«Abbiate il coraggio di dire "no": basta morti sul lavoro». I sindacati prendono la piazza

É partito dal tribunale e si è concluso in piazza Garibaldi il corteo indetto da Fim, Fiom e Uilm in concomitanza con lo sciopero unitario. Migliaia i lavoratori aderenti

«Oggi abbiamo conquistato una piazza per gridare il nostro "basta" alle morti, agli infortuni e alle invalidità provocati dalla mancanza di sicurezza sul lavoro» così ha esordito Loris Scarpa (Fiom) all'arrivo del corteo in piazza Garibaldi.

Il corteo

Sono stati centinaia i lavoratori e studenti scesi in strada stamattina per la manifestazione "O ti fermi o muori" indetta a sigle unite dai sindacati dei metalmeccanici. Una risposta agli allarmanti numeri legati a decessi e infortuni sul posto di lavoro, nel settore e non solo. Triste il primato Veneto, tra le regioni con il maggiore indice di morti e feriti. Dalle 9.30 davanti al tribunale è partita la sfilata che ha visto percorrere via Trieste, corso del Popolo, piazza Eremitani, via Zabarella e il liston ai gruppi di lavoratori e sindacalisti arrivati non solo da Padova ma da tutte le province venete.

Il ricordo

Una movimentazione in massa che segue un lungo percorso di assemblee e volantinaggi nelle zone industriali, fortemente voluta in seguito alle tragiche morti che hanno sconvolto il mondo economico negli ultimi anni. Tanti i nomi ricordati sul palco, accompagnati dagli applausi: Minai Barbascu e Georghe Balla, Georgiev Peycho, Marian Bratu e Sergiu Todita. E con loro tanti, troppi altri. Uomini morti in seguito a incidenti che sconvolgono per sempre l'esistenza delle loro famiglie e che troppo spesso restano senza un perché.

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La figlia di una vittima: «Vogliamo giustizia»

Sul palco sale Xhanina Haka, la figlia di Gezim morto nel 2017 alla Unika di San Giorgio delle Pertiche. Con i suoi appena 21 anni racconta il calvario di una famiglia spezzata da quella tragedia a cui si aggiunge il dramma di un'archiviazione in sede penale contro cui i parenti continuano a chiedere giustizia. «Mio papà se ne è andato per quella che è stata definita una distrazione e che per la procura non dipende da colpe dell'azienda. Quella scheggia ha ucciso mio padre e tutti noi, da allora nulla è come prima e non posso nemmeno pensare a tutta una vita senza di lui». Piange Xhanina, applaudita dal pubblico, che ha trovato il coraggio di salire sul palco a raccontare la sua storia perché sia da monito.

La moglie: «Qui per sostenere i colleghi di Marian»

E lo stesso coraggio lo ha trovato Valerica Bratu, moglie di Marian, uno dei due operai morti dopo settimane di atroci sofferenze in seguito all'incidente dello scorso 13 maggio alle Acciaierie Venete. Lo fa a nome di Rodica Todita, la moglie di Sergiu, collega e amico di Marian che con lui ha trovato la morte. Lo fa a nome dei loro figli. «Non sono qui per incolpare qualcuno, credo nella giustizia. Sono qui per sostenere i colleghi di mio marito e tutti coloro che lottano per far valere il lavoro come un mezzo dignitoso per vivere. Il lavoro è un dritto, non una fonte di sofferenza».

La vittima

C'è Maurizio Beggio, vittima di un grave infortunio che nonostante gli abbia risparmiato la vita gli ha lasciato addosso segni - fisici e soprattutto morali - che non lo faranno mai più tornare quello di prima. Ha la voce rotta mentre con poche parole racconta la sua storia insieme al figlio adolescente.

Giordani: «Obiettivo zero incidenti»

Interviene anche il sindaco Giordani, che è perentorio: «Siamo qui oggi a chiedere quella che dovrebbe essere una cosa scontata quando si lavora, la sicurezza. Zero incidenti non deve essere un'utopia, ma il nostro principale obiettivo. Ecco perché è fondamentale investire nella prevenzione: non devono esserci mai più morti e incidenti sul lavoro».

Un appello per tutti i lavoratori

E spazio anche a una riflessione sulle donne, da parte di Cristina Carraro, Rsu-Rsl della Carel di Brugine: «Più di cento famiglie in Veneto, 19 solo a Padova, devono piangere un parente scomparso mentre lavorava. Ma non ci sono solo i decessi, ci sono anche gli infortuni e le malattie professionali: queste colpiscono soprattutto le donne (in percentuale) costrette anche a badare alla famiglia con un carico di stress fisico e emotivo. E allora dobbiamo unirci, fare quadra tra lavoratori». É il coraggio di dire "no", spiegano: «"O ti fermi o muori" quel fermarsi è il più grande atto di libertà e dignità che un lavoratore possa fare. Fermarsi mettendo prima la propria vita e la propria salute» afferma Scarpa. Gli fanno eco i rappresentanti degli altri sindacati: «Sia questa una manifestazione di civiltà, coraggio e vita».

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