Brexit colpo da 58 milioni per l'export padovano, Confapi «Fallimento dei populismi»

Fabbrica Padova, ha calcolato quali potrebbero essere le conseguenze dell’uscita del Regno Unito dall’UE per l’export delle imprese del territorio: una contrazione del 7% degli affari

Dopo che il Parlamento di Londra ha bocciato l’accordo tra il governo britannico e la UE si attende un nuovo voto per il 29 gennaio. Quel che è certo è che una Brexit senza accordo (no deal) sarebbe catastrofica non solo per la Gran Bretagna, ma per tutti gli altri stati europei. «E il fatto che il Regno Unito non abbia ancora stretto accordi commerciali con i singoli partner alternativi alle regole attuali, la dice lunga sul caos di una nazione spesso indicata come modello di democrazia ed efficienza», sottolinea Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova. «Sebbene ancora non sia chiaro quale forma di rapporto Londra sceglierà di intrattenere con l’UE, è scontato che le cose non saranno più come prima. E questo fa sì che si imponga una considerazione: quanto sta accadendo è la dimostrazione di come le scelte compiute sul piano emotivo e senza le dovute analisi, come nel caso del referendum del 2016, possono avere conseguenze nefaste per tutti. In un certo senso, siamo arrivati alla resa dei conti con il populismo e le sue derive. Vale per la Gran Bretagna come per lo scenario italiano».

La ricerca

Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, ha provato a capire cosa cambierà per il made in Italy e per le imprese del territorio. Si parte da un dato: il Veneto ha esportato nel 2017 (ultimo anno con dati disponibili nella loro interezza) per 3,576 miliardi di euro verso il Regno Unito (fonte: Ufficio di statistica della Regione), Padova per 478,835 milioni. Ma quanti di questi introiti sono effettivamente a rischio nel prossimo futuro? Un report della Sace (gruppo attivo nell’export credit) ha calcolato che l’Italia potrebbe vedere una contrazione delle esportazioni verso la Gran Bretagna da un minimo del 3 a un massimo del 7%, ovvero tra i 600 e i 1.700 milioni di euro in meno. Rapportando la stessa stima per l’export delle aziende del territorio padovano - considerando che le esportazioni oltremanica sono circa il 5,6% delle vendite all’estero, quarto mercato di sbocco dopo Germania, Francia e Stati Uniti per il made in Padova - si oscilla fra i 14,4 milioni di euro e i 33,6; per il Veneto ballano 107 milioni, che possono salire sino a 250 milioni. Si parla soprattutto di macchinari, prodotti alimentari e bevande e prodotti in metallo, e una parte importante è legata ai settori tessile/abbigliamento. A ciò si aggiunge il rischio della possibile reintroduzione dei dazi: Fabbrica Padova ha stimato che la tassazione sulle merci italiane potrebbe essere superiore al 5% del valore esportato. E se il costo si ribaltasse sui margini delle aziende, l’incidenza a livello nazionale sarebbe superiore al miliardo di euro (in linea con le perdite francesi e tedesche). Per le aziende padovane, mantenendo lo stesso rapporto, si aggiungerebbero 23,9 milioni ai 33,6 già considerati nello scenario peggiore, per un totale di 57,5 milioni. Per il Veneto 178,8 milioni oltre ai 250 calcolati in precedenza e ai arriva a 428,8.

Gli scenari

«Per esperienza diretta con i mercati d’oltremanica, posso assicurare che la Gran Bretagna non è pronta per affrontare il ritorno delle dogane. In ogni caso, il ripristino dei dazi avrebbe un impatto deciso sui flussi delle merci, appesantiti dai controlli doganali e dal pagamento delle tariffe Wto. A livello commerciale, si può ipotizzare un incremento delle scorte a ridosso del 29 marzo, visti i paletti che scatterebbero da aprile. Ed è data quasi per scontata la svalutazione della sterlina. Ma c’è un altro punto che non mi pare sia stato troppo considerato nelle analisi lette e sentite sin qui: il Regno Unito ormai da tempo ha ridotto in modo considerevole le sue attività industriali preferendo importare dall’estero quanto gli serve, in particolar modo nel settore meccanico e per quello alimentare», conclude la sua disamina Valerio. «Non potrà chiudere del tutto le frontiere se vuole continuare a sopravvivere, ma, allo stesso tempo, non è escluso che torni a puntare sulla produzione interna. E ciò comporterebbe anche impatto negativo sulle imprese italiane più legate al mercato UK».

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