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Dopo il Covid, la nuova battaglia di Andrea Pennacchi: «Apriamo i teatri subito»

Sulla guarigione: «Oggi apprezzo di più le cose semplici, mi pare buona perfino l'acqua». Sulla crisi del settore: «Se ne facciamo una questione di economia non capisco perché i teatri siano pericolosi e i negozi di armadi svedesi invece luoghi sicuri»

«Quattro giorni di febbre, svenimenti e poi il ricovero. Da semi intensiva al reparto di terapia intensiva il passaggio è stato rapido. Sono rimasto intubato cinque giorni e poi via via ne sono uscito». E’ passato un mese dal ritorno a casa di Andrea Pennacchi, anche se non ancora al cento per cento, «ci sono dei momenti in cui devo assolutamente fermarmi perché mi sento stanco. Ma nel complesso mi sento bene». Ha già ripreso il suo posto a Propaganda Live su La 7 anche se ha dovuto rinunciare a diverse opportunità, soprattutto nell'ambito del cinema. «Mi scrivevano per propormi lavori e io ero ricoverato. In fondo sono anche fortunato rispetto ad altri».

Acqua

«Sai, dopo un’esperienza così alcune cose cambiano. E’ vero che si torna ad apprezzare le cose semplici. Oggi quando fa freddo mi godo il freddo e quando fa caldo mi godo il caldo, quando bevo un bicchiere d’acqua mi stupisco di quanto sia buona». Non avendo detto Prosecco, questa da la misura di quanto sia stata dura l’esperienza, scherziamo con lui: «Tu ridi - risponde lasciandosi andare in dialetto volutamente stretto -  è grazie a chi mi ha curato che oggi possiamo riderci su. E non chiamiamoli eroi, però sono semplicemente fantastici. Ti senti in buone mani, è una sensazione che fa bene quando sei ricoverato avere medici che garantiscono anche una umanità, una gentilezza pari solo alla loro preparazione e professionalità. Non finirò mai di ringraziarli abbastanza».

Armadi svedesi

Andrea Pennacchi, le cui condizioni di salute a cavallo di Natale e inizio anno hanno davvero fatto spaventare i suoi familiari e i suoi amici, oggi rivendica le posizioni dei tanti lavoratori del mondo spettacolo, non solo gli artisti chiedendo la riapertura dei teatri aderendo alla giornata di mobilitazione nazionale sul tema. E non c’è contraddizione in questo, anzi. «Se ne facciamo una questione di economia non capisco perché i teatri siano pericolosi e i negozi di armadi svedesi invece luoghi sicuri… io non sto parlando per me, perché magari ho la fortuna di lavorare anche fuori dal teatro. Io posso anche non andarci a teatro, e sapete quanto lo amo. Per quanto mi riguarda aspetto il vaccino, voglio tornare su un palco senza timori per la salute, ma io parlo in generale».

Vite

Pennacchi vuol essere chiaro su questo, c’è tutto un mondo fatto di persone e quindi famiglie, che vive di spettacoli e teatro: «Sono lavoratori, quelli del mondo dello spettacolo, che sono da sempre considerati marginali o non meglio riconosciuti. Una visione piccola rispetto al mondo reale. Nodi irrisolti nel passato che si ripercuotono oggi. La pandemia ha messo in evidenza i limiti di un mondo che non è mai stato riconosciuto più che sostenuto. Pensiamo ai piccoli teatri e quelle realtà che ora non reggono più. Sarebbe stupido e sciocco dire apriamo i teatri, ma queste realtà vanno sostenute. Non possiamo fare finta siano invisibili». La cronaca di questi giorni da l’idea del dramma che in tanti stanno vivendo: «Stiamo leggendo di vicende drammatiche, operatori che si suicidano, persone che si indebitano e vanno in difficoltà. Non si può fare finta di nulla. C’è un sacco di gente che vive di questa attività. La maggior parte paga le tasse e agisce in regola eppure sono dimenticati. Non si può stare zitti di fronte a questo».

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