«Pericolo collasso per 60mila aziende padovane»: l'allarme di Confapi dopo la bocciatura europea

A lanciare l'allarme è l’avvocato Piero Cecchinato, consulente legale di Confapi ed esperto nell’ambito del diritto commerciale e d’impresa

L’avvocato Piero Cecchinato, consulente legale di Confapi, lancia l'allarme

Prima gli avvertimenti, poi le possibili sanzioni. Ma chi ne pagherà le conseguenze? Com’è noto, la Commissione europea ha “bocciato” il progetto di bilancio dell’Italia. Ma che cosa prevedono le regole europee e che cosa rischiano, nel concreto, gli imprenditori di Padova e del Veneto con l’avvio della procedura d’infrazione "per deficit eccessivo in violazione della regola del debito" da parte della Commissione Ue? C'è chi ha provato a fare chiarezza a riguardo.

300mile imprese nel Veneto

Si tratta di Fabbrica Padova, centro studi di Confapi, partendo da alcuni dati: sono circa 60mila le imprese del territorio padovano che ricorrono al credito (in base alle stime Istat, che considerano come sia circa il 50% delle aziende a farvi ricorso) e sono circa 300mila quelle del Veneto. Le maggiori incognite riguardano soprattutto loro, e in particolare le aziende di piccole e medie dimensioni, che sono da tempo alle prese col perdurare di una situazione complicata. Stando ai dati di Bankitalia, l’andamento dei prestiti per classi dimensionali di impresa anche tra il 2016 e il 2017 (ultimi anni considerati nella loro interezza) ha continuato a essere in flessione per le imprese con meno di 20 addetti (-6.5% nel Padovano, -4.6% nel territorio veneto). Nel complesso, in questo arco temporale, gli impieghi totali si sono ridotti di 1,3 miliardi nel territorio padovano (da 27.5 miliardi a 26.2) e di 5.6 miliardi in quello veneto (da 154 a 148.4).

Occhio allo spread...

Sul tema dei rischi che corrono le imprese, Fabbrica Padova ha interpellato l’avvocato Piero Cecchinato, consulente legale di Confapi ed esperto nell’ambito del diritto commerciale e d’impresa: «L’eventuale irrogazione di sanzioni all’Italia da parte della Commissione Ue costituirebbe un problema, perché sottrarrebbe circa 4 miliardi al budget di spesa del Paese. Si tratta di un decimo del valore della manovra in discussione oggi, salvi gli eventuali incrementi sanzionatori di anno in anno. Ma il conto più salato sarebbe quello indotto dall’inevitabile, ulteriore aumento dello spread. Le sanzioni arriverebbero infatti alla fine di un articolato processo fatto di raccomandazioni continue da parte della Commissione Ue e di continui dinieghi ad ipotesi di compromesso da parte del Governo italiano. Le sanzioni avrebbero così l’effetto di stressare al massimo la tensione sui titoli di stato, innescando una dannosissima stretta creditizia. Qualora, cioè, si arrivasse alle sanzioni, sul campo avremmo già lasciato ogni briciolo di fiducia residua di cui ancora si poteva godere. Di fronte ad un braccio di ferro spinto così tanto da far rischiare al Paese persino le sanzioni Ue, gli investitori tornerebbero infatti a sbarazzarsi dei titoli di Stato detenuti in portafoglio non ritenendo il Governo degno di fiducia. I detentori di titoli potrebbero cioè pensare che se il Governo è disposto a correre il rischio di sanzioni per una battaglia di principio, allora potrebbe essere capace di ogni cosa, compresa l’uscita dall’euro con conseguente ridenominazione in lire svalutate dei titoli di debito».

"Scenari foschi"

L’analisi dell’avvocato Cecchinato dipinge scenari foschi: «La vendita di titoli di Stato spingerebbe di nuovo in su lo spread (perché in borsa ordini di vendita massicci fanno paventare gravi perdite all’orizzonte e vengono considerati manifestazione di un aumento del rischio) che con tutta probabilità potrebbe sforare la soglia, oggi considerata limite, di 400 punti base. Gli effetti principali sarebbero due: da una parte il bilancio dello Stato verrebbe gravato di nuove enormi spese per interessi, dall’altra la perdita di valore dei titoli pubblici determinerebbe anche una diminuzione dei patrimoni delle banche che hanno titoli in portafoglio e che sarebbero così costrette a sottrarre risorse all’erogazione di credito per destinarle a copertura di tali diminuzioni patrimoniali (si consideri che le banche italiane hanno in pancia oltre 370 miliardi di titoli di Stato). Come ha ricordato il Rapporto sulla stabilità di Banca d’Italia del 23 novembre, la flessione delle quotazioni dei titoli di Stato ha determinato per le banche una riduzione delle riserve di capitale e di liquidità e un aumento del costo della provvista all’ingrosso. Se le tensioni nel mercato dei titoli di Stato dovessero protrarsi, ha affermato il Rapporto, le ripercussioni sulle banche potrebbero essere rilevanti, soprattutto per alcuni intermediari di media e piccola dimensione. Inevitabile sarebbe quindi un incremento dei costi della raccolta e una restrizione dell’offerta di credito al settore privato. Come ancora ha ricordato il Rapporto di Banca d’Italia del 23 novembre, nella fase di elevata tensione dei mercati del 2010/11 un aumento dello spread di 100 punti base ha determinato nell’arco di un trimestre rialzi dei tassi di interesse pari a circa 70 punti base per i prestiti alle imprese non finanziarie e di 30 punti base per i mutui alle famiglie. Insomma, le sanzioni sarebbero di per sé l’ultimo dei problemi. Il vero problema sarebbe il rischio di collasso delle nostre aziende a causa di nuove strette creditizie e di pesanti crisi di liquidità innescate da un logorante processo di cui le sanzioni sarebbero solo l’ultimo atto».

«Promesse esagerate e irrealizzabili»

Carlo Valerio, presidente di Confapi Padova, aggiunge al tema una lettura politica: «Se la Lega continua ad assecondare la linea del Movimento 5 Stelle, prima o poi anche il territorio veneto che l’ha votata andrà a chiedere conto di certe misure. La politica economica del Governo non incontra assolutamente le esigenze del settore produttivo. Stiamo parlando di provvedimenti mirati essenzialmente a mantenere degli equilibri politici e a tentare di rispettare le promesse fatte in campagna elettorale. Promesse che, l’abbiamo ribadito più volte, erano assolutamente esagerate ed irrealizzabili. Questo Governo, che sulla carta vuole difendere i più deboli, in realtà sta ulteriormente indebolendo proprio le fasce sociali più in difficoltà, perché con l’aumento dello spread cresce il costo del denaro e ne diminuisce la disponibilità».

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