Mercoledì, 28 Luglio 2021

Violenza sulle donne, i casi in continuo aumento

Tre donne ogni giorno si presentano al Centro Antiviolenza di Padova per chiedere aiuto. Intervista alla Presidente Mariangela Zanni

Si presentano mediamente tre donne al giorno, ogni giorno, al centro antiviolenza di Padova, che chiedono aiuto. «Il 75% delle donne che si rivolgono a noi sono italiane e con un livello di istruzione medio alto. Sono donne che possono anche avere un’autonomia economica, anche se su questo non bisogna dar nulla di scontato, di età compresa tra i trenta e i cinquant’anni». Per sgomberare subito il campo da ogni equivoco è Mariangela Zanni, del Centro Antiviolenza di via Tripoli lo dice subito: «Nessuna fascia sociale è esclusa». E’ nella loro sede padovana che incontriamo le operatrici. «Non è possibile individuare o circoscrivere una categoria sociale di donne che subisce violenza. Si sono rivolte a noi, in questi anni, da donne che portano la divisa a insegnanti e professioniste, per capirci. Stiamo parlando di violenze domestiche, consumate in famiglia». Il centro antiviolenza trent’anni fa nasce da una costola del sindacato, la Cgil, l’obiettivo era quello di difendere le lavoratrici nei luoghi di lavoro. Poi invece si è subito scoperto che non era quello il luogo più pericoloso, al contrario lo era la casa.

«Non c’è l’esatta fotografia, un indentikit, della donna che subisce violenza. Questo è un fenomeno trasversale, radicato. Quello che cambia purtroppo è solo la possibilità di uscire da questa condizione. Avere un’autonomia economica può essere di aiuto, ma non basta». Ci sono tra Padova e provincia sette case rifugio, ma si capisce subito che non sono abbastanza. Servirebbero poi agevolazioni per aiutarle a trovare una sistemazione dopo il percorso fatto in quelle strutture, per costruirsi una nuova vita. Ci sarebbe bisogno di sgravi fiscali e supporto concreto per poi trovarsi una nuova abitazione e ripartire. Molte donne riescono in questo percorso, ma le difficoltà sono tantissime anche perché gli strumenti messi in campo non bastano. «Servirebbero finanziamenti congrui e costanti, non a spot come accade ora. Servirebbe poi che tutte le istituzioni con cui ci relazioniamo parlassero il nostro stesso linguaggio e soprattutto che le donne quando raccontano le storie di vessazioni, venissero credute, tutelate e protette come richiedono le convenzioni internazionali».

Come si fa a capire che «Solitamente la violenza non è subito fisica, c’è prima tutta la fase di controllo della vita dell’altra, le limitazioni che le vengono imposte. C’è una progressione di atteggiamenti che non sempre vengono letti come violenze ma come attenzioni molto alte. Quando una donna viene da noi, nessuno lo sa, viene da sola. Quando una donna subisce violenza rimane isolata». Dei tantissimi casi che hanno affrontato le operatrici ci sono anche situazioni di uomini maltrattanti che sono stati spalleggiati dalle loro stesse madri, ma ci sono anche casi, pochi, di donne solidali che hanno aiutato le nuore nel percorso di uscita. «Essere credute è il primo passo. Alla donna si chiede cosa ha scatenato certi atteggiamenti, come se fosse colpa della maltrattata e non il contrario. Questo è profondamente sbagliato». Per fare un semplice esempio di quanto siano radicati certi comportamenti, ancora oggi moltissimi uomini pensano che il sesso sia un atto dovuto da parte della moglie o compagna. Non sfiora minimamente che pretenderlo sia un abuso. Troppo spesso poi si confonde con la gelosia atteggiamenti che invece sono assolutamente intimidatori e vessatori. 

Chi opera in questo delicato settore non lo dice chiaramente ma si comprende che su un tema come questo la politica deve fare decisamente di più. Non si può più parlare, a fronte di numeri che fanno davvero venire i brividi, di casi isolati. Al contrario certi comportamenti sono profondamente radicati nella società in cui viviamo ed è già passata l’ora in cui bisogna prenderne atto. Zanni fa poi notare che anche certi messaggi che vengono veicolati sicuramente a fin di bene, non colgono il punto. «Una donna che si rivolge al Centro Antiviolenza non è obbligata a denunciare il maltrattante, noi prima di tutto forniamo sostegno e informazione. Non c’è in realtà molta consapevolezza su quello che facciamo, come operiamo a sostegno delle donne che subiscono violenza. Quindi ci vuole attenzione anche nel linguaggio e nei messaggi che si danno».

Centro antiviolenza uffici-2

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