Crisanti smentisce Zaia: «Il modello Veneto è merito dell'Università di Padova»

Sull'onda delle affermazioni rilasciate alla stampa nazionale dal Presidente Luca Zaia a Vo', che in pratica si è preso tutto il merito delle iniziative prese per contrastare il virus, la ferma risposta del professor Crisanti

Martedì 15 settembre al parco Prandina la candidata Elena Ostanel ha incontrato il Professor Andrea Crisanti. Non è mancata, chiaramente, l’occasione per parlare del Coronavirus e di quello che è successo da prima a Vo’, ma poi in tutta Italia e, soprattutto, delle scelte che hanno portato al “modello veneto”. Questo anche sull'onda delle affermazioni rilasciate alla stampa nazionale dal Presidente Luca Zaia a Vo', che in pratica si è preso tutto il merito delle iniziative prese per contrastare il virus. 

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Il professor Crisanti, invitato dalla candidata padovana de Il Veneto che vogliamo, Elena Ostanel, stimolato sull'argomento ha avuto l'occasione di ripercorrere quei giorni: «Premetto che io la notte del 22 e del 23 non ero in Italia ma in volo per l’Australia. Il 22 notte viene fatta la diagnosi all’ospedale di Schiavonia che una persona che abitava appunto a Vo’ è morta per polmonite interstiziale dovuta al Coronavirus. A questo punto il Ministero chiede che venga fatta la zona rossa a Vo’ e a questo punto ci si chiede che cosa bisogna fare nell’ospedale di Schiavonia. Dopo una lunga discussione viene deciso che l’ospedale di Schiavonia dovrebbe essere chiuso. A questo punto ci si pone il problema di verificare che le persone dell’ospedale, visto che la persona che poi è deceduta  era rimasta lì per diversi giorni, siano tutti quanti negativi, perché altrimenti si trasferiscono ad altri ospedali e infettano altri ospedali. E lì, viene in qualche modo deciso di fare il tampone a tutte le persone dell’ospedale di Schiavonia e a quel punto, effettivamente è vero , Zaia propone di fare il tampone a tutti gli abitanti di Vo’. Però fare il tampone a tutti gli abitanti di Vo’ senza comprendere e utilizzare i risultati per combattere l’epidemia è un elemento assestante che non ha nessun impatto».

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«Faccio un esempio: quattro giorni dopo - continua il professore - c’è il focolaio a Limena e non viene fatto assolutamente nulla. L’ospedale di Treviso si infetta con decine e decine di casi ogni giorno, l’ospedale di Treviso non viene chiuso, non viene testato nessuno. C’è un focolaio grandissimo a Venezia e il Carnevale continua fino alla vigilia del martedì grasso. È chiaro che questa è una decisione improntata esclusivamente dal panico, senza nessuna visione globale su come dovrebbe essere utilizzata. I risultati del tamponamento di Vo’ erano sotto gli occhi di tutti il 27 febbraio e c’era una cosa che spiccava su tutti: che c’era il 3% delle persone infette».

Tamponi

«C’era il 3% delle persone infette e all’epoca si sapeva perfettamente che il virus, adesso devo usare questo termine R0 che vuol dire la capacità riproduttiva del virus, era 3.6 e il virus c’ha un tempo replicazione di 5 giorni, questo significa che se c’hai il 3% dopo 5 giorni c’hai il 9%, dopo altri 5 giorni c’hai il 27%. Allora c’è da chiedersi: ma se questa era una decisione di infornata, una decisione di strategia, sapendo che dopo 10 giorni in una situazione del genere arrivi al 27%, cosa che puntualmente è accaduta a Bergamo, ma perché lasci il focolaio di Limena andare avanti senza nessuna azione di contrasto? Quello di Treviso e poi irresponsabilmente il focolaio di Venezia con il Carnevale e tutte le possibilità di contagio e spargere per tutta Italia. Sicuramente il governatore Zaia ha ordinato il tamponamento a Vo’, ma non ha preso nessuna decisione coerente successivamente e non ha utilizzato i dati di quel tamponamento. La storia è cambiata quando noi gli abbiamo telefonato il 28 spiegandogli che involontariamente aveva creato una situazione epidemiologica unica, che consentiva una volta per tutte di capire la dinamica dell’infezione e abbiamo chiesto che venisse fatto un secondo tamponamento».

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«Da quel secondo tamponamento è scaturito che c’era un’elevatissima percentuale di asintomatici che non solo erano asintomatici, avevano una carica virale simile a quella dei sintomatici, e trasmettevano. È lì che è nato il “modello veneto” e, badate bene sta su tutte le televisioni, il governatore Zaia tre settimane fa ha chiesto “Spiegatemi cosa fanno gli asintomatici”. Significa non aver capito nulla della lezione di Vo’ e dei  risultati che ne sono emersi. […] Il contributo dell’Università di Padova che ha capito che era stata creata una situazione unica e che ha analizzato i dati, ha proposto un modello completamente diverso per affrontare l’epidemia. Il 17 marzo noi abbiamo presentato un piano all’Assessore Lorenzin chiamato “Sorveglianza massiva” che prevedeva il potenziamento di tutte le aziende sanitarie del Veneto nel  fare tamponi e prevedeva un’azione di sorveglianza attiva per tutta una serie di  persone che potevano essere esposte. Piano che è stato puntualmente approvato la sera stessa del 17 marzo. Quindi il famoso piano tamponi della Regione Veneto si chiama “Piano sorveglianza attiva” approvato il giorno 17 marzo sotto la proposta dell’Università».

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