Fiom, la risposta del segretario agli industriali

«Siamo ben consapevoli che il sistema economico del Paese non si può fermare a tempo indefinito, ma siamo altrettanto certi che, anche per non compromettere la ripartenza, bisogna innanzitutto tutelare i lavoratori»

Antonio Silvestri, segretario generale Fiom Cgil Veneto, non le manda certo a dire. Decisamente insoddisfatto dell'azione del Governo sul fronte della risposta delle aziende all'emergenza Coronavirus . 

Basiti

«Dopo nemmeno una settimana in cui le attività non essenziali sono state sostanzialmente fermate dal decreto del Governo (anche se le oltre 11.000 comunicazioni di continuazione lavorativa pervenute ai Prefetti veneti corrono il rischio di far venir meno l’effetto di quel decreto)  assistiamo sorpresi alle esortazioni di esponenti politici in evidente ricerca della visibilità perduta e ad uscite piuttosto sgangherate di noti imprenditori veneti sulla necessità di una rapida riapertura delle attività.Basiti perché questi personaggi hanno rappresentato una realtà che non esiste, hanno confuso provvedimenti di salute pubblica con una sorta di esproprio proletario architettato dal sindacato e dal governo, alcuni sono arrivati a teorizzare una immaginifica “agenda privata volta a scombussolare il Paese” redatta dalla FIOM. Affermazioni che denotano una evidente mancanza di rispetto per quei lavoratori che in prima persona stanno subendo le due crisi: quella sanitaria e quella economica. Infatti, la prima l’hanno pagata e la stanno pagando in quanto esposti a condizioni lavorative che, in moltissimi casi, non garantivano loro la completa sicurezza dal contagio ed ora costretti all’incertezza occupazionale e ad un presente di cassa integrazione, in cui, è bene ricordare, la busta paga ammonta a circa 1000 euro al mese».

Crisi

«La FIOM sa bene che la situazione attuale è paragonabile, se non addirittura peggiore, alla grande crisi del 2008. Crisi che comportò la perdita di un quarto dell’occupazione metalmeccanica e i cui costi furono pagati interamente dai lavoratori. Siamo ben consapevoli che il sistema economico del Paese non si può fermare a tempo indefinito, ma siamo altrettanto certi che, anche per non compromettere la ripartenza, bisogna innanzitutto tutelare i lavoratori, garantendo loro la sicurezza che solo una sospensione delle attività non essenziali può oggi garantire. Per questo non permettiamo a nessuno di fare la caricatura del sindacato come invece è stato fatto da alcuni imprenditori.Garantire salute e continuità di reddito devono essere oggi la priorità, immaginando da subito le condizioni per una ripartenza da effettuarsi in completa sicurezza».

Aziende

«Le aziende, lamentando le difficoltà economiche causate dalla fermata, durante l’ultima audizione parlamentare hanno sostenuto che c’è la necessità di “evitare che in un momento di fortissima contrazione della liquidità, siano le imprese a dover far fronte alle anticipazioni per la corresponsione della cassa integrazione ai lavoratori”, cosa questa in parte recepita dal Governo visto che a differenza del passato è stato tolto la verifica della situazione economica sulle aziende che non anticipano il trattamento di cassa.  Ma siamo poi così sicuri che la condizione sia già oggi così difficile? La FIOM del Veneto ha commissionato un’indagine a Matteo Gaddi e Nadia Garbellini della Fondazione Claudio Sabattini sulla situazione finanziaria a breve delle aziende metalmeccaniche venete con oltre 50 dipendenti e, il quadro che ne emerge, al netto di situazioni specifiche di difficoltà, peraltro precedenti alla fase Covid-19, ci raccontano una realtà diversa».

Miliardi di Euro

«Secondo quello che emerge dallo studio, le risorse finanziarie immediatamente disponibili sono nell’ordine di oltre 3 miliardi di euro: questo dato smentirebbe l’indisponibilità dell’anticipazione del trattamento di cassa integrazione. Certo nei tempi medio lunghi il problema è reale, ma le risorse per garantire l’anticipo della Cigo ci sono tutte. Nonostante ciò molte aziende, in particolare quelle non sindacalizzate, insistono con l'intenzione di affidare il pagamento diretto all’INPS. Dal discorso pubblico, invece, manca un’adeguata discussione sul “come” si ripartirà. Quando le autorità sanitarie (che sono le uniche a stabilire l’opportunità o meno della ripresa, le sue tempistiche e modalità) daranno il via libera, come si riprenderà il lavoro? Con quale sicurezza? Sono sufficienti i provvedimenti fino ad ora intrapresi? Qualcosa sicuramente non ha funzionato se i numeri delle persone colpite del contagio nelle province maggiormente industrializzate in Veneto, sono quelli più rilevanti in termini di quantità».

Contagio

«Il tema dovrebbe diventare, piuttosto, il ripensamento dell’organizzazione del lavoro. Un’organizzazione che tenga conto veramente del rischio di contagio. Se non partirà una discussione vera, anche con i rappresentanti dei lavoratori, sul come si produce, il tema non sarà altro che prendere atto del rischio e conviverci. Il concetto di sicurezza sul lavoro è ben altro: attraverso la prevenzione si mira a superare completamente il rischio, non a conviverci, e questo, nella discussione pubblica degli imprenditori, manca completamente. Un’altra questione dirimente e non evitabile, che ugualmente manca in maniera drammatica è legata a quale tipo di economia e produzione immaginiamo nell’era del post virus».

Covid19

«L’uragano del Covid-19 si è abbattuto su un’economia italiana e su un’industria (anche quella metalmeccanica veneta) impoverita dagli anni della recessione e delle strette finanziarie, ma soprattutto dalla povertà di progettualità, carente di investimenti per quanto riguarda l’innovazione e la qualità del prodotto e, in larga parte, basata su prodotti poveri e su filiere in cui la competitività si esercitava soprattutto sul costo del lavoro».

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Scelte

«Sembra un secolo fa, ma solo fino a qualche mese fa, i temi all’ordine del giorno erano la riconversione ecologica e la rivoluzione tecnologica. Oggi, partendo dalle conseguenze della catastrofe che stiamo tutti affrontando, bisogna immaginare un’economia diversa, un modo di produrre e produzioni che siano compatibili con il mondo che ci circonda, anche prevedendo riconversioni su produzioni di beni fondamentali (appare impensabile che ad oggi in Italia manchino produzioni di beni essenziali per il contrasto al contagio). Di questo ci piacerebbe si discutesse, altro che dare spazio alle polemiche sterili a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi». 

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