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Pranzo di Natale, perdita di 3,5 milioni di euro in caso di "stop" nel Padovano

«Sono 70mila i padovani che, nel giorno di Natale, si recano al ristorante e che, qualora venissero confermate le voci anticipatorie, potrebbero invece rimanere a casa senza beneficiare dell’accoglienza dei pubblici esercizi»

«La confusione regna sovrana, si accavallano tumultuose le anticipazioni di stampa relative alle restrizioni per il giorno di Natale, con differenze marcate in base alle “fasce colorate” regionali e tutta questa incertezza è nemica di tutti gli imprenditori, soprattutto di quelli che, come noi, fanno ristorazione». È sconsolato Erminio Alajmo, presidente dell’Associazione Provinciale Pubblici Esercizi (Aappe) di Padova e vice Presidente nazionale di Fipe Confcommercio, riguardo alle indiscrezioni che trapelano sul prossimo Dpcm, che potrebbe prevedere la chiusura (totale o parziale) dei ristoranti nel giorno di Natale.

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I dati

«Da sempre - prosegue Alajmo - il pranzo del 25 dicembre al ristorante ha rappresentato per milioni di persone, in tutto il mondo, un momento di gioia, serenità e festa: non è possibile cancellarlo con un articolo, peraltro proprio nell’anno in cui questa giornata assume un’importanza ancora maggiore». I festeggiamenti della Natività al ristorante “valgono”, in provincia di Padova, almeno 3,5 milioni di euro, con circa un migliaio di locali aperti e un prezzo medio di 50 euro. «Sono 70mila - conferma Alajmo - i padovani che, nel giorno di Natale, si recano al ristorante e che, qualora venissero confermate le voci anticipatorie, potrebbero invece rimanere a casa senza beneficiare dell’accoglienza dei pubblici esercizi». Il risvolto negativo del “divieto di pranzo” colpirebbe direttamente anche i lavoratori: sono almeno 15mila, tra titolari, soci, collaboratori e dipendenti (fissi e “a chiamata”) le persone che a Natale rischiano di non lavorare, con una perdita netta di retribuzioni e compensi. «Il servizio di take-away e delivery - dichiara il presidente Alajmo - spesso favoleggiato come panacea di tutti i mali, in realtà non compensa minimamente la chiusura dei locali, rappresentando meno del 20% dei ricavi, nella migliore delle ipotesi. Molti esercizi, per tipologia di prodotti e collocazione geografica, non possono nemmeno proporre questi servizi; altri, dopo alcune settimane di prova, hanno rinunciato».

Chiusura

Secondo l’Appe, peraltro, non vi sono evidenze scientifiche tali da motivare una scelta così drastica, come la chiusura totale dei ristoranti nel giorno di Natale, considerando che già le misure di distanziamento di fatto dimezzano i clienti che possono essere accolti. «Abbiamo rivisto i nostri locali - conferma Alajmo - riducendo i coperti, semplificando i menù, ridimensionando le occasioni di socialità, conserviamo i contatti delle prenotazioni, abbiamo distanziato i tavoli e dotato i lavoratori di tutti i presìdi sanitari ed ora, nell’unico momento dell’anno in cui potremmo lavorare, seppur al regime minimo, ci potrebbe venir chiesto di chiudere… mi chiedo con quale coraggio un governante possa prendere decisioni così avventate». L’alternativa, fanno sapere dall’Associazione di via Savelli, non può che essere un ristoro integrale, certo, immediato e basato sui ricavi dello scorso dicembre. Conclude Alajmo: «Solo così potremo avere un minimo di speranza per le settimane a venire, considerando anche che sono venuti meno tutti i pranzi e cene aziendali, le feste scolastiche, i momenti conviviali… dicembre, che è un mese che di solito rappresentava il 20% del fatturato annuo di un ristorante, è una vera e propria “Caporetto finanziaria”».

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