L'ex sindaco Settimo Gottardo: «Ecco perché ho scritto la lettera a Giordani»

Nella lettera affronta il male di questa società, la solitudine: «Sono lasciati soli anche i giovani, ricordiamocelo, ma oggi, la nostra società è composta per la maggior parte da ultra sessantenni. Non vanno abbandonati»

E’ stato sindaco di Padova tra il 1982 e il 1987, Settimo Gottardo. Settantacinquenne ma vispo come un ragazzino, ci riceve a casa sua. «Che facciamo, stiamo dentro fuori? Approfittiamo che non fa ancora freddo, cosa ne dice?». Siamo venuti a trovarlo perché incuriositi dalla lettera aperta che ha scritto all’attuale sindaco, Sergio Giordani: «Siamo amici, sa? Ci tenevo a condividere con lui questo pensiero». Gli ha scritto una lettera tutta incentrata sul sociale, sul tema della disgregazione sociale e quindi sulla solitudine: «Sono lasciati soli anche i giovani, ricordiamocelo. Ma oggi, la nostra società è fatta per la maggior parte da persone con più di sessant’anni. Queste persone non devono essere abbandonate».

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Cosa manca, quindi, secondo lei? «Manca una ricomposizione del tessuto sociale. Non solamente sono abbandonate le singole persone, ma sono abbandonate anche le strade. Un centro commerciale non può essere la soluzione per far incontrare le persone. Bisogna ricomporre l’unità di vicinato, l’economia di strada. Forme nuove di coabitazione, come si dice in inglese, il co housing. E poi ci sono così tanti luoghi abbandonati. Perché non ci mettiamo gli anziani che insegnano l’artigianato, l’uso delle mani. Perché piuttosto non li facciamo incontrare con chi vuole imparare un mestiere, un'arte».

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Lo appassiona ancora tanto la politica. Si vede da come ne parla e dal fatto che non solo pone questioni ma si chiede anche come risolverle: «Abbiamo un dipendente comunale ogni cento abitanti, perché non impiegarli nei quartieri? Ormai molti lavori sono informatizzati. Facciamo lavorare queste persone nei quartieri. Nei loro quartieri, pensate a quanti benefici ci sarebbero. Eviterebbero spostamenti per andare al lavoro, sarebbero davvero vicine ai bisogni delle persone con le quali non avrebbero problemi ad interagire. L’amministrazione che va incontro al cittadino, non il contrario. Persone che saprebbero come far risolvere problemi e che saprebbero andare incontro ai bisogni delle persone». 

La lettera

Caro Sergio,
ti scrivo perchè ho una grande stima e amicizia nei tuoi confronti e ti riconosco il merito della tenace mitezza e della serenità distaccata, stile con cui ti sei avvicinato, in età matura, alla politica cittadina. Sei arrivato ad essere il Sindaco di questa città  dopo un periodo in cui Padova ha vissuto una politica conflittuale, aggressiva. Un periodo ove ogni problema era affrontato in termini di amici e nemici, di buoni e cattivi, di prima gli uni e dopo gli altri.
Tutto ciò avveniva mentre la città rischiava l'emarginazione e la decadenza post moderna. Cioè Padova ha corso e corre il rischio di diventare una città che muore (vedi la zona industriale, vedi interi quartieri). Il rischio è quello di passare dall’essere una capitale a essere una città morta, come D’Annunzio chiamava bellissime città come Mantova e Ferrara. Le morti da anni nella nostra città si susseguono in solitudine, nell'indifferenza collettiva di vecchi soli, vicini di casa ma distanti nella vita. E’ capitato più volte, un anno fa e più recentemente all'Arcella, vicino a  dove vivo: sono stati trovati due anziani coniugi morti dopo un mese dalla dipartita prima dell'uno e poi dell'altro. Poco dopo e poco distante, due fratelli si sono uccisi l'un l'altro. In pieno centro storico, qualche settimana fa, in un appartamento affacciato sulle piazze, una persona sola ha dato segno della propria fine solo a causa dell'odore della propria morte. Ultimo il caso di questi due fratelli che abitavano in Riviera Paleocapa, deceduti non di inedia, o di povertà. Colti e benestanti, questi due cittadini di Padova, sono stati ritrovati dopo giorni da una morte che ha avuto come complice la  solitudine e l’indifferenza assassina. Questa non è la morte dei singoli, è la morte della città. E il killer è la solitudine. E gli amministratori devono fermare il killer, non piangere i morti. Secondo il sindacato pensionati italiano - CGIL in provincia di Padova ci sono 200mila over 65 enni. Un terzo di questi risiede in città. Di questi due su cinque sono vedovi, celibi o divorziati: vivono, e rischiano di morire, soli. Non poveri, ma abbandonati. Questo non è un problema di assistenza per non autosufficienza economica: il Comune di non autosufficienti economici ne ha in carico alcune centinaia e li sente a volte, anche come un peso. La maggioranza di queste persone sole sono pensionati, che rischiano di incontrare una società ostile e il cui contesto è l'abbandono. Il problema non è l'assistenza, perchè il sistema pensionistico alla fin fine funziona, senza eccellere, ma funziona. E' l'abbandono la malattia, è la vicinanza e prossimità, la cura. Ma tu pensi, caro Sergio, che basti un consiglio di quartiere, vecchio e lottizzato, a creare vicinanza e prossimità? Pensi che l'assistenza possa sostituire la presenza? Che le ronde di vicinato possano costituire comunità di vicinato e solidarietà esistenziale? Pensi che una catena di supermercati, sia pure con la spesa a domicilio, sostituiscano l'economia di prossimità strada per strada e contrada per contrada.E’ il sindaco che deve chiamare queste famiglie, tirarle fuori dall’abbandono e dalla solitudine. Chiamare e cercare, costruendo occasioni e canali di comunicazione, le famiglie risponderanno. Un Comune attivo chiama, va incontro ai suoi cittadini più fragili, non si fa chiamare da cittadini, che il più delle volte hanno sacrificato la vita nel lavoro e nella crescita dei figli, sempre che ne abbiano. Cittadini che hanno il pudore di chiedere aiuto, e spesso mettono da parte persino i fondi per il proprio funerale pur di non essere di peso, nemmeno dopo morti. La presenza deve sostituire l'assistenza. Va ripreso il piano casa, il cohousing il social housing; altro che edifici pubblici abbandonati e sgomberati! Il problema non è di ordine pubblico, è la costruzione di presenza e solidarietà, anche plurima, anche scomoda e dissidente, ma presente, che rende la città viva. Occorre trasformare i negozi chiusi in coworking, in laboratori artigiani, per integrare i giovani studenti ed i vecchi esperti nell’arte del saper fare con le mani, e dare un ruolo lavorativo anche ai nuovi cittadini, troppo spesso sfruttati da cooperative fittizie che affittano lavoratori, come nella Carolina del sud si affittavano i raccoglitori di cotone. E poi ci lamentiamo della mancata inclusione, dei conflitti sociali, della solitudine della paura del diverso? Diversi siamo noi. Diverso è il Comune che non costruisce società. Fare politica è fare polis, fare comunità. L'assistenza la facevano anche i Soviet, che offrivano agli operai la mensa nelle fabbriche ed ai bambini la mensa nelle scuole. Ma, all’epoca dei Soviet,non esistevano più nè le famiglie, nè la comunità. 
Siamo all'inizio di un nuovo ventennio del 2000. Quale società vogliamo costruire, quale società vogliamo dare ai nostri nipoti nati in questo nuovo secolo? Aprire nuove strade, nuove piazze, nuovi supermercati. Bene, ma non basta. Quali prospettive apriamo alle nuove generazioni, ai millennials? Non rischiamo che le nostre città siano soffocate da discariche sociali: da un lato i vecchi soli e dall'altra i bambini addossati di peso a padri e madri che non ce la fanno più. Che risposta diamo a chi si vede costretto ad essere, impaurito da quel peso, proletario senza prole, in una spirale individualista di abbandono? Padova rischia di diventare una città di vecchi abbandonati e senza figli giovani che li sostituiscano: dissanguata dall'emigrazione della generazione Erasmus senza ritorno. 
Possiamo pensare che un quartiere venga rianimato da una questura nuova o da un nuovo ufficio dell'anagrafe? Non è preferibile forse una diversa e rinnovata solidarietà umana di cui il Comune (nome che deriva dal concetto di comunità) deve essere protagonista? Le società sovietiche sono entrate in crisi perchè avevano il controllo paranoico dei palazzi (con i guardiani del block e dei combinat) ricordiamocelo quando l'unica soluzione che si profila è il controllo di vicinato.
E' la città che va rigenerata come comunità, anche con le sue contraddizioni sociali, anche con i suoi attriti e conflitti metropolitani che ne sono il sale; non con la tranquillitas ordinis che ne è la tomba.  In tutta Europa stiamo andando incontro ad una dimensione metropolitana delle città. Ma questa nuova dimensione comporta anche una riscoperta delle identità, anche piccole, ma dialettiche, conflittuali. Il dramma non sono i conflitti, ma l’incapacità della loro risoluzione. 
Secondo Open Polis Padova è tra le prime dieci città in Italia per rapporto, altissimo, tra numero di dipendenti comunali e cittadini residenti, più di uno ogni 100 abitanti. Meno dipendenti comunali negli uffici e più operatori presenti nella società, come anello di congiunzione tra i bisogni sociali ed assistenziali, senza declassare il volontariato a mera supplenza della funzione pubblica: questa può essere un inizio di risposta da parte dell’amministrazione comunale, che ha bisogno di un processo lungo di conversione culturale, e civile prima, e poi politico amministrativo. Una metamorfosi prima umana e poi politico burocratica.  
Dico questo perché ti ritengo sensibile per la svolta mite che hai dato alla città, e confido sinceramente in te. Ma da te, caro Sergio, ci aspettiamo una mitezza non solo nei toni delle parole, ma anche nelle azioni di governo. Ci stai dando tanto, ma ti chiediamo ancora di più. 

Con grande stima e amicizia 

Settimo Gottardo

La risposta del sindaco Giordani

All'amico Settimo,

vorrei anzitutto dire che il suo contributo in questa discussione sul futuro della città è prezioso e lo ringrazio. Cerco sempre di interpretare il mio ruolo da Sindaco con l'atteggiamento umile di chi non pretende di avere tutte le risposte per rispondere a sfide immani che riguardano una realtà insieme bellissima e complicata come quella della nostra città. Fare il Sindaco di Padova significa avere il privilegio di toccare con mano ogni giorno di quante sfaccettature diverse sia composta la nostra comunità, prima non potevo immaginarlo, oggi si. Nel confronto continuo con tutte le personalità che prima di me hanno svolto questo ruolo sono già nate e nasceranno tante idee positive per la collettività, colgo l’occasione per ringraziarli. Nei giorni aspri della scorsa campagna elettorale ricordo bene che ci fu un episodio simile a quelli che oggi ci fanno riflettere assieme. Quel fatto mi colpì davvero molto e capii con forza che la lotta alla solitudine e il sostegno ai nostri anziani andava ben oltre un tema ordinario e se fossi diventato primo cittadino, come poi avvenne, avrei sentito forte tutta la responsabilità delle scelte in questo campo. In questi due anni ho cercato con la mia squadra di lavorare per rispondere all’esigenza di ricucire una comunità lacerata. Evitando la litigiosità, destinando ingenti risorse per portare momenti di aggregazione, meglio se autogestiti e spontanei, nei quartieri, liberando spazi pubblici o restituendoli alla gente per inserirci progetti vivi, e, concordo, non per consegnarli a luoghi freddi di burocrazia comunale e carte bollate ormai desueti e inutili. Non abbiamo lesinato risorse al sociale anzi aumentandole, stiamo cercando di portare funzioni centrali nelle periferie per farle risorgere da quella che diversamente rappresenterebbe una decadenza certa. Abbiamo riattivato il contatto telefonico diretto e il monitoraggio con le migliaia di anziani soli che era stato interrotto senza una ragione negli scorsi anni. Però hai ragione, non basta, e, con tutte le istituzioni dobbiamo immaginare nuovi sforzi. Parrocchie, comunità religiose e laiche, associazioni sportive e culturali, comitati spontanei: dobbiamo coinvolgere e sostenere tutti in un grande piano contro la solitudine. La solitudine è il male dei nostri tempi, il male vero, cioè quello da combattere per primo e con determinazione perché da la partono tante conseguenze negative. L'odio ostinato e irrazionale verso il diverso e qualsiasi cosa sia diversa, la cattiveria che fa recidere i legami invece che rafforzarli in combinata con la diffidenza, il lasciarsi andare e l'abbandonarsi a un destino di cui non si spera più di poter essere artefici. L'ossessione della sicurezza, che un dibattito nazionale ottuso utilizza per alimentare rancore invece che per sanare i problemi, ha anch'essa le sue radici e il suo carburante nella solitudine. La Padova che dobbiamo costruire parte dalle persone prima che dai muri e dalle grandi opere. Queste, pur necessarie, da sole non sono sufficienti. Immaginiamo strumenti di prossimità nuovi, dove non si parte dai bisogni di sopravvivenza e sussistenza delle persone più anziane e fragili ma anche e soprattutto da quelli che hanno a che fare con la loro felicità. Non solo pasti a domicilio, pulizie in casa e sostegni economici. Hai perfettamente ragione. E' tempo di immaginare come il pubblico si fa amico di queste persone per curarle anche nei loro affetti, nei loro passatemi, in ciò che amano fare o che vorrebbero fare ma non hanno mai potuto fare. E' una grande sfida ma un passo alla volta e con l'aiuto di tutti spero di poter contribuire a fare un buon lavoro che consegni a tutti una Padova dove il futuro non fa paura ma anzi è un terreno di speranza e nuove possibilità.

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