MERICORDO. Lello, un "panzer" con il Padova nel cuore

di Gianni Trivellato - Aurelio Scagnellato merita la consacrazione a capitano del Padova in assoluto: lo confermano le 389 presenze in maglia biancoscudata. Sarebbe giusto intitolare l'Euganeo proprio al grande Lello

Aurelio Scagnellato in maglia biancoscudata

Quando il calcio "era ancora un gioco" esistevano per ogni squadra i giocatori-bandiera. Mazzola voleva dire Inter, Rivera e Baresi Milan, Boniperti e Scirea Juventus, Antognoni Fiorentina, Bulgarelli Bologna, Maradona Napoli. Oggi a cercare di tenere fede a queste tradizioni vi sono rari esempi, come Totti alla Roma e Del Piero alla Juve. Per il resto è solamente una questione di interessi economici e strategie commerciali. Così può succedere che Ibraimovic, dopo aver fatto innamorare ed esultare i tifosi interisti, decida di cambiare maglia e sbarcare sulla opposta sponda milanese.

TUTTI A MESSA. Ovviamente un tempo anche le squadre di provincia avevano i loro giocatori-bandiera: e a questo proposito voglio rendere un omaggio particolare ad un fedelissimo biancoscudato da poco scomparso: Aurelio Scagnellato, meglio conosciuto come Lello. Rocco lo aveva soprannominato Padre Challagan, dal momento che Scagnellato era molto religioso e aveva imposto al "paron" che in tutte le partite del Padova all'Appiani, la domenica mattina si andasse tutti a messa al Santo. Costretti quindi alla sacra funzione anche compagni di squadra che a volte, in campo, si lasciavano sfuggire qualche non certamente divina imprecazione.

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UN BALUARDO IN DIFESA. Carattere riservato e uomo schivo dai grandi clamori, Lello nel momento in cui vestiva la maglia biancoscudata per affrontare una squadra avversaria, si chiamasse Juventus o Pro Patria, diventava un leone, una sorta di baluardo quasi insuperabile nella granitica difesa padovana, formando con Blason e Azzini un trio che Rocco dopo poco tempo battezzò come i suoi panzer. Atleticamente e fisicamente dotato come pochi, non si può dire che Scagnellato avesse una tecnica sopraffina: eppure riusciva a mettere a tacere attaccanti del nome di Angelillo, Charles, Sivori, risultando con questi campioni quasi sempre imbattibile di testa. Un giorno, ormai smessa l'attività di calciatore, mi trattenni a lungo con lui per una intervista nella segreteria del Padova, ricordando i vecchi tempi. Gentile e disponibile al massimo, con la sua semplicità trasformava un'intervista in una amabile chiacchierata, come se l'interlocutore più che un giornalista fosse un vecchio amico.

UN SISTEMA INFALLIBILE. Ai tempi del "paron" ben poche volte le grandi squadre riuscirono a fare risultato e, come scrivevo poco sopra, anche i più celebrati attaccanti finivano per fare magre figure. "Come facevi - gli chiesi - a neutralizzare per novanta minuti un Angelillo o un Charles? Loro erano indubbiamente bravi, ma tu ancora di più e non per nulla i giornalisti ti omaggiavano di voti molto alti..." Dal momento che la modestia era un'altra delle sue caratteristiche, Scagnellato sorrise, dapprima si schernì e mi pregò di lasciar perdere, ma davanti alle mie insistenze si lasciò andare ad una inattesa confidenza, mostrando di possedere anche una buona vena umoristica. "A patto - mi disse questa volta ridendo - che tu non lo dica a nessuno!" Si alzò dalla scrivania, mi fece a mia volta alzare e improvvisamente, da dietro, mi premette con i due pollici a metà della schiena: per qualche secondo rimasi quasi senza fiato. E sempre sorridendo mi disse: "Era così che li fermavo!".

QUELLA PARTITA CON LA JUVE. Sempre in quella occasione gli chiesi quale fosse stato il ricordo più bello e quello più brutto della sua carriera di calciatore. "Il più bello - rispose - rimane senza dubbio legato a quella partita contro la Juventus, all'Appiani, l'anno in cui sfiorammo lo scudetto e nella quale per oltre mezz'ora sognammo di aver ottenuto una clamorosa vittoria. Nell'altro senso, più che più brutto, parlerei di un ricordo che ancora oggi mi infastidisce. Sempre in quella stagione andammo a giocare a Bologna e finì zero a zero, ma avremmo meritato di vincere, anche perchè nelle ripresa il terzino rossoblù Boldi stoppò con una mano sulla linea bianca il pallone calciato da Hanrim. La mattina dopo il Resto del Carlino pubblicò in prima pagina la foto dell'evidente fallo che l'arbitro dichiarò di non aver visto, pur trovandosi a due passi! Avrebbe dovuto fischiare per darci un rigore. Perdemmo un punto sacrosanto e tornamo a Padova con tanta rabbia in corpo". Per i più' giovani faccio presente che allora le vittorie assegnavano due punti: i tre punti sarebbero stati "codificati" più avanti.

DEDICHIAMOGLI LO STADIO. Che Lello Scagnellato meriti la consacrazione a capitano biancoscudato in assoluto lo confermano le 389 presenze con la maglia del Padova, ma anche un altro significativo episodio. Eravamo al termine di quel fantastico campionato del terzo posto e la Juve lo voleva a Torino, offrendogli un contratto ben più vantaggioso di quello che gli assicurava la società biancoscudata. Ma lui rifiutò. "La mia città è Padova - disse - qui c'è la mia famiglia e la mia maglia è quella biancorossa. Non potrei tradire nessuno di questi miei amori''. Biancosudato doc, dunque, e io sono d'accordo con chi ha scritto tempo fa che sarebbe giusto intitolare l'Euganeo proprio al grande Lello. Anche perchè quell'Euganeo mi ricorda tanto il rapido che un tempo collegava Venezia a Milano.

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