“Cara mamma": la lettera del 12enne Mauro a Rita, ammalatasi di Coronavirus

La commovente lettera è indirizzata alla dottoressa Rita Marchi, pneumologa e responsabile dell’area semi-intensiva del Covid Hospital di Schiavonia: l'Ulss 6 Euganea la propone per ringraziare i suoi 8mila dipendenti e i loro familiari, che ogni giorno li aspettano a casa

Mauro abbraccia mamma Rita in una foto d'archivio al mare

Era la fine di marzo quando alla dottoressa Rita Marchi, pneumologa e responsabile dell’area semi-intensiva del Covid Hospital di Schiavonia, venne diagnosticato il Coronavirus. Due settimane di ricovero ospedaliero, la convalescenza, poi il ricongiungimento con la sua famiglia e con suo figlio Mauro. In occasione del primo maggio, Festa dei Lavoratori, l’Ulss 6 Euganea sceglie di dare voce a Mauro, preso a simbolo di tutti i familiari degli 7.975 dipendenti dell’Ulss 6 che ogni giorno li aspettano, con trepidazione, a casa. Il senso dell’attesa, la paura della malattia e la felicità del ritrovarsi, nelle parole del giovanissimo Mauro. E un grazie - quello scandito dall’Ulss Euganea - “formato famiglia”.

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La lettera

Questa la lettera di Mauro alla madre: “Cara mamma, la situazione che stiamo vivendo e che abbiamo vissuto in questi due mesi non è il massimo. I continui spostamenti e traslochi, tu che sei andata a vivere a Monselice perche volevi essere vicina al nuovo ospedale di Schiavonia dove eri andata a lavorare: diciamo che non è il modo ideale di passare il tempo. Dalla notizia che ha stravolto il mio modo di vivere è passato circa un mese e mezzo, tu eri ancora a Schiavonia ed io ero a casa con la zia. Erano circa le sei di sera e come ogni giorno stavo giocando ai videogiochi con i miei amici di scuola, quando zia con la sua solita calma ha iniziato a urlarmi di venire da lei, quindi ho appoggiato le mie sproporzionate cuffie e con tono scocciato sono andato a vedere che cosa stesse succedendo. Mi ha fatto sedere sul letto e mi ha detto che a mamma avevano riscontrato il Covid-19 e che presto mi sarei trasferito a casa sua. Per non sembrare il solito bambino che al minimo accenno si mette a piangere mi sono tenuto tutto dentro e sono tornato a giocare come se nulla fosse anche se in realtà qualche lacrima sul viso ce l’avevo. Quattro giorni dopo mi sono dovuto trasferire a casa di zia: ero diventato ingestibile, ogni scusa era buona per arrabbiarmi e correre in camera sbattendo la porta. Ti vedevo però sempre sorridente in videochiamata quando eri ricoverata, e riuscivo a visualizzare le flebo anche se tu cercavi di non inquadrarle. Sembravi una buffa imitazione di Roberto Benigni ne “La Vita è bella”, la differenza però era che purtroppo ascoltavo i notiziari e leggevo di tutte le morti degli operatori sanitari e mi sembrava impossibile che ti fossi ammalata proprio tu. E poi una mattina l’ambulanza ti ha portato a casa: anche lì mamma-Benigni cercava da lontano di rassicurami, ma i volontari della Croce Verde così tutti bardati non erano tanto rassicuranti, e lì forse ho capito che eri malata sul serio. Ci siamo persi i festeggiamenti di Pasqua e il tuo compleanno, ma in fondo la carbonara e il tiramisù che ho lasciato davanti alla porta del nostro appartamento ti hanno fatto compagnia. Poi ci siamo visti, tu in terrazzo e io in giardino, e… ormai sono un adolescente e le mamme non si devono abbracciare tutti i giorni. Ma se sono riuscito a superare quel circolo vizioso lo devo ai miei amici che mi videochiamavano, come Matilde, Sofia e Caterina, per sapere come stavo. E io non lo capivo come stavo, ecco perche quando sono tornato nel nostro appartamento, una volta che i tamponi erano negativi, ho pianto per due ore: finalmente le ansie e le paure le riuscivo a vivere senza fare il piccolo uomo, come mi definivi al telefono. Ora che sono a casa con te mi fa strano non vederti con il camice in un qualunque reparto, quindi lancio un appello ai tuoi Capi: per favore riprendetevela che ormai a casa ha già dato, non sa cucinare, mi fa studiare, devo tentare di allenarla un po’ perché si sente sempre stanca. Vorrei concludere questa lettera con questa foto al mare di qualche anno fa, ovviamente scelta da me e dire a tutti i figli dei tuoi colleghi, degli infermieri e di tutto il personale ospedaliero che i veri eroi siamo noi che vi aspettiamo ogni giorno a casa e ci preoccupiamo per voi. Però in fondo in fondo siamo tanto, tanto orgogliosi di voi. Ciao. Mauro”.

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