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Domenica, 14 Aprile 2024
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All'Internato Ignoto la cerimonia per i militari deportati nei lager nazisti

In chiusura, il rettore del tempio, don Fabio Artusi ha benedetto le piccole lapidi, riportanti i nominativi degli ex internati militari deceduti, che saranno, successivamente, poste all’interno del tempio

Si è svolta nella mattinata di oggi, domenica 2 ottobre, al Tempio dell’Internato Ignoto la cerimonia per il 79esimo anniversario dell’internamento in ricordo degli internati militari italiani, deportati nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943.  

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Cerimonia

Sono intervenuti alla cerimonia il sindaco di Padova Sergio Giordani, il presidente dell'Associazione Nazionale Ex Internati - Federazione di Padova, generale Maurizio Lenzi e la la Presidente Nazionale dell'associazione nazionale ex internati dell'ANEI, Anna Maria Sambuco. In chiusura, il rettore del tempio, don Fabio Artusi ha benedetto le piccole lapidi, riportanti i nominativi degli ex internati militari deceduti, che saranno, successivamente, poste all’interno del tempio. Ecco il testo dell’intervento del sindaco Sergio Giordani: 

«Signore, signori, 

Saluto le autorità civili militari e religiose, i rappresentanti dell’associazione nazionale ex internati, le associazioni dei combattenti e reduci, le associazioni d’arma e tutti gli ospiti presenti. Un caloroso abbraccio ai parenti degli ex internati militari, che oggi sono qui per ricordare i loro congiunti, vittime della violenza nazifascista, e protagonisti di un capitolo ancora troppo poco conosciuto della nostra resistenza e della lotta per la libertà. 

Il Tempio Nazionale dell’Internato Ignoto qui davanti a voi custodisce e onora, incisi su piccole lapidi di marmo, il nome di tantissimi militari italiani internati  che sono deceduti in prigionia o morti dopo la liberazione per le violenze e le privazioni subite durante la detenzione. Accanto, nel Museo dell’Internamento, grazie ai documenti, ai reperti e alle ricostruzioni esposte possiamo farci una idea, che per forza di cose può essere solo molto parziale, delle terribili condizioni a cui questi uomini furono sottoposti. Sono testimonianze che fanno rabbrividire.  

Gli uomini che patirono queste violenze, circa 650.000 secondo gli studio più accurati, furono catturati dalle truppe naziste e internati in veri e propri campi di concentramento, dopo l’8 settembre del 1943. Questo avvenne in Italia ma soprattutto sui vari fronti guerra in Europa, nei Balcani, in Grecia. Molti altri, che rifiutarono di deporre le armi, caddero in combattimento o furono trucidati spesso in modo barbaro. La firma dell’Armistizio, aveva trasformato nel giro di 24 ore i nostri militari da alleati in pericolosi nemici. Ai nostri militari fatti prigionieri fu proposto di unirsi all’esercito tedesco – o nei mesi successivi aderire alla Repubblica di Salò – per  continuare a combattere fianco a fianco con nazisti e fascisti. La destinazione per chi rifiutava era il campo di prigionia ma ad accettare furono in pochissimi. Chi rifiutò di schierarsi con i tedeschi fu internato  nei lager nazisti, non come prigioniero di guerra, ma con lo status mai utilizzato prima di IMI, Internati Militari Italiani, e in violazione di tutte le convenzioni internazionali. 

Questi uomini decisero di resistere, in nome della dignità e della libertà andando incontro a una prigionia che fu molto simile per le condizioni di vita  a quella ì dei più noti campi di sterminio. Molti di loro furono costretti al lavoro obbligato in condizioni durissime ma rifiutarono più volte di aderire al nazifascismo in cambio della liberazione pur sapendo che questo poteva costare loro la vita. Ognuno di loro, ha una storia che varrebbe la pena raccontare. Invece una volta finita la guerra su questa pagina della nostra storia è calato un silenzio che solo l’impegno dell’Associazione Nazionale Ex Internati, e dei parenti dei militari internati  ha via via rotto permettendo di conoscere e apprezzare il valore e la dignità di questa resistenza senz’armi. 

Sono passati 79 anni da quei terribili giorni e pensavamo di non dover più leggere di guerre, di prigionieri, di deportazioni. Pensavamo che la storia del ‘900 ci avesse fatto capire quanto assurda è la guerra, con il suo carico di morte e violenza. Invece in questi mesi l’invasione da parte della Federazione Russa dell’Ucraina, riporta sulle prime pagine di giornali e televisioni notizie che non avremmo mai più voluto sentire. E quanto accade qui alle porte d’Europa ci deve far riflettere che la libertà una volta ottenuta, non è assicurata per sempre e bisogna essere attenti affinchè non si creino le condizioni che la mettono in pericolo.  

Facciamo in modo che prevalga sempre il dialogo e il confronto, che  non debba accadere ancora una volta che un popolo come quello ucraino debba nuovamente prendere le armi per difendere  e liberare il proprio paese. Conoscere la storia, sapere che la guerra porta violenza, dolore e lutto  senza distinzione tra chi sta dalla parte della ragione e chi da quella del torto è utile per non ricadere negli errori del passato. Oggi quindi rivolgiamo ai nostri militari che hanno accettato la prigionia in nome della giustizia e della libertà, una riflessione e un ringraziamento. Loro non hanno avuto dubbi da quale parte schierarsi. 

Il loro esempio non sia dimenticato».  

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