Salario minimo, Confapi: «La tutela del lavoro è garantita dai Ccnl, ma 884 sono una follia»

Valerio: «Va trovato il modo di misurare la reale rappresentanza di chi firma i contratti collettivi. E quei 5.600 navigator vanno destinati compiti più utili».

Riceviamo e pubblichiamo

La recente proposta del Movimento 5 Stelle relativa all’introduzione del salario minimo ha riportato in auge il tema dei contratti di lavoro. Un focus da sempre molto sentito da Confapi Padova che, attraverso il suo centro studi Fabbrica Padova evidenzia come oggi i contratti attivi per il settore meccanico siano 32: inequivocabilmente troppi. Ma c’è da restare allibiti nell’affrontare il conto di tutti i contratti a livello generale, il cui sterminato elenco è disponibile nel portale del CNEL: ben 884 quelli presenti nell’ultimo rapporto redatto dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. Un record di cui non è proprio il caso di vantarsi. Anche perché, di questi, solo 231 sono stati sottoscritti da almeno una fra Cgil, Cisl e Uil. Nel portare il tema al centro del dibattito pubblico e politico il rischio è tuttavia quello di mancare il bersaglio e rispondere a problemi concreti con strumenti mistificatori.

Ridurre i contratti

«Abbiamo più volte ribadito che siamo d’accordo sulla riduzione di contratti di lavoro, laddove stipulati da parti sociali “di comodo” e scarsamente rappresentative, proliferate a dismisura negli ultimi anni in concorrenza sleale con le imprese che applicano quelli più strutturati», evidenzia il presidente dell’Associazione delle piccole e medie industrie padovane Carlo Valerio. «Confapi è stata la prima organizzazione datoriale a sottoscrivere l’accordo interconfederale sulla rappresentanza con Cgil, Cisl e Uil e, da oltre settant’anni stipula, esclusivamente con le principali organizzazioni sindacali, 13 contratti collettivi nazionali di lavoro nei più importanti settori produttivi. Ha costituito inoltre un solido sistema di 13 enti bilaterali che offrono una ampia gamma di servizi e prestazioni innovative capaci di supplire, in molti casi, alle carenze del welfare statale e che quindi ricoprono un ruolo importante di coesione sociale».

Problemi di retribuzione

«Sul tema faccio mia la nota presentata in una recente audizione alla Commissione Lavoro della Camera: Confapi è dalla parte del lavoro serio e rispettoso della persona», prosegue Valerio. «Considera la contrattazione collettiva, come costituzionalmente garantito, lo strumento principale per regolare il rapporto di lavoro tra imprese e lavoratori. Bisogna prestare la massima attenzione alla determinazione dell’importo del salario minimo, tenendo conto che oggi nei nostri contratti oltre che alla diversificazione del settore merceologici sono previste molteplici componenti aggiuntive della paga base, quali anzianità, malattia, permessi, premi produzione nonché prestazioni di welfare. Anche l’Ocse e Inapp sostengono che, senza dovuti accorgimenti, si rischia di sfasciare un intero sistema in un momento, per di più, di stallo economico. Tutti i contratti Confapi hanno un costo medio che, considerate tutte le componenti, supera la soglia della paga oraria indicata nel Disegno di legge, ma ovviamente sono tagliati a misura dei bisogni e delle peculiarità delle Pmi. Come anticipato, la finalità della norma sul salario deve essere diretta a tutelare quei lavoratori non coperti dal contratto collettivo nazionale, risolvendo, per esempio, il problema degli esigui compensi per i lavoratori della Gig economy. In questo caso può essere utilizzata la nozione onnicomprensiva di retribuzione utilizzata per il calcolo del Tfr. O volendo risolvere alla radice il problema, si potrebbe quindi dare attuazione, con opportuni adattamenti all’art. 39 della nostra Costituzione, introducendo il Ccnl “erga omnes”».

Rispettare contratti minimi

Quale può essere, dunque, la soluzione al problema della tutela dei lavoratori? «Ritengo che per prima cosa vadano implementati i controlli per assicurare che i minimi contrattuali siano rispettati da tutti i datori di lavoro. Altrimenti non ci sarà salario minimo che tenga, con il risultato che gli imprenditori onesti continueranno a rispettare i minimi e i disonesti no. Quella che segue può sembrare una battuta, ma lo è solo sino a un certo punto: invece che reperire 5.600 “navigator” da destinare ai centri per l’impiego sarebbe stato più mandare lo stesso numero di persone nelle aziende, a verificare sul serio cosa succede nella vita vera. Ma ancora più importante è “misurare” la rappresentanza di chi firma i contratti collettivi, prevedendo che i contratti di riferimento siano quelli stipulati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative di imprese e lavoratori».

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