Padova e gli anni '70. Gli "autonomi": «Ora quella storia ve la raccontiamo noi»

Esce il 30 gennaio "Gli Autonomi - storia dei collettivi politici veneti per il potere operaio». Scritto dai fratelli Despali, assoluti protagonisti di quella vicenda, per la prima volta accettano di farsi intervistare. Una pagina della storia della città con cui si fatica a chiudere i conti

Un momento dell'intervista nell'illustrazione del disegnatore Claudio Calia

Giacomo e Piero Despali sono due fratelli sulla soglia dei settant’anni. I due non si parlavano da trenta. I loro nomi ai più diranno poco o nulla, ma hanno contribuito a scrivere una pagina di storia sempre molto discussa ma mai raccontata dai protagonisti di quei giorni. Una pagina per molti controversa e piena di ombre, che copre il periodo che va da metà anni settanta fino ai primi ottanta con l’intervento della magistratura. Una pagina che “gli sconfitti” avevano sempre lasciato in bianco e che ora hanno riempito tanto da farne un libro, in uscita il 30 gennaio edito da Derive e Approdi. 

Padova e gli anni '70: affinità e divergenze tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse

Terrorismo e Wikipedia

Se si va ad esempio sulla pagina di wikipedia, la voce “collettivi politici per il potere operaio” è catalogata come gruppo terroristico. Se è come dice l’enciclopedia online, quelli che stiamo intervistando sono due ex terroristi? «Ha colpito molto anche me trovare quel tipo di definizione la prima volta che l’ho cercata - racconta Giacomo, il più grande dei due - quindi vuol dire che è tempo che si racconti in prima persona chi eravamo, cosa abbiamo fatto e riportare a galla l’atmosfera, le situazioni e le motivazioni dell’epoca, oltre che la repressione, le persecuzioni giudiziarie e i morti». Prende fiato e aggiunge: «Terrorismo è uccidere indiscriminatamente, terrorismo sono le stragi: le bombe sui treni Italicus o quella alla stazione di Bologna o alla Banca dell’Agricoltura. Quello è stato terrorismo». Lo spiega con calma, prendendosi il suo tempo, Giacomo. Lo farà per tutto il corso di questa intervista, circa quattro ore di risposte e spiegazioni molto dettagliate che vista la complessità del tema e la vastità di informazioni raccolte abbiamo deciso di dividere in due parti, questa la prima. «Se lo fossimo stati - prosegue Giacomo - terroristi, saremmo stati isolati, cosa che proprio non era. Agivamo in un contesto sociale ampissimo, come era l’area della sinistra del tempo. Certo, eravamo consapevoli che ci sarebbe stata la ferma risposta delle istituzioni e anche la repressione, che puntualmente è arrivata, ma erano in tanti ad essere coinvolti in questo percorso che al tempo sembrava possibile. Il contesto internazionale del tempo ci autorizzava a farlo. Se il Veneto è una regione in cui vige lo strapotere della Democrazia Cristiana, nel mondo c’è l’Unione Sovietica, la Cina di Mao, Cuba con Castro. Agli  inizi degli anni Settanta si respirava questa atmosfera tra chi si sente militante rivoluzionario per il comunismo». 

Logica collegiale

Voi non avevate dei capi a differenza di altre organizzazioni: «All’interno dei collettivi c’erano quelli con più responsabilità e quindi più esposti a rischi e quelli meno». Voi facevate certamente parte della prima categoria, ma è troppo semplicistico dire che siete voi che avete dato vita alla stagione degli “autonomi” ? «Noi siamo tra i tanti», risponde secco Giacomo. Quindi sì, rilanciamo: «La logica della leadership non ci apparteneva, un altro conto - interviene Piero - è invece assumersi delle responsabilità. Noi le abbiamo avute, maggiori e a volte più di altri, ma sempre dentro una dinamica collegiale, di condivisione di un punto di vista. Non c’era un capo, non ne avevamo bisogno». Poi fa notare: «Basta dire che per noi l’egualitarismo era una battaglia che portavamo nella società, ma concetti ad esempio come l’uguaglianza tra uomo e donna al nostro interno erano un dato già acquisito».

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Come vi definireste? «Noi eravamo dei militanti rivoluzionari, molto scolarizzati. L’elemento fondamentale, per quanto riguarda il nostro percorso, è una soggettività pur giovane, che ha un alto tasso di istruzione. A quel tempo accedere agli studi era facile e anche l’Università non costava. I percorsi e le proposte formative erano molto vari. C’erano i seminari di professori come Negri, Ferrari Bravo e Bologna. La qualità di chi ci formava era di un certo livello. L’Università attirava giovani da tutta Italia. Poi però nelle università c’erano anche docenti e militanti fascisti. Erano tanti in città». In quegli anni vi scontravate nelle strade: «Sì - interviene Giacomo - ma non ci abbiamo messo molto a relegarli in via Zabarella, mentre prima giravano indisturbati in tutta la città. A quel punto l’unico luogo sicuro era la sede del MSI, che si trovava proprio in quella via. E questo tipo di percorso si vedeva. Alcuni compagni erano stati aggrediti così sono nate delle ronde che sono passate dall’intervenire in aiuto al prevenire il problema, in poco tempo». Eravate tanti, non certo una realtà marginale: «Non era un discorso solo numerico, noi vivevamo la città e il territorio. Ne eravamo parte integrante. Per questo non abbiamo mai voluto scegliere la clandestinità, perché volevamo vivere alla luce del sole la felicità del cambiamento che vivevamo o che comunque auspicavamo. Questo fino a che non è nata l’inchiesta Calogero col suo teorema. Non eravamo in un ghetto, dietro c’era un humus sociale e culturale che coinvolgeva tutti gli strati sociali della città. I ceti di provenienza erano variegati. La città era coinvolta, c’era un radicamento vero, sociale. Per questo abbiamo tenuto anche sul piano processuale, al contrario di realtà analoghe in altre città. Perché siamo rimasti uniti. Nell’epoca del pentitismo e della dissociazione, gli strumenti che lo Stato usava per colpire i movimenti, noi non abbiamo scelto né l’una e neppure l’altra». I Despali hanno passato gli ultimi due anni e mezzo a rileggere tutti gli atti dell’inchiesta del giudice Calogero, compresi gli interrogatori.

Il giudice Calogero

«Per Calogero è stato fondamentale l’aiuto con testimoni e strumenti politici della federazione di via Beato Pellegrino del PCI. Per quel partito è intollerabile la presenza di qualsiasi realtà che stia alla sua sinistra. Il PCI è dal ’68 che faceva fatica a leggere la realtà delle fabbriche e men che meno le istanze giovanili. Per loro eravamo quindi una grana». E Calogero? «Lo convincono che Padova è “la centrale” che mette in pericolo la democrazia. Lui ci crede con un atteggiamento direi fanatico. In quella fase politica in città il radicamento dei collettivi politici e del movimento rivoluzionario era molto forte. Sono gli anni in cui il partito di Berlinguer lavora per mettere in atto il compromesso storico». Lo racconta tutto di un fiato: «E’ anche da Padova che parte la voce che i telefonisti delle BR che parlano con la famiglia di Aldo Moro fossero il giornalista de l’Espresso Pino Nicotri e il professor Toni Negri. La voce di Negri è inconfondibile, impossibile confondere lui con qualcun altro o viceversa». E chi dice di riconoscere queste voci e le distingue? «Un assistente di matematica a Ingegneria, Renato Troilo che del PCI faceva parte, dice di riconoscere la voce di Pino Nicotri, cosa che non è assolutamente vera». Poi Piero Despali,  fa un passo indietro: «Nel 1976 Calogero processa trentatre fascisti a Padova e alcuni di noi, forse con un po’ di leggerezza, chiamati a testimoniare contro gli imputati, ci vanno. E’ nella logica che contro i fascisti vale tutto - sottolinea con un sorriso sarcastico ma non troppo compiaciuto - così Calogero comincia a raccogliere informazioni su di noi e allo stesso tempo si costruisce una certa fama». 

La CIA

Però voi sorridete quando si accenna a teorie su complotti e "grandi vecchi" che dirigono masse e sistemi: «Magari ci fosse stata una grande organizzazione alle spalle, magari internazionale - scoppia in una grande risata Giacomo - invece non è affatto così. E vale lo stesso per la nostra vicenda processuale». Interviene di nuovo Piero, che con tono questa volta molto sarcastico ma non per questo meno serio, dice: «Ma certo che ci credeva Calogero e ha fatto di tutto per dimostrare la sua tesi. Che non stava in piedi, certo. Ma questo perché il giudice Calogero non aveva gli strumenti per comprendere i movimenti. Utilizzava degli schemi con l’approccio di un maniaco sulla preda più che quello di uno che vuole accertare dei fatti. Credeva che fossimo pagati dalla CIA», sottolineato con una risata.

Violenza politica

E’ raro che i due si lascino andare ad entusiasmi, ma le poche volte in cui ridono non è mai per vero divertimento ma solo a sottolineare paradossi. Come quando chiediamo ingenuamente come si può raccontare a chi è nato negli anni Zero quel periodo, quel modo di stare in piazza fatto anche di scontri, di molotov e di colpi d’arma da fuoco. Oggi si giudica più il modo di stare in piazza che i contenuti e le rimostranze che si vogliono evidenziare, dalle “sardine” alla fiaccolate per intenderci: «Com’è cambiato il mondo, una volta in strada si alzava in alto il pugno in segno di lotta, oggi si avanza con le mani alzate - ci scherza su, Giacomo - ma è impossibile rapportare la realtà attuale a quella di quegli anni». Sottolinea Piero: «Non si possono paragonare le due epoche. Ai tempi la cosiddetta "illegalità di massa”, come ad esempio le occupazioni o gli espropri proletari,  era molto praticata e diffusa. La violenza politica era vista come una possibilità in risposta alla violenza delle istituzioni, alle carceri o ai pestaggi nelle caserme e nelle questure. Ma non c’entra nulla con l’omicidio politico che noi abbiamo sempre rifiutato. Non per questo non sapevamo da che parte stare. Non si può valutare quell’epoca usando gli strumenti interpretativi che si utilizzano per comprendere il tempo presente, come ci fosse una continuità. Per questo nel libro descriviamo e entriamo nel dettaglio perché non è solo il contesto ma la complessità di quel tempo che è indispensabile comprendere se si ha davvero voglia di capire. Soprattutto per un padovano, poi si può apprezzare oppure no, ma c’è l’opportunità per la prima volta di sentire raccontare quella storia da dentro e non come è stata vista, interpretata e giudicata solo attraverso un tipo di narrazione assolutista e pregiudizievole».

Lega 

Il racconto di una sconfitta: «Certo sì, il racconto di una sconfitta. Ma noi raccontiamo tutto nel libro, proprio tutto. E a pensarci oggi, questo sì, non è andata bene neppure per i vincitori di allora. Guarda caso oggi vola la Lega, la cui nascita coincide proprio con la chiusura dell’esperienza dei collettivi politici veneti».

(continua - 1)

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