Logistica e diritti: Alì e Tigotà, niente accordi con Adl Cobas

Tigotà rifiuta riconoscimento passaggio di livello, dopo dieci anni, per lavoratori logistica. Il sindacalista Boetto: «Scelta politica, non economica. Alì e Tigotà prediligono sindacati che praticano tutela individuale a quella collettiva»

Il lockdown per i lavoratori della logistica non c’è mai stato. Hanno sempre lavorato per garantire che i generi di utilizzo comune fossero sempre presenti nei punti vendita. Questa settimana, ai magazzini che riforniscono Alì e quelli di Tigotà, entrambi in zona industriale, proprio i lavoratori della logistica iscritti ad Adl Cobas hanno organizzato blocchi, assemblee e scioperi. Questa tipologia di lavoratori, questo tipo di figure, sono al centro di vertenze sindacali da parecchi anni. E’ stata dura ottenere contratti e riconoscimenti, ADL Cobas si è parecchio distinta in questo tipo di battaglie, non solo nel padovano. Sottolinea il sindacalista Marco Zanotto, parlando nel caso specifico delle mobilitazioni e dei blocchi avvenuti nel magazzino di Via Olanda nella zona industriale di Padova: «Questi lavoratori sono diventati dipendenti di Alì perché fino al1 giugno di quest’anno erano ancora al servizio di società appaltatrici. In questi anni di lotte abbiamo smascherato situazioni di evidente e riconosciuta illegalità tanto che poi l’azienda ha scelto di non servirsi più da cooperative ma di assumerli direttamente. Dal momento però che i lavoratori hanno indicato come sindacato il nostro, con metodi intimidatori, cambiando turni e inviando lettere di trasferta, stanno facendo pressioni affinché desistano dalla scelta di continuare a farsi rappresentare da noi. E’ evidente che Alì non ci vuole come presenza sindacale nella sua azienda».

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Ma Zanotto è ancora più categorico: «Il nostro è evidentemente un sindacato scomodo per Alì, che non ci vuole riconoscere, perché da un lato probabilmente c’è l’idea di poter imporre qualsiasi cosa ai lavoratori. Poi mettiamoci che siamo noi che abbiamo fatto venire alla luce irregolarità e illegalità nella gestione di quelle cooperative, che però costavano certo meno alla committenza». 

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Con Tigotà il tavolo della trattativa si è aperto a fronte di una richiesta che appare assolutamente legittima. Uno scatto di livello per  i lavoratori a fronte di un’anzianità di servizio di dieci anni. Al tavolo con l’azienda si è seduto la voce più esperta del sindacato di base, Gianni Boetto. Nel primo pomeriggio di giovedì 11 giugno si è svolto l’ennesimo incontro dopo una settimana di blocchi e proteste: «Risposta negativa dopo una settimana di tensioni, hanno detto che anche la proposta di passaggio di livello dopo dieci anni non è stata accettata.  È chiaro che c’è un veto a un qualsiasi accordo con noi. Domani avremo un’assemblea in cui decideremo come proseguiremo la lotta. La questione è evidente non è economica ma politica». Ci saranno altri scioperi? «Domani si lavoro, lotta non è solo mettersi fuori dal cancello, si può essere creativi e trovare le modalità per fare ugualmente male al padrone senza far sì che a rimetterci sia sempre il lavoratore». Boetto, se la questione non è economica, qual’è il problema vero, secondo lei? «La questione non può essere economica, basta vedere gli utili degli ultimi anni. E Tigotà non ha certo un calo visto che sono rimasti sempre aperti durante il lockdown. Certo, magari hanno venduto più prodotti per l’igiene che profumi, ma cambia poco. E’ chiaro invece che è meglio mantenere rapporti con forze sindacali che non vanno oltre contratto nazionale e che si affidano più a un rapporto di tutela personale che collettivo. Noi pensiamo ai lavoratori, loro - li definisce proprio così - solo ai loro affiliati. Ed è chiaro che questo per l’azienda è preferibile». 

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