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Lunedì, 27 Giugno 2022
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Camici alle finestre e cartelli: flash mob allo Iov a favore della ricerca e di chi vi lavora

Stivali (Fp Cgil): «Lo abbiamo organizzato per rilanciare il problema della stabilizzazione dei lavoratori della ricerca e a supporto della ricerca: a Padova sono circa un centinaio, svolgono un lavoro fondamentale che muove milioni di euro eppure hanno stipendi modesti, nessun premio di produttività e un futuro con un grande punto di domanda: cosa faranno scaduto il loro contratto?»

«Insieme all’Arsi - Associazione Ricercatori in Sanità abbiamo deciso di rilanciare anche qui a Padova la mobilitazione nazionale delle lavoratrici e lavoratori della ricerca e a supporto della ricerca per cercare di dare un po’ di luce alla loro situazione fatta di precarietà e sostanziale mancanza di qualsiasi riconoscimento»: con queste parole Alessandra Stivali, Segretaria Generale della FP Cgil di Padova spiega il senso dell’iniziativa di stamane all’Istituto Oncologico Veneto di Padova con cui il personale impegnato quotidianamente nei laboratori di ricerca ha deciso di manifestare il proprio stato di disagio per le proprie condizioni di lavoro. attaccando camici e cartelli di proteste alle finestre.

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Protesta

Prosegue Alessandra Stivali: «Si è trattato di un’iniziativa fatta per sottolineare il problema della stabilizzazione, a livello nazionale, di decine di migliaia di, perlopiù, giovani donne e uomini che lavorano nella ricerca e a suo supporto. Solo a Padova sono circa un centinaio, impegnati oltre che qui allo Iov anche all’Istituto Zooprofilattico, e con le ricerche che seguono muovono milioni di euro eppure hanno stipendi che si aggirano tra i 1100/1200 euro al mese e lì restano inchiodati dal momento che non riusciamo a far decollare una contrattazione di secondo livello a causa del blocco dei fondi ministeriali a disposizione. Questo significa che sono tagliati fuori dalla distribuzione di produttività, a loro non elargita, e che non hanno diritto a nessuna premialità, per esempio come quella legata al Covid o a qualunque risultato raggiunto con la loro ricerca. E c’è di peggio: mi riferisco alla spada di Damocle che pende sulle loro teste visto che tra due anni scadrà il loro contratto, la cui durata prevista è di cinque anni, a cui, teoricamente, dovrebbe seguire un rinnovo per altri cinque anni, al termine dei quali non si sa, letteralmente, più nulla. Verranno stabilizzati? Verranno cacciati? Nessuno lo sa. E che non si sappia è una cosa semplicemente indecente, non da Paese civile. Ma non solo: dimostra anche una vergognosa irriconoscenza per chi fa un lavoro dall’altissimo significato sociale, contro una malattia che è tra le prime cause di mortalità al mondo e la cui unica speranza di sconfitta risiede proprio nell’attività a cui si dedicano, spesso con grande spirito di sacrificio, queste lavoratrici e lavoratori».

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