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Ulss 6 Euganea: la pneumologa Beatrice: «Vi racconto la mia felicità»

La storia della dottoressa di 43 anni che ha superato un tumore al seno: «Mi sono rivolta allo screening mammografico, attiguo al mio ambulatorio: è così che ho scoperto un carcinoma mammario per il quale a giugno sono stata operata»

«Perché voglio raccontare la mia storia? Perché sono felice!». Esordisce così Beatrice Nordio, dirigente medico specialista in pneumologia, originaria di Mestre, residente a Padova, in servizio nel poliambulatorio dell’Ulss 6 Euganea in via Scrovegni e nell’assistenza domiciliare. 43 anni, sposata, madre di tre figli, due anni fa – era un giorno di aprile del 2019, compleanno del marito – sente un nodulo al seno. «Mi sono rivolta allo screening mammografico, attiguo al mio ambulatorio: è così che ho scoperto un carcinoma mammario per il quale a giugno sono stata operata».

La malattia

Seguono 16 sedute di chemioterapia e 20 sedute di radioterapia. «All’epoca stavo concludendo un master universitario, iniziato a settembre 2018, un master di secondo livello in pneumologia e allergologia pediatrica presso l’Università di Padova. Quando sono entrata in chemioterapia, mi dissero che se non presentavo la tesi avrei perso il master. Tra le prima e la terza chemio sono stata ricoverata in isolamento per complicazioni ma non ho mai smesso di studiare e di scrivere. Venti giorni dopo la dimissione – era la scorsa primavera - ho discusso la tesi, valutata con il massimo dei voti». La dottoressa Nordio rimane a casa da lavoro, in malattia, per sedici lunghi mesi. «A settembre 2020 mia figlia Viola, la mia “mental coach” mi ha detto: “Mamma, stai bene, cosa fai a casa? Non hai più scuse!”. Il 16 settembre, il primo giorno di scuola dei miei figli, sono tornata a lavorare ed è stato bellissimo. Seguo i pazienti post-Covid dal punto di vista pneumologico, ho fatto il vaccino, sia la prima che la seconda dose con grande soddisfazione, sto bene, continuo a fare controlli, sono monitorata ma cerco di essere ottimista. A chi mi chiede come sto, rispondo che sono felice: penso che per essere felici si debba fare qualcosa, motivarsi, cercare di vivere con una prospettiva di positività, non è facile farlo tutti i giorni, me ne rendo conto ma è una grande soddisfazione dopo la malattia poter rientrare al lavoro. Si torna con una consapevolezza diversa, con il desiderio di trasmettere fiducia agli altri. Ricordo una frase letta un giorno su un giornale: “Per essere felici bisogna lottare, per essere infelici non serve far niente».

Il tifo per lei

Ecco, è diventata il mio “faro”: se ci fermiamo, ci guardiamo intorno, ci sono tante persone che soffrono e rischiamo di lasciarci sopraffare dal pessimismo. Quando ci fermiamo, non abbiamo più la spinta propulsiva utile a migliorarci e a migliorare ciò che ci circonda. «Non fermarsi» è sempre stato il motto della mia famiglia, di mia mamma, di mia nonna. Io ero frustrata a stare a casa, mi dispiaceva dopo tanto studio, tanto impegno, tanto lavoro: se la malattia ti mette lo stop, una volta tornati in piedi non bisogna fermarsi. Cosa vorrei dire ai pazienti che hanno superato il Covid? Abbiate fiducia nella medicina, la medicina può dare speranza, curare e guarire, però bisogna lasciarsi prendere per mano dai medici, farsi guidare. E non è sempre facile". A tifare per Beatrice, oltre alla “mental coach” Viola 12 anni, ci sono Antonio, 9 anni, Alba 7, il marito Luca Schenato, professore universitario a ingegneria dell'informazione, tanti colleghi e amici. «La dottoressa Nordio mi ha dato un lezione di vita. Rimango estasiato di fronte a tanta meravigliosa forza di volontà, certe esistenze – sottolinea il Commissario dell’Ulss 6 Euganea, Domenico Scibetta - vanno conosciute e ammirate per il coraggio di non arrendersi, la tenace perseveranza. Quando l’ombra della malattia si è allungata su Beatrice, lei ha tirato fuori gli artigli e si è salvata. Ora quel coraggio, quella bellezza li trasferisce di giorno in giorno agli altri proprio in quegli ambiti di cura, il Coronavirus ce lo ha insegnato, dove il dolore è più forte, come una continua infusione di vita. Grazie, semplicemente e profondamente grazie: storie come la sua restituiscono al nostro esistere il suo respiro più autentico e profondo».

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