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Sport e pregiudizi: il racconto del free styler fermato in via Umberto I

Fermato il 25 aprile dalla Polizia Locale, il free styler spiega da cosa nasce il fraintendimento che ha generato il caso del suo arresto

«Era il 25 aprile, il giorno della festa della Liberazione dal nazifascismo», dice proprio così, Smgp, che chiameremo con le iniziali del suo nome. «Io stavo praticando la mia disciplina, che è uno sport riconosciuto. Figurati che è stato inserito tra gli sport olimpici. Davvero - insiste per convincerci - il Comitato Olimpico Internazionale ha inserito nel programma di Tokyo 2020 le discipline del Madison e del BMX Freestyle Park».

BMX

Camerunese di 28 anni, da cinque in è Italia. Padre di un figlio, lavoratore e sportivo, se ne è andato dal suo Paese per via di Boko Haram, la versione africana dell’Isis. Era un po’ che si insisteva per intervistarlo, sentire la sua versione dei fatti e sapere cosa fosse successo dal suo punto di vista quel fatidico sabato in cui è stato fermato con la sua strana bici Bmx in via Umberto I. Tanto si è scritto ma la sua versione non si è mai sentita. Lo incontriamo in Prato della Valle. «Pratico questo sport da quando ho diciotto anni. Non sono uno competitivo, mi alleno solo per piacere. Mi piace tantissimo. Quel giorno mi stavo allenando come tante altre volte. Siamo in tanti a trovarci qui in Prato della Valle che amiamo queste discipline». Ce lo dice indicandoci dei ragazzi che hanno lo stesso tipo di bicicletta che oggettivamente è un po’ particolare. Sono bici da un migliaio di euro, diverse da quelle che hanno preso piede negli anni ottanta, dove gli appassionati ai modelli originali aggiungono una serie di modifiche. «Sai quante volte sono stato fermato con la mia bici? Costa circa un migliaio di euro, è facile pensare, vedendo un nero, che sia rubata». Dice proprio così. Gli chiediamo perché: «Scattano subito i pregiudizi, inutile negarlo. Infatti mi hanno fermato diverse volte in bici». Poi sorride e aggiunge: «In realtà il periodo record in cui sono stato fermato più volte è stato quando ero appena arrivato. Avevo i dreadlocks, i capelli rasta. Un giorno è capitato sei volte. Dopo poco ho tagliato i capelli e la situazione è migliorata».

Fermo

Parla tutto di un fiato, non serve quasi fare domande anche perché si esprime molto bene italiano. «Ho letto tante cose inesatte sui giornali dopo quell’episodio, tante cose non vere. Ma ho preferito non parlare anche perché questa esperienza mi ha davvero condizionato. Sono uscito con la bici la prima volta qualche giorno fa, non l’ho più toccata dopo quella volta». Gli chiediamo di spiegarci meglio la dinamica dell’accaduto: «Io stavo passando, mi stavo allenando, praticando una disciplina sportiva. Non ero obbligato a portare la mascherina. L’agente, uno solo per la verità, mi ha fermato con un braccio sul petto. Mi si è proprio parato di fronte all’improvviso e ha cominciato a dirmi che non avevo la mascherina e a chiedermi un documento. Ho cercato di spiegarmi, ho chiesto perché mi avesse fermato. Lui mi ha detto a quel punto che stavo facendo resistenza. Una situazione assurda. Io continuavo a cercare di spiegarmi. Lui invece ha chiamato i rinforzi ma a dire il vero i suoi colleghi quando sono arrivati non è che si sono proprio impegnati per arrestarmi. Solo lui insisteva e voleva ammanettarmi e arrestarmi per resistenza. Io davvero non capivo cosa stava capitando. Non ne capivo la logica. Stavo solo facendo sport».

Diritti

Prende fiato e poi riprende, ma si sente che non è stata una esperienza facile: «Io sapevo che bastava fare una verifica sul mio nome e si chiariva immediatamente tutto, così mi sono avvicinato verso un agente che mi sembrava evidentemente più disponibile. E’ non è vero che in quel momento ero senza documenti. Volevo solo capire perché me li stava chiedendo. Così volevo farmi dare una penna per scrivere bene il mio nome agli agenti, sono straniero so che non sempre i nostri nomi vengono compresi. In quel momento quello che mi aveva fermato mi ha preso e sbattuto come si vede anche nei video. I giornali hanno scritto che stavo scappando ma invece stavo solo avvicinandomi a un poliziotto. Non ho mai pensato di scappare ma ovvio che ho cercato di divincolarmi quando mi sono sentito mettere addosso le manette. A quel punto mi hanno portato alla stazione della Polizia Locale all’Arcella per fare la registrazione. Ma nessuno degli agenti che ho incontrato era molto convinto di quanto stava accadendo. Alla fine, quando finalmente mi hanno lasciato andare, mi hanno anche offerto di medicarmi le ferite che mi ero procurato durante questo assurdo fermo. Io ho preferito di no, volevo solo andarmene». E la bici? «Me l’hanno data dove mi trovavo». Certo che la bici ha delle controindicazioni stando a quello che ci dice, così gli chiediamo se non fosse meglio giocare a pallone: «L’ho fatto fino a due anni fa, giocavo in una squadra di Mortise» risponde serio. «Io ci tengo a dire che le cose non sono andate come la maggior parte della stampa ha riportato. Non si comprende che cosa comporti una esperienza così. L’arresto, la cella anche se per poche ore. Prima durezza poi massima disponibilità prima del rilascio. Non si poteva averla prima? Non si poteva parlare, spiegarsi e uscire da un equivoco ed evitare una scena che non ha fatto bene a nessuno?».

Pregiudizi

Gli chiediamo se si sente di vittima di un atteggiamento razzista: «Di pregiudizi», risponde sicuro. Farai denuncia? So che hai un referto medico che mostra le ferite alle braccia, alla testa e al collo, gli chiediamo: «Ho letto sui giornali che la Procura ha già dichiarato che il comportamento dell'agente è regolare. Non vado in cerca di guai io. A me non importa di denunciare nessuno o di andare in tribunale. A me importa poter praticare lo sport che amo, su una bici che ho comprato lavorando. Mi importa di mio figlio e della mia compagna. Mi ha fatto molto male questa esperienza. Sentirsi giudicato senza neppure poter spiegare. E’ una violenza più grande dei graffi e delle botte. I primi spariscono, ma il disagio e la sensazione di ingiustizia prevalgono. Io ho solo bisogno che si sappia che non mi sono comportato male. Volevo solo praticare il mio sport che è la cosa che amo più fare. Non capisco perché, io lavoro in regola da quando sono arrivato in pratica, per le tasse sono considerato un cittadino italiano mentre se faccio sport o una qualsiasi altra attività invece sono un soggetto potenzialmente pericoloso perché sono nero e per di più una mia richiesta di spiegazione possa essere capovolto fino a diventare offesa. Il pregiudizio è duro da mandare via».

Famiglie

Da notare che, durante l’inverno scorso, alcuni sindaci tra cui il primo cittadino di Montegrotto Terme, Riccardo Mortandello e lo stesso sindaco di Padova, Sergio Giordani, hanno incontrato dei genitori, italiani, con i loro figli adottivi provenienti da Paesi stranieri, che sono stati più volte fermati dalle forze dell'ordine, senza apparente motivo. Tutti negano che sia per il colore della pelle dei ragazzi, ma  non capita tutti i giorni di essere invitati dai propri sindaci se non si trattasse di qualcosa di serio. Non siamo a Minneapolis, questo è certo, ma sottovalutare che ci sia una sottocultura che vede i neri subire maggiori pregiudizi non si può negare.

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