Dai "nuovi" affreschi a quello ancora nascosto di Giotto: la Basilica del Santo regala sempre emozioni

Grazie a nuovi lavori di restauro nella cappella della Madonna Mora sono ritornati alla luce nuovi affreschi, mentre grazie a innovative indagini diagnostiche nella Sala del Capitolo si prospetta concretamente la possibilità di nuove scoperte del tempo di Giotto

Un particolare dei nuovi affreschi riportati alla luce nella cappella della Madonna Mora

Non smette mai di stupire e di rivelare nuovi tesori d’arte la basilica di Sant’ Antonio a Padova, sui cui muri grazie a nuovi lavori di restauro nella cappella della Madonna Mora sono ritornati alla luce nuovi affreschi, mentre grazie a innovative indagini diagnostiche nella Sala del Capitolo si prospetta concretamente la possibilità di nuove scoperte, del tempo di Giotto

La cappella della Madonna Mora

La cappella della Madonna Mora, già sito corrispondente all’antica chiesetta di Santa Maria Mater Domini, annessa al convento in cui dimorò sant’Antonio, è il nucleo a partire dal quale si è sviluppata nei secoli l’intera basilica. Dopo la recente individuazione della mano di Giotto nelle due imponenti figure rappresentanti i Profeti Isaia e Davide raffigurate sulla parete retrostante l’altare, ai lati della statua, certamente più tarda, raffigurante la Madonna con il Bambino attribuita a Rinaldino di Francia, i recenti restauri finanziati dalla famiglia Tabacchi, hanno consentito di riportare all’originario splendore alcuni interessanti affreschi, collocati a sinistra del varco d’accesso in due registri sovrapposti, di scoprire una nuova porzione di intonaco affrescato, consentendo anche di attribuirne con verosimiglianza l’autore. Gli studi, ancora in corso, sono condotti e coordinati dalla professoressa Cristina Guarnieri del Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova.

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I quattro Santi

Al livello inferiore troviamo raffigurate quattro figure di Santi, tra cui san Bartolomeo, riconoscibile dal profilo del coltello stampigliato sull’intonaco, e la coppia di santi medici Cosma e Damiano, una presenza davvero interessante, che vestono tuniche eleganti dal colletto rigido, copricapi in vaio, e reggono, stretto nel palmo della mano, il vaso degli unguenti. Grazie alla nuova leggibilità restituita dal restauro, condotto dalla dottoressa Valentina Piovan, l’ipotesi della prof.ssa Guarnieri è di riconoscervi la mano di Stefano di Benedetto da Ferrara, problematico autore che senz’altro lavorò nella basilica del Santo, ma la cui fisionomia resta difficile da definire con sicurezza. La presenza di Stefano di Benedetto da Ferrara è documentata a Treviso, insieme al grande pittore Tommaso da Modena, come è testimoniato in due documenti giuridici, tra 1349 e 1351. La sua attività a Padova è ricordata in primis da Michele Savonarola nel Libellus de magnificis ornamentis regie civitatis Padue, per aver dipinto nella contigua cappella dell’Arca, dopo che il corpo del Santo vi fu trasferito nel 1350, le scene con i miracoli della sua vita. Il celebre storico Giorgio Vasari, inoltre, nella Vita di Andrea Mantegna e poi nella Vita di Vittore Scarpaccia, riconduce alla mano del ferrarese un’ulteriore opera all’interno della basilica, ossia «la Vergine Maria che si chiama del Pilastro». Benché la nota e venerata immagine sia oggi assai rimaneggiata, si riesce tuttavia a intravedere quelli che dovettero essere i caratteri peculiari dell’arte del pittore, che bene si addicono a un artista emiliano dell’epoca: incarnati morbidi, dalle tinte chiare e soffuse, volti infantili, atteggiamenti affettuosi.

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Madonna in trono con il Bambino

In tutta l’area della parete che sta sopra i quattro Santi, su uno strato di intonaco posteriore, si distende invece un’imponente, anche se frammentaria, Madonna in trono con il Bambino che in origine verosimilmente si protendeva in direzione di un anonimo committente collocato alla sua destra. I lavori di restauro hanno consentito di riportare alla luce l’intera composizione, incentrata sulla struttura gotica fiorita del trono. Essa è delimitata da cornici decorative che alternano settori ornati con elementi vegetali e medaglioni racchiudenti ritratti di imperatori romani, di cui ne sopravvive integro solamente uno, colto di profilo. Sotto è tornata leggibile una data, seppure incompleta, che colloca la pittura intorno al 1410, periodo confermato anche a giudicare dai caratteri stilistici dell’opera. Gli studi realizzati dalla professoressa Cristina Guarnieri indirizzano verso l’attribuzione al Maestro di Roncaiette. Il nome, di convenzione, è usato per designare un maestro attivo a Padova nell'ultimo decennio del XIV e i primi del XV secolo, autore del polittico della chiesa di San Fidenzio a Roncaiette di Ponte San Nicolò, nei pressi di Padova. La realizzazione della Madonna in trono con il Bambino vedrebbe il Maestro di Roncaiette all’apice della sua carriera artistica, fortemente influenzato dal linguaggio di Gentile da Fabriano, artista giunto dalla Lombardia a Venezia attorno al 1405, i cui riverberi artistici si propagarono in laguna e investirono diversi artisti, tra  i quali il pittore di origine francese Zanino di Pietro Charlier. Anche qualora l’attribuzione non venisse confermata dalle analisi successive, sarebbe un’importante testimonianza di quel Rinascimento umbratile, che si radica ancora saldamente nella cultura figurativa tardogotica, ma che ormai prelude all’Umanesimo e all’arte di Mantegna e Donatello, di cui ancora non erano stati individuati esempi importanti nella basilica del Santo. Con questa scoperta, invece, anche la pittura del primo Quattrocento viene a essere documentata con un affresco di alto livello qualitativo.

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Sala del Capitolo

Non è tuttavia solo l’intonaco della cappella della Madonna Mora a custodire dietro di sé i tesori della basilica. Sulla base di una convenzione effettuata nel maggio 2017 fra la Veneranda Arca di S. Antonio e il Centro Interdipartimentale di Ricerca per lo Studio dei Materiali Cementizi e dei Leganti Idraulici (CIRCe) dell’Università di Padova, nel periodo dicembre 2017-aprile 2018 sono state effettuate nella Sala del Capitolo numerose analisi diagnostiche nell’ambito di un progetto multidisciplinare volto a verificare lo stato di conservazione degli affreschi e degli intonaci presenti. Al progetto, parzialmente finanziato dal Centro CIRCe, hanno collaborato ricercatori che fanno parte del Centro e della infrastruttura Europea IPERION CH (MOLAB) per quanto riguarda le tecniche diagnostiche sulle pitture e gli intonaci, dell’Istituto CNR-ISAC (Unità di Padova) per quanto riguarda il monitoraggio e le misure ambientali, e del Dipartimento di Beni Culturali di UNIPD per quanto riguarda le indagini geofisiche e multispettrali. Il progetto, spiega il Prof. Gilberto Artioli, Direttore Centro CIRCe, ha avuto due obiettivi principali: da una parte l’indagine approfondita delle superfici visibili trecentesche e di quelle coperte dall’intonaco seicentesco della porzione centrale della parte est. Tali ricerche sono state effettuate mediante tecniche diagnostiche di assoluta avanguardia, capaci di penetrare a varie profondità sotto gli strati superficiali. Dall’altra il monitoraggio della situazione climatica della sala e dello stato di conservazione e degrado degli affreschi.

Crocifissione fatta da Giotto?

In particolare, ci si è concentrati sulle due porzioni di intonaco scoperte duranti i lavori effettuati prima del 1900, che rivelano due frammenti di una crocifissione, probabilmente eseguita da Giotto nella sala. Pertanto, ipotizzando, a partire dai due frammenti, quale potesse essere la struttura della crocifissione e la posizione della figura di Cristo crocifisso, le indagini si sono concentrate sulla parte alta della parete, ed in particolare all’altezza del finto timpano affrescato alla metà del Seicento, dove è visibile lo stemma francescano. Le indagini geognostiche effettuate in profondità sulla muratura hanno infatti mostrato che non c’è nessuna evidenza di aperture o tamponamenti che possano far pensare alla rimozione dell’affresco originale per fare spazio a porte, finestre, o passaggi architettonici. Le indagini effettuate con interferometria laser (DHSPI) hanno mostrato che in numerosi punti le porzioni visibili di affresco si estendono con continuità al di sotto dell’affresco seicentesco; inoltre, indagini di dettaglio effettuate con immagini ad altissima frequenza (THz imaging) nella zona centrale del dipinto indicano la presenza di microstrutture riferibili ad una aureola con scanalature e riflettore dorato, del tutto analoghe a quelle misurate sull’aureola presente nella parte visibile dell’affresco. Assumendo come modello spaziale per la possibile distribuzione delle figure la crocifissione giottesca conservata nel Convento di S. Croce a Villa Verucchio (Rimini), la zona investigata dovrebbe essere riferita all’aureola della testa del Cristo in croce, quindi ancora presente nella zona centrale del dipinto. È stato dunque possibile concludere che con buona probabilità esistono ampie porzioni dell’affresco giottesco da recuperare sotto lo strato superficiale.

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