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"Porte aperte" al reparto di Terapia Intensiva dell'ospedale di Monselice

"Porte aperte" al reparto di Terapia Intensiva dell'ospedale di Monselice

Rivoluzione tra le corsie: otto ore di entrata libera per parenti e amici in Terapia Intensiva

L'iniziativa è dell'ospedale Madre Teresa di Calcutta di Monselice per abbattere il muro dell’isolamento e recuperare il senso della socialità. Previsto anche un kit per i pazienti "coscienti" per proteggersi da luci e rumori

Quella porta chiusa da un lato facilita il lavoro degli operatori, ma dall'altra accresce paure, incertezze, senso di esclusione ed estraneità nell’assistito e ancora di più nei suoi cari, costretti a rimanere fuori. Almeno fino a oggi. Perché i malati e i loro parenti diventano autenticamente protagonisti del “fare” medico: rivoluzione nel reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedale Madre Teresa di Calcutta di Monselice, dove da lunedì 4 marzo prende avvio un progetto sperimentale di umanizzazione delle cure, che si traduce in una revisione degli spazi e nell'interazione dei familiari con il paziente.

L'iniziativa

L’accesso, infatti, sarà agevolato con l’entrata libera nelle stanze di rianimazione per un intervallo molto ampio, vale a dire dalle ore 14.15 alle ore 22. E non finisce qui: ai pazienti “coscienti” verranno forniti una serie di dispositivi atti a migliorare il confort - per quanto possibile - in un ambiente come quello della Terapia Intensiva, che comporta attività e illuminazione continue. Ecco dunque il kit monopaziente composto da mascherina per gli occhi (come nei voli transoceanici, per proteggersi dall’illuminazione), tappi per le orecchie e cuffiette auricolari per il collegamento con dispositivi elettronici. L’iniziativa avanguardista - poche le esperienze analoghe in Italia - potrà essere estesa, dopo un periodo sperimentale, agli altri reparti di Anestesia e Rianimazione dell’Ulss 6 Euganea.

Terapia intensiva e kit-2

Le reazioni

Domenico Scibetta, direttore generale dell'Ulss 6 Euganea, osserva: «Aprire la Rianimazione al mondo esterno implica una modifica radicale non solo nell’organizzazione dell’attività clinica, ma anche e soprattutto un cambiamento di mentalità e di approccio all’assistito. Aprire la Rianimazione non vuol semplicemente dire “aumentare l’orario di visita” ma innanzitutto restituire centralità al paziente nella sua dimensione umana. Vuol dire entrare in relazione con la famiglia, e quindi far incontrare la componente affettiva ed emotiva della malattia: il dolore, la speranza, il disorientamento, l’incredulità. Il familiare porta dentro la Rianimazione il suo vissuto che si riconcilia con quello dell’assistito. Fornire ogni paziente di un kit che “ammorbidisce” il suo ricovero in area critica contribuisce inoltre a rendere l’Ospedale, non solo luogo di cura ma spazio di relazione e interazione. Ringrazio pertanto il primario, dottor Fabio Baratto per questo progetto che va nella direzione dell’umanizzazione delle cure e tutti gli operatori, cui è richiesto uno sforzo ulteriore di comprensione». Aggiunge proprio il dottor Baratto: «La nostra Terapia Intensiva aderisce allo studio “Intensiva 2.0” della Società Italiana di Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti) per aumentare l'attenzione del personale alle necessità psicologiche oltre che fisiche dei pazienti e dei loro familiari. Il paziente degente vive infatti la drammaticità del ricovero, di solito un evento repentino al quale non si ha il tempo di adattarsi, come un'aggressione alla propria integrità; accanto a lui c'è poi una famiglia che vive le stesse emozioni. In Italia le Terapia intensive “aperte” sono molto poche, circa il 2% anche se numerosi dati della letteratura scientifica attestano che la liberalizzazione dell’accesso è benefica perché riduce in modo significativo le complicanze cardio-vascolari e gli indici ormonali di stress. Un ulteriore effetto positivo è rappresentato dalla netta riduzione dell’ansia nei familiari. Il libero accesso ai reparti di Terapia Intensiva migliora in conclusione la qualità del ricovero dei pazienti e facilita l’instaurarsi di un rapporto di fiducia tra la famiglia e i curanti».

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