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Tre nuovi "giusti" nel giardino dei diritti e della pace

Il Giardino dei Giusti del Mondo è presente a Padova dal 5 ottobre 2008. Giordani: «I tre Giusti che ricordiamo quest’anno con una pianta e una stele, non erano eroi, erano persone normali: eroici sono stati i loro atti e le loro scelte e per questo è doveroso che la loro memoria sia preservata e il loro esempio ci sia di insegnamento»

In occasione della Giornata europea dei Giusti dell’Umanità, mercoledì 6 marzo al Giardino dei Giusti del Mondo di Padova verranno messi a dimora tre nuove piante. La cerimonia inizierà alle ore 11:00 per proseguire poi con la marcia lungo la Passeggiata Cammino dei Giusti del Mondo, sull’argine sinistro del canale di San Gregorio fino alla seconda tappa dove verranno impiantati 3 salici in memoria di Filiberto Ambrosini e Antonio Santin per il genocidio ebraico e Beatrice Rohner per il genocidio armeno. Piantare un albero, e dunque generare una vita, sottolinea l’idea della salvezza che i Giusti hanno donato ai perseguitati, consentendo loro di poter vivere e di poter testimoniare il bene ricevuto davanti alle successive generazioni. La selezione dei Giusti è operata dal Comitato scientifico, presieduto dal Sindaco e composto da Giuliano Pisani (Vicepresidente operativo), Mariarosa Davi, Sara Ada Parenzo, Sandra Fabbro e Annalisa Oboe, che agisce in collaborazione e in collegamento con istituzioni, comitati e organizzazioni operanti sugli stessi temi in qualunque parte del mondo.

Il sindaco Sergio Giordani sottolinea: «Il filosofo e teologo Vito Mancuso ha scritto, parlando del valore della libertà individuale, che non c’è senso della vita senza consenso. Ognuno di noi è artefice o interprete ultimo del senso che decide di dare alla propria vita. Le donne e gli uomini che ricordiamo oggi come Giusti dell’Umanità non hanno rinunciato al loro diritto di scegliere tra bene e male, comprendendo che se avessero scelto altrimenti non avrebbero dato un senso alla loro vita. I tre Giusti che ricordiamo quest’anno con una pianta e una stele, non erano eroi, erano persone normali: eroici sono stati i loro atti e le loro scelte e per questo è doveroso che la loro memoria sia preservata e il loro esempio ci sia di insegnamento».

Il Giardino dei Giusti del Mondo è presente dal 5 ottobre 2008, quando con delibera unanime del Consiglio Comunale, Padova ha voluto creare una Casa che accogliesse e ricordasse le persone che a partire dal XX secolo, nelle varie parti del mondo, dovendo sottostare a condizioni di patente ed imperante ingiustizia ed operando in qualsiasi campo o schieramento, si sono attivate, anche con rischio della vita, per contrastare un genocidio in atto o la cultura del genocidio, con l’intento di vanificarne, anche in parte, gli effetti. “Giusto” è colui che si è adoperato in modo concreto per la salvezza dei perseguitati o che è intervenuto a favore della verità storica contro i tentativi di giustificare il genocidio o di occultare le tracce dei misfatti e le responsabilità dei carnefici.

«Il Comune di Padova nell'ambito del progetto internazionale denominato Padova - Casa dei Giusti, Padua - Home of the Righteous - spiega Giuliano Pisani, Vice Presidente del comitato scientifico e promotore del progetto – intende additare al mondo intero i valori del rispetto dei diritti e della dignità dell’uomo, ricordando le persone che, ascoltando la propria coscienza, si sono opposte ai genocidi o ne hanno denunciato l'aberrazione. Confidiamo che il loro esempio possa comunicare a tutti noi, e in particolare ai nostri giovani, che esiste la possibilità, quando si è chiamati a compiere decisive scelte etiche, di dire un sì o un no, la frase di Hannah Arendt, che abbiamo scelto come motto del nostro Giardino dei Giusti del Mondo». Martedì 5 marzo alle ore 20:45, all’Auditorium del Centro culturale Altinate San Gaetano, l’Orchestra di Padova e del Veneto terrà il “Concerto per i Giusti dell’Umanità”. Ingresso libero.

ANTONIO SANTIN

Antonio Santin nacque a Rovigno d’Istria il 9 dicembre 1895, primogenito di 11 figli di famiglia modesta (padre marinaio e madre operaia). Già dopo le scuole elementari manifestò l’intenzione al sacerdozio, ma per difficoltà economiche entrò solo nel 1914 nel seminario teologico di Gorizia. Allo scoppio della guerra contro l’Austria, assieme agli altri chierici, fu trasferito in Slovenia. Nel monastero di Stična, il primo maggio 1918 fu ordinato sacerdote e assegnato alla diocesi di Parenzo (Pola). Celebrò la prima messa a Vienna dove la sua famiglia era stata deportata in esilio da Rovigno, dopo vari spostamenti per motivi politici e militari, come profughi istriani. Trasferito in un paesino dell’interno dell’Istria, dove cominciò ad imparare la lingua slava, fu poi destinato a Pola, incaricato dell’assistenza agli ammalati e bisognosi e dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Frequentò i corsi della Scuola Sociale Cattolica di Bergamo dove si laureò nel 1923 con una tesi sull’attività della Chiesa a favore degli schiavi nei tempi antichi, nel quadro dei suoi interessi per gli ultimi della società e, memore delle sue umili origini, frequentò le case dei più poveri per apportarvi conforto e sostegno materiale. Nel 1932 fu nominato vescovo di Fiume e dovette lasciare Pola dopo 15 anni di affezionato servizio di quella comunità. A Fiume trovò un ambiente multietnico più complesso, con lingue e religioni diverse ed ebbe modo di approfondire lo sloveno e il croato, che usò nella predicazione alle diverse popolazioni di fedeli, e nelle occasioni speciali quale il congresso eucaristico di Laurana, con relazioni e prediche in tre lingue. Fu attento e rispettoso delle diverse comunità religiose, in particolare della Comunità ebraica presente in città, alla quale concedette lo spazio verde dell’episcopio per la Festa annuale delle Capanne e con la quale mantenne sempre ottimi rapporti.

Il 16 maggio 1938 fu nominato vescovo di Trieste e Capodistria e il 3 settembre si insediò a Trieste dove la comunità ebraica era fiorente e numerosa e dove, il 18 settembre, Mussolini arrivò in visita ufficiale e annunciò le leggi razziali. Monsignor Santin ebbe subito modo di dimostrare il suo carattere energico e coraggioso affrontando Mussolini sul sagrato di San Giusto, proprio sul tema delle persecuzioni di ebrei e slavi. Per gli slavi, in particolare, argomentava anche il pericolo che con quelle vessazioni si allontanassero dalla Chiesa e si avvicinassero al comunismo. Successivamente conferì con Mussolini a Palazzo Venezia a favore della comunità ebraica di Trieste, che a causa del pericolo dei rastrellamenti, gli affidò, perché lo custodisse, quanto aveva di più prezioso, e nella prima fase della guerra intervenne spesso presso le autorità a difesa della popolazione slava oggetto di internamento.

Il 15 aprile 1943 firmò, assieme ad altri vescovi del Friuli Venezia Giulia, un memoriale a Mussolini. Prima e dopo l’8 settembre 1943 intervenne frequentemente a difesa di ebrei, antifascisti, italiani e slavi, diede ospitalità e ristoro ai soldati italiani sbandati e salvò una partigiana slava ricercata dai tedeschi intrattenendo anche contatti con il movimento di Liberazione e nascondendo quanti erano in pericolo. Nel 1944 si verificò una recrudescenza di rastrellamenti e deportazioni di ebrei e venne prelevata anche una scrittrice collaboratrice del vescovo. Monsignor Santin scrisse al generale delle SS e perfino ad Hitler, ma purtroppo la scrittrice triestina venne ugualmente deportata ad Auschwitz e lì morì dopo atroci sofferenze. Monsignor Santin intervenne in molti casi, presso le autorità germaniche, per salvare i cittadini incarcerati nella Risiera di San Sabba. Tra gli altri riuscì a salvare Giani Stuparich, con la madre e la moglie, rinchiusi nella Risiera di San Sabba a causa dei suoi contatti con la Resistenza. Il 1° maggio 1945 fu il vescovo a condurre la trattativa che portò alla resa della forza di occupazione tedesca. Lo stesso giorno una piccola formazione di partigiani di Tito entrò in città anticipando le truppe neozelandesi e occupò Trieste. Cominciarono subito i sequestri di persone e nei 40 giorni di occupazione comunista sparirono circa 5000 persone tra Trieste e Gorizia, gettate nelle foibe (Basovizza, Opicina) o in mare.

Con l’accordo di Belgrado le truppe titine si ritirarono da Trieste, ma in Istria continuò la pulizia etnica verso gli italiani: nel 1946 aumentarono anche le persecuzioni religiose e molti sacerdoti furono malmenati e uccisi. Lo stesso Santin il 19 giugno 1947, recandosi a Capodistria per impartire la Cresima, nonostante fosse stato avvisato dell’agguato programmato nei suoi confronti, fedele al suo apostolato, fu aggredito, bastonato e sfregiato e dell’aggressione fu testimone anche il giovane seminarista Fulvio Tomizza. Nel 1947 la costituzione della zona A e della zona B causò l’inevitabile esodo dei 350mila italiani dall’Istria e dalla Dalmazia. Se prima aveva difeso e salvato ebrei e slavi perseguitati, ora Monsignor Santin difendeva gli italiani cacciati dalle loro terre, sentendosi esule tra gli esuli. Per il suo impegno pastorale, sociale e civile e per essersi coraggiosamente battuto contro persecuzioni, oppressioni e ingiustizie affrontando a turno nazisti tedeschi, comunisti jugoslavi, generali anglo-americani e funzionari governativi italiani, Monsignor Santin venne definito Defensor Civitatis. Riferisce mons. Capovilla a mons. Malnati, segretario del vescovo, che Papa Giovanni XXIII soleva dire che per quanto Monsignor Santin aveva fatto a favore degli ebrei perseguitati meritava di essere riconosciuto “Giusto tra le Nazioni”. Ed infatti, la mattina del 17 marzo 1981 in cui mons. Santin spirò, i primi che giunsero a rendergli omaggio furono proprio il Presidente e il Rabbino della comunità ebraica di Trieste.

FILIBERTO AMBROSINI (Monteforte d’Alpone 1894 – Caprino Veronese 1955). Farmacista.

Reduce della Prima guerra mondiale, cui aveva partecipato con compiti prevalentemente sanitari, venne richiamato nel 1939 col grado di capitano nel Corpo di Sanità, e assegnato a Udine e poi a Fiume come supervisore dei magazzini medici militari sul fronte slavo. Congedato nell’agosto del 1943, tornò alla sua farmacia a Caprino Veronese. A Fiume aveva conosciuto Francesco Benedict, divenendone amico per affinità di studi (entrambi laureati in chimica) e per comuni interessi culturali.

La famiglia Benedict era composta dal padre Francesco, di origine ungherese, ingegnere e direttore tecnico della ROMSA (Raffineria Oli minerali Società Anonima) dalla madre Erna Doczi e dalla figlia Rosemarie, nata a Fiume nel 1924 (il figlio maggiore, Tibi, laureato in fisica a Bologna nel 1938 si era trasferito nel 1939 in America, dove rimase, lavorando al MIT di Boston).  Al tempo della persecuzione Ambrosini intervenne due volte in loro aiuto, la prima volta agli inizi del ’43 andando ad abitare presso di loro durante il suo servizio a Fiume, e proteggendoli così, con la sua presenza di ufficiale dell’esercito italiano, dalle minacce e dai rischi cui erano esposti in quanto ebrei.

Dopo il suo rientro a Caprino, consapevole del rischio che i Benedict correvano a Fiume, si recò da loro nel dicembre del 1943 per offrire un rifugio a Caprino, dove infatti si trasferirono. Nei giorni del rastrellamento nazista di Caprino (13-15 marzo 1944) che portò all’arresto e alla deportazione di 17 ebrei, Ambrosini nascose in casa sua i Benedict, tacitando con denaro e minacce una spia fascista che minacciava di denunciarlo. Nel rastrellamento furono invece arrestati e deportati un cognato dell’ing. Benedict e la suocera, ricoverata in una casa di cura. Ambrosini organizzò poi la fuga in treno da Caprino dei Benedict, grazie alla collaborazione del cognato Alfredo Zanetti, conducente del convoglio. I Benedict si trasferirono poi a Boves dove rimasero fino alla fine della guerra.

Una lettera di ringraziamento scritta da Francesco Benedict alla moglie di Ambrosini, Nerina Zanetti, il 22 giugno 1945, è la prima testimonianza diretta dell’aiuto salvifico prestato da Ambrosini durante la persecuzione. La seconda è costituita dal libro autobiografico di Rosemarie Wildi-Benedict, Piccole memorie 1938-1950 “Rosemarie”, Cuneo, Primalpe, 1999 (ristampato nei due anni successivi) con prefazione di Primo Levi. Atre testimonianze attestano che a Caprino Ambrosini si prodigò anche nell’assistenza di altri ebrei lì rifugiati, come gli anziani coniugi Alessandro Platschick e Alice Schwarz. Dal novembre 1944 all’aprile 1945 Ambrosini fu comandato con cartolina di precetto al ruolo di comandante di plotone della locale formazione delle Brigate nere. In questo ruolo non partecipò mai ad azioni di rastrellamento ed anzi il suo intervento fu determinante per il rilascio di numerosi caprinesi arrestati durante il rastrellamento nazista del 28 gennaio 1945, e da lui fatti scarcerare dalle carceri mandamentali di Verona.

BEATRICE ROHNER

Nata a Basilea il 24 aprile 1876, studia pedagogia, lingue moderne e matematica. Cresciuta in Svizzera, dopo aver svolto il lavoro di insegnante a Parigi e Costantinopoli, nel 1900 si trasferisce a Marash, quale membro della Deutscher Hülfsbund für christliches Liebeswrk im Orient (Società di Assistenza tedesca per il Soccorso Cristiano in Oriente) che, assieme alla Orient Deutsche Mission (Missione tedesca d’Oriente) creata dal pastore evangelico Lepsius, era presente in Turchia sin dagli anni dei massacri hamidiani.

Le due organizzazioni missionarie tedesche svolgevano un’attività che in gran parte andava a cozzare con la politica ufficiale tedesca in Medio Oriente: pur avendo finalità umanitarie, sollevavano inevitabilmente la questione dell’indifferenza - o meglio non ingerenza - da parte della Germania nei confronti dei crimini contro la minoranza armena perpetrati dall’Impero ottomano, suo alleato. La Hülfsbund aveva anche una sede di rappresentanza in Svizzera. Inoltre nell’Impero ottomano operavano diversi centri della ABCFM (Comitato Americano per le Missioni). Queste tre associazioni missionarie lanciarono una campagna internazionale a favore degli armeni, essendo testimoni degli orrori subiti da questo popolo. Beatrice Rohner, quando si rende conto che la maggiore emergenza si è riversata ad Aleppo, dove confluiscono i deportati sopravvissuti alle marce di deportazione, assieme a Paula Shäfer, un’infermiera tedesca, chiede a Djemal Pasha l’autorizzazione per creare una struttura di supporto per gli armeni, adducendo la necessità di evitare il diffondersi di epidemie. Djemal Pasha oppone un diniego, ma nel contempo incarica la Rohner di creare un orfanotrofio per i bambini armeni, in un ex convento francese. In poco tempo arrivano oltre 300 orfani, che nell’arco di due anni ammonteranno a 720. In linea teorica la missionaria dovrebbe usare solo i fondi forniti dal governo, del tutto insufficienti.

Nel suo operato per curare, sfamare, assistere i piccoli armeni rimasti soli, la Rohner è efficacemente supportata dall’ambasciatore Morghentau e dal console Jackson, statunitensi, e dal console tedesco Rössler. La missionaria è sempre in contatto epistolare con loro a mezzo della posta diplomatica, per evitare intercettazioni e censura: ha un costante bisogno di aiuti finanziari, che i diplomatici cercano di farle pervenire al meglio delle possibilità. Inoltre lei non esita a rivolgersi direttamente a benefattori svizzeri, confidando sul fatto che appartengono a un paese neutrale. Di fatto non ha mai rinunciato al suo progetto di aiutare i deportati, che visita personalmente a Deir-es-Zor e a Meskenè. Viene così allestita una rete clandestina, con il supporto di Jackson e Rössler, molto rischiosa, coordinata dal pastore protestante Hovhannes Eskidjian. La Rohner lavora quindi a due livelli, uno ufficiale – quello dell’orfanotrofio – e uno illegale, che se scoperta l’avrebbe condotta dritta dinnanzi alla corte marziale. Un gruppo di eroici volontari fungono da corrieri, per consegnare gli aiuti ai deportati. In diversi però vengono presto arrestati, torturati e uccisi. Questo è un duro colpo per la missionaria, che di lì a poco perde anche la guida di padre Eskidjian, morto di tifo. Cominciano inoltre a farsi sempre più insistenti le voci secondo cui il governo ottomano intende porre tutti gli orfanotrofi sotto la propria giurisdizione e affidarne la gestione a membri del CUP (Comitato Unione e Progresso): la principale responsabile del settore era una estremista nazionalista turca, Halideh Edib, che progettava la totale assimilazione e turchizzazione degli orfani armeni. Le prime indiscrezioni su tali programmi arrivano a Beatrice Rohner attraverso il console tedesco e il Governatore di Aleppo. Nel frattempo la missionaria è tenuta sotto stretta osservazione e costretta a relazionare dettagliatamente sul suo operato alle autorità ottomane. Con suo grande dolore, nel febbraio 1917, il suo orfanotrofio viene chiuso e i bambini trasferiti. Molto provata fisicamente e psicologicamente, ritorna in Europa. Nel 1919 pubblica uno scritto elogiativo in onore dei suoi collaboratori eroicamente periti nell’azione di soccorso a Deir-es-Zor e Meskenè. Le ampie relazioni da lei trasmesse al Ministero degli Esteri tedesco e al Comitato Americano per le Missioni Estere, costituiscono un importante documento storico su quanto avvenuto ad Aleppo negli anni 1915/17. Beatrice 

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