta che la discarica di Sant’Urbano (in foto uno scorcio) finisce sui media, basti pensare alla vicenda che come ricorda Il Mattino coinvolse «Fabio Fior, 59enne di Padova, già responsabile della Direzione tutela ambiente della Regione dal luglio 2002 all’agosto 2010» per una storia di presunte malversazioni per la gestione dei fondi destinati alla forestazione della discarica Gea di Sant'Urbano, progetto rimasto di fatto sulla carta. Le stessa Gea nel 2016 peraltro finì in un servizio de Il Fatto quotidiano in cui si raccontavano le traversie della famiglia alla quale allora la gestione della discarica faceva riferimento ovvero i lombardi Grossi, già noti come i re delle bonifiche, già coinvolti nello scandalo Montecity-Santa Giulia. In questo scenario c’è una curiosità di non poco conto. Una delle società che fa capo alla famiglia Grossi,la Ambinethesis, come acclarato in sede di commissione bicamerale Ecomafie, è anche uno dei fornitori della Miteni
 

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