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L'accademico dell'Università espulso da Smirne: «Sotto accusa il sostegno alla causa curda»

Abbiamo intervistato l'accademico dell'università espulso dalla Turchia per le sue attività in difesa dei diritti umani avrebbe dovuto partecipare a un convegno: «Chiunque si occupa della vicenda curda diventa un problema per le autorità»

Il professore Giuseppe Acconcia, docente di sociologia politica all'Università di Padova, era stato invitato a Smirne, in Turchia, per un convegno internazionale. L'agenda prevedeva incontri su diritti umani, giustizia e diritti politici. E com'è andata a finire, che le autorità locali, proprio calpestando questi tre principi hanno espulso il professor Giuseppe Acconcia, accademico e ricercatore che da anni si occupa di questi temi.

Kobane

Nel 2015, mesi dopo la vittoriosa resistenza nel nord della Siria dei curdi a Kobane, assediati dall'Isis per più di cento giorni e da tutti dati per spacciati, il professore si è recato insieme ad alcuni giornalisti come Riccardo Chartroux del Tg3, proprio in quella città. Kobane, che sta proprio di là del confine, dista pochissimi Km in linea d'aria da Soruc. E' tanto vicina che durante l'assedio del 2014 in tanti si recavano nella periferia sud della città per osservare e sostenere cosa stava accadendo lì. E proprio da Soruc, in Turchia quindi, che Acconcia partì insieme a Chartroux e tre giornalisti francesi alla volta di Kobane. Trattandosi di un territorio in guerra, può capitare di entrare illegalmente, perché la frontiera è sì militarizzata ma i curdi sanno come si fa. Non sono molti quelli che sono riusciti ad entrare durante l'assedio, magari per raccontare come stava davvero la situazione, ma anche dopo la liberazione dall'Isis non era affatto semplice. 

Diritti umani

Di Smirne il professro Acconcia ha di fatto visto solo l'aeroporto. Al convegno sui diritti umani, giustizia e diritti politici l'accademico dell'Università di Padova non c'è mai arrivato. «Sono arrivato all'aeroporto di Smirne e sono stato dirottato ad un controllo secondario, insieme ad un'altra ragazza. Lì altri controlli extra, fotocopiato documento, mi hanno scattato una serie di foto. Mi hanno fatto attendere fino a quando non sono stato portato in un altro ufficio per un interrogatorio più approfondito, in inglese con un'altra poliziotta rispetto a chi aveva eseguito i primi controlli». Il professore a quel punto capisce che gli sarebbe stato contestato proprio quel viaggio del 2015. Per le autorità turche scatta immediatamente l'espulsione nonostante siano trascorsi più di cinque anni dall'avvenimento precedente. «Eppure non c'è stato verso di redimere la questione. Ora dovremo avviare un procedimento per cancellarla», spiega il professor Acconcia che poi riprende il racconto:  «Mi hanno poi messo in un'altra stanza una cittadina tedesca in attesa di un volo per Colonia. Se fossi rimasto in Turchia mi avrebbero dovuto mettere in stato di fermo. Ma non volevano rimanessi lì. Alle 20.00 mi hanno portato in aereo e i mi documenti mi sono stati restituiti a Colonia al nostro arrivo». 

Accademici 

«Un episodio come questo non è raro per chi fa un certo tipo di attività e che riguarda centinaia di giornalisti, ricercatori, attivisti, turchi e internazionali che vengono fermati dalle autorità locali», evidenzia il professore. «Una rete di docenti ha firmato e promosso una petizione che si chiama "Accademici per la pace", per questo ora non possono tornare in Turchia. E se li lasciano rientrare gli viene impedito di svolgere la propria professione in Università». C'è un filo che lega tutti questi episodi. Questo tipo di atteggiamento infatti si riverbera su tutti i colori che hanno sostenuto la causa curda. «Ricordiamo - sottolinea il professor Acconcia - che la Turchia dopo lo spot della guerra in Ucraina ha bombardato nel Kurdistan siriano e iracheno. Poi non scordiamo che la ragazza uccisa in Iran dalla polizia morale e che ha di fatto scatenato le proteste, era curda anche lei. Chiunque si occupi della vicenda curda diventa un problema per le autorità iraniane e turche». Il professore ha assicurato che farà partire il procedimento legale che dovrebbe cancellare il suo bando dalla Turchia. Ma come lui sono tanti, anche avvocati e qualche reporter italiano, tra coloro che non possono metterci piede. «Si tratta di negare la parola e il confronto - spiega il professore - su un tema delicato come i diritti umani e questo atteggiamento evidenzia una volontà politica che mira a mettere il bavaglio su tutti coloto che chiedono spazi di libertà. Erdogan che si è mostrato come mediatore al mondo poi bombarda fuori dai suoi confini e nega la libertà a milioni di persone. Curde, soprattutto».  

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