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"Ecco chi siamo": Dna, anche l’Università di Padova nel più grande studio scientifico mai pubblicato

Anche il Dipartimento Beni Culturali dell’Università di Padova ha partecipato alla maxi-ricerca, che ha portato a sorprendenti scoperte sull’origine e sui cambiamenti nel tempo delle popolazioni dell'Asia centrale e meridionale, ma anche dell’Europa

Pubblicato su "Science" e con una comunicazione collaterale su "Cell" (su un unico individuo dell'antica civiltà della Valle dell'Indo, 3° millennio a.C.) il più grande studio mai effettuato sul DNA antico umano in buona parte del continente Euroasiatico. Sorprendenti scoperte sull’origine e sui cambiamenti nel tempo delle popolazioni dell'Asia centrale e meridionale, ma anche dell'Europa.

Lo studio

I risultati dell’ambizioso progetto di archeo-genetica, durato diversi anni, condotto da David Reich del Department of Genetics della Harvard Medical School (Boston), ha visto la partecipazione di un ampio pool di centri di ricerca tra i quali anche il Dipartimento Beni Culturali dell’Università di Padova e l'ISMEO di Roma con il Professor Massimo Vidale. Lo studio ha indagato, nella preistoria dell'Eurasia meridionale (dal Mediterraneo, all'Asia Media e all'India) l'abbandono, circa 12.000-10.000 anni fa, dei modi di vita basati su caccia e raccolta, l'avvento della pastorizia e dell'agricoltura, lo sviluppo di villaggi sedentari e poi città, e, infine, negli ultimi 4000 anni la diffusione delle lingue Indo-Europee. Ma questi epocali cambiamenti sono stati accompagnati da movimenti migratori di popolazioni o piuttosto dalla diffusione di idee e dall'impatto indiretto di nuove economie? La risposta, data dallo studio pubblicato, è stata trovata analizzando il DNA di 524 individui, appartenenti a diverse antiche popolazioni Euroasiatiche, e studiato insieme a 269 nuove datazioni al radiocarbonio.

Le analisi

Le popolazioni analizzate provengono da diverse macro-regioni: L'Asia centro-meridionale ex-sovietica, l'Afghanistan e l'Altopiano Iranico (dal 12.000 a.C. all'età moderna); le foreste della Siberia occidentale (circa 6400-3900 a.C.); l'immensa distesa delle steppe centro-asiatiche (3400-800 a.C.); e le regioni montuose del Pakistan settentrionale (1400 a.C. - 1700 d.C.). La prima parte della storia riguarda le origini della vita sedentaria e l'agricoltura, negli ultimi 12.000 anni. I dati confermano che gli agricoltori neolitici Europei discendono da popolazioni dell'Anatolia, l'attuale Turchia e rivelano che la stessa discendenza, nello stesso periodo, si ritrova nei primi agricoltori dell'Altopiano Iranico e dell'Asia Centrale. La presenza di questa componente, tra gli antenati degli individui analizzati, diminuisce con un trend graduale (cline) nel corso del tempo, fino alle soglie 3° millennio a.C., e nello spazio, man mano che si attraversa l'Altopiano Iranico in direzione est, verso le alture di Afghanistan e Baluchistan. Ciò dimostra che la nota diffusione del "pacchetto" di piante e animali proprio dell'agricoltura Neolitica Medio-Orientale corrispose a migrazioni di genti che si mescolarono a più riprese con diverse società locali, muovendosi non solo verso ovest, ma anche verso est. Ancora tra il 2500 e il 1800 a.C., le popolazioni urbane della grande civiltà dell'Oxus, nata sull’odierno fiume Amu-Darya in Asia Centrale, condividevano in maggioranza l'ascendenza genetica degli agricoltori dell'Altopiano Iranico, e in misura minore quella Anatolica: segno di un'evoluzione e di un adattamento prettamente locale, bruscamente interrotti, alla fine del 3° millennio, dall'abbandono ancora misterioso di gran parte dei centri urbani della regione. Lo studio ha anche considerato, in questo quadro di "fallita urbanizzazione", la diffusione delle lingue Indo-Europee e il ruolo della cultura dei nomadi dell'età del Rame detta di Yamnaya in questo processo. Questa cultura, dalla soglia del 3300 a.C. in poi, si era già diffusa in una vasta area che va dall'Ungheria ai Monti Altai, sostituendo rapidamente precedenti profili genetici Iranici-Anatolici. Il nucleo originario di questa diffusione, che procedette simmetricamente verso ovest, in direzione dell'Europa occidentale, e verso sud-est, cioè verso l'India, si trova nelle pianure tra Mar Nero e Mar Caspio, già da tempo indicate da parte degli studiosi come la terra di origine delle arcaiche comunità linguistiche proto-Indo-Europee. Le nuove analisi mostrano chiaramente come, dopo il 2100 a.C., nei cimiteri di queste antiche città compaiano individui con l'ascendenza genetica dei pastori nomadi della grande fascia delle steppe che attraversa a metà, come una spina dorsale piatta, l'intera Eurasia - appunto, i nomadi di Yamnaya. «Possiamo ora scartare l'ipotesi precedente - dice Massimo Vidale dell’Università di Padova - secondo cui le lingue Indo-Europee si sarebbero diffuse dall'Anatolia insieme alla cosiddetta Rivoluzione Neolitica. Si trattò invece di un fenomeno ben più tardo, legato alle migrazioni dei pastori nomadi delle steppe di 5000 anni fa. Come Europei, siamo forse tutti figli delle steppe».

Massimo Vidale excavating in SWat, Pakistan-2

Dna

Sarebbe infatti questo il "primo motore" del movimento di espansione che, prima del 2000 a.C., sembra aver radicalmente modificato anche il patrimonio genetico delle popolazioni europee (le quali, come già si sapeva, devono annoverare come antenati, forse un po' scomodi, proprio i pastori asiatici delle steppe), fino alla Spagna. Con un’ottima corrispondenza archeologica, il cambiamento coincide con la diffusione dei villaggi preistorici che usavano un inconfondibile tipo di vaso detto "campaniforme". Queste popolazioni, dal punto di vista genetico, non hanno invece nulla a che fare con i nomadi Centro-Asiatici dell'età del Ferro (Sciti, Sarmati, Kushana e Unni) che hanno una precisa e più tarda ascendenza Asiatico-Orientale. E in India? Le ricostruzioni risentono della scarsità di dati archeo-genetici disponibili per la grande civiltà urbana della Valle dell'Indo (Pakistan e India nord-occidentale, circa 2600-1900 a.C.). L'unico individuo ad oggi studiato della valle dell'Indo (articolo su Cell) sembra geneticamente legato da un lato agli agricoltori Iranici-Anatolici, dall'altro alle popolazioni ancestrali del Subcontinente Indo-Pakistano. Dal 1500 a.C. in poi, come avveniva in Europa, la formazione etnica del mondo indiano risentì in profondità dell'arrivo, da nord-ovest, della componente genetica dei pastori delle steppe Centro-Asiatiche, che risulta invece assente nelle popolazioni odierne del sud dell'India. L'ascendenza dalle steppe risulta invece determinante nelle popolazioni antiche e moderne delle valli del Pakistan settentrionale. E c'è di più: l'ascendenza dei pastori delle steppe della tarda età del Bronzo (circa 1400-900 a.C.) sembra ancora ritrovarsi in misura elevata nei membri delle odierne caste brahminiche, quelle al top del sistema sociale sacralizzato indiano, tradizionali custodi, anche tramite la pratica dell'endogamia, delle liturgie in Sanscrito. «La coincidenza - sottolinea Massimo Vidale - è tanto più sorprendente se consideriamo che i testi sacri più antichi dell'Induismo, i 10 libri o mandala del Rgveda, raccontano dell'arrivo nelle piane dell'Indo e poi del Gange di bande di aggressivi pastori nomadi con armi metalliche, provenienti dall'entroterra Afghano». Su basi linguistiche, lo scenario di questo flusso e mutamento etnico, che ora appare molto meno ipotetico, è tradizionalmente collocato dai filologi proprio dopo la soglia del 1500 a.C. I nuovi dati confermano che la genetica del DNA antico ci aiuterà a costruire storie sempre più articolate, ma anche più coerenti, nelle quali fenomeni linguistici, cultura materiale e aspetti biologici si integreranno in modo sensato. E sembrano trovarvi sempre maggior posto non solo contatti e scambi culturali, ma precise discontinuità etniche che prima apparivano assai incerte e sfocate. Tutto ciò conferma il costante mescolamento di genti e dei più diversi gruppi umani che caratterizza tutta la storia della nostra specie.

Gli autori dello studio

Gli autori di “The formation of human populations in South and Central Asia”: Vagheesh M. Narasimhan1, Nick Patterson, Priya Moorjani Nadin Rohland1, Rebecca Bernardos, Swapan Mallick1, Iosif Lazaridis1, Nathan Nakatsuka, Iñigo Olalde1, Mark Lipson, Alexander M. Kim, Luca M. Olivieri, Alfredo Coppa, Massimo Vidale, James Mallory, Vyacheslav Moiseyev, Egor Kitov, Janet Monge, Nicole Adamski1, Neel Alex, Nasreen Broomandkhoshbacht1, Francesca Candilio1, Kimberly Callan, Olivia Cheronet, Brendan J. Culleton, Matthew Ferry1, Daniel Fernandes, Suzanne Freilich, Beatriz Gamarra1, Daniel Gaudio1, Mateja Hajdinjak, Éadaoin Harney, Thomas K. Harper, Denise Keating, Ann Marie Lawson, Matthew Mah, Kirsten Mandl, Megan Michel, Mario Novak, Jonas Oppenheimer, Niraj Rai, Kendra Sirak1, Viviane Slon, Kristin Stewardson, Fatma Zalzala, Zhao Zhang, Gaziz Akhatov, Anatoly N. Bagashev, Alessandra Bagnera, Bauryzhan Baitanayev, Julio Bendezu-Sarmiento, Arman A. Bissembaev, Gian Luca Bonora, Temirlan T. Chargynov, Tatiana Chikisheva, Petr K. Dashkovskiy, Anatoly Derevianko, Miroslav Dobeš, Katerina Douka, Nadezhda Dubova, Meiram N. Duisengali, Dmitry Enshin, Andrey Epimakhov, Alexey V. Fribus, Dorian Fuller, Alexander Goryachev, Andrey Gromov, Sergey P. Grushin, Bryan Hanks, Margaret Judd, Erlan Kazizov, Aleksander Khokhlov, Aleksander P. Krygin, Elena Kupriyanova, Pavel Kuznetsov, Donata Luiselli, Farhod Maksudov, Aslan M. Mamedov, Talgat B. Mamirov, Christopher Meiklejohn, Deborah C. Merrett, Roberto Micheli, Oleg Mochalov, Samariddin Mustafokulov, Ayushi Nayak, Davide Pettener, Richard Potts, Dmitry Razhev, Marina Rykun, Stefania Sarno, Tatyana M. Savenkova, Kulyan Sikhymbaeva, Sergey M. Slepchenko, Oroz A. Soltobaev, Nadezhda Stepanova, Svetlana Svyatko, Kubatbek Tabaldiev, Maria Teschler-Nicola, Alexey A. Tishkin, Vitaly V. Tkachev, Sergey Vasilyev, Petr Velemínský, Dmitriy Voyakin, Antonina Yermolayeva, Muhammad Zahir, Valery S. Zubkov, Alisa Zubova, Vasant S. Shinde, Carles Lalueza-Fox, Matthias Meyer, David Anthony, Nicole Boivin, Kumarasamy Thangaraj, Douglas J. Kennett, Michael Frachetti, Ron Pinhasi, David Reich.

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