MERICORDO. Omaggio all'ultimo vecchio platano del Prato

di Gianni Trivellato - Da oggi, con l'abbattimento dell'ultimo maestoso albero ottocentesco della grande piazza padovana, se ne va anche un pezzo di storia di quanti, sotto le sue chiome, in gioventù hanno trovato ristoro e chiacchierato fino a tarda notte

Prato della Valle quando ancora c'erano i platani ottocenteschi (fonte: pratodellavalle.org)

L'odierno frettoloso e nervoso concittadino, ad esempio uno di quelli che esce in gran fretta da casa alle sette e cinquanta di mattina, altrimenti perde l'autobus che porta in centro, non ci pensa: ma Padova è una città d'acque.

PRATO DELLA VALLE. La definizione è giustificata da una idrografia decisamente complicata che nei secoli ha condizionato fortemente la rete stradale, vincolata e modellata sui corsi d'acqua che hanno caratterizzato l'agglomerato urbano come una vera e propria isola fluviale. Aggiungo che forse pochi padovani sanno che il Prato della Valle, una delle piazze più spettacolari e affascinanti del mondo, seconda per grandezza solamente alla piazza rossa di Mosca, era anticamente una grande palude acquitrinosa, maleodorante e pressoché impraticabile.

I PLATANI OTTOCENTESCHI. Fu sul finire del Settecento che, grazie all'intervento di un podestà dell'epoca, tutta l'area fu ripulita e bonificata, passando alla storia come l'isola Memmia. Un po' alla volta, con il passare degli anni, furono poi costruite le 78 statue dedicate ai personaggi più famosi della città, e infine verso la metà dell'Ottocento, all'interno dell'isola si procedette alla semina di decine di platani, divenuti nel tempo sempre più maestosi e un vero e proprio simbolo della zona.

SCATTI D'ANTAN. Le vecchie foto ci mostrano un Prato che viveva di realtà allora trascinanti, come i grandi mercatini, le fiere del bestiame, le corse dei cavalli, oppure nei giorni di festa il passeggio di un'epoca romantica, con uomini e donne impaludati in abiti che oggi fan sorridere, ma che allora rispecchiavano le mode del tempo.

UN PEZZO DI STORIA SE NE VA. Non ricordo bene quale fosse il nome della malattia che, una cinquantina d'anni fa, rese necessario l'abbattimento dei platani, tranne uno, quello appunto che proprio oggi verrà a sua volta abbattuto. Con lui va in archivio anche un pezzo di storia della nostra città, un nobile passato che, seppur a malincuore, deve cedere il passo alle moderne esigenze di riqualificazione e riammodernamento. Ma con lui se ne va anche un capitolo della mia vita, e di quella di tanti padovani che come me hanno largamente superato il confine dei cosiddetti ''anta''.

ALTRI TEMPI. Tempi in cui ti potevi permettere di frequentare il Prato, anche di sera, senza il timore di subire un borseggio. E le poche macchine che giravano per città non avevano problemi nel trovare parcheggi, a differenza di oggi che se sistemi la tua quattroruote al di fuori delle aree codificate, rischi di dover tornare a casa a piedi con l'aggravio di una multa solenne. Era rimasto l'unico, il vecchio platano, a sorridere bonariamente nell'assistere a queste moderne disavventure. Ma rimasto anche l'unico a doversi rattristare per un sistema di vita, fatto anche di violenze, per lui inconcepibile.

TEMPI ANDATI. Eran tempi, quelli suoi preferiti, in cui all'interno dell'isola, attorno alla grande fontana, prendevano posto nelle sere d'estate piccole orchestrine, ed era un autentico godimento assistere a piacevoli concertini, sotto la frescura regalata dai grandi platani, mentre non poteva mancare l'uomo dei gelati con il suo carrettino bardato da variopinti colori. Tempi in cui tu giovane studente potevi permetterti un'uscita serale con gli amici e, terminata la sosta in pizzeria, andavi a passeggiare e discutere lungo i margini del Prato anche fino all'una o alle due di notte. E i tuoi vecchi di casa potevano dormire tranquilli... Tutto questo il vecchio platano lo raccontava fino a ieri ai suoi giovani ''nipoti'', ormai abbastanza cresciuti ma non ancora maestosi come lui. Da oggi, i giovani, non l'udranno più.

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