MERICORDO. Natale: torna l'atmosfera magica, un tempo però...

di Gianni Trivellato - Quando il primo piatto era una fumante e succulenta minestra di brodo di gallina, di quelle ruspanti che razzolavano nell'aia e che venivano sacrificate proprio in occasione delle grandi feste. Per noi ragazzi l'attesa maggiore era riservata al panettone

Cartolina natalizia degli anni Cinquanta

Un mio caro amico mi diceva tempo fa che, nonostante l'accentuata modernità, alcune cose dei bei tempi andati le abbiamo conservate. Una di queste, aggiungeva, è la magica atmosfera che si crea nelle nostre città e nelle nostre case a Natale, pur in un'epoca ormai consacrata ai viaggi sulla Luna, ai telefonini, ad internet e ai motori di grande o piccola cilindrata. E continuava dicendo che in questo sacro giorno in cui, con un atto di fede, festeggiamo la nascita del Divino, ci sentiamo un poco tutti coinvolti da una profonda partecipazione ai tradizionali riti di questa ricorrenza. Debbo dire che aderisco a questa affermazione del mio amico, anche se con qualche riserva. Per carità, riconosco in pieno la sacralità del Natale, ma i miei ricordi dell'infanzia e della prima giovinezza mi riconducono ad usi e costumi che, pur essendo meno altisonanti, erano più semplici e indubbiamente legati ad una concezione più spartana della vita. A Padova come un po' in tutto l'italico stivale.

IL BRODO DI GALLINA. Al giorno d'oggi ci lamentiamo se per un paio d'ore viene a mancare la luce o d'inverno si guasta l'impianto di riscaldamento. Ben diverse erano le abitudini dei nostri nonni. Anche se ancora piccino, sfollato sul finire della guerra con la mia famiglia nella casa di campagna di Bagnoli, ricordo ancora tante vecchie usanze, a cominciare dalla grande cucina dove in mezzo troneggiava il focolare, con appeso centralmente ad un gancio una lunga catena che sosteneva una grande pentola di rame, dove le donne di casa cucinavano i cibi per l'intera famiglia. E a Natale il primo piatto era una fumante e succulenta minestra di brodo di gallina, di quelle ruspanti che razzolavano nell'aia e che venivano sacrificate proprio in occasione delle grandi feste. Val la pena ricordare che a quei tempi poter gustare una coscia o un petto di pollo erano privilegi consentiti solamente alle famiglie più abbienti, e anche queste se lo potevano permettere non più di un paio di volte al mese. Con il brodo venivano cucinate le lasagne, per impastare le quali la padrona di casa e le altre donne avevano cominciato a lavorare quando fuori era ancora buio. Tutto, insomma, fatto in casa, e sicuramente tutto più genuino rispetto ad oggi.

LA MUNEGA. D'inverno la cucina era l'unico ambiente riscaldato, anche quando il termometro andava abbondantemente sotto lo zero. Così preparare i letti caldi diventava un vero e proprio rito che impegnava l'intera famiglia. Vi sto parlando di usanze risalenti non di certo al... Medio Evo, ma praticate in campagna fino a circa una sessantina di anni fa. Per riscaldare i letti nelle camere si usava la munega, una sorta di arnese in legno, abbastanza grande da poter tenere sollevate lenzuola e coperte, e dove centralmente veniva riposto uno scaldino riempito con le braci raccolte dal focolare. Prima era il turno riservato ai letti dei più piccini, poi quelli degli adulti. Erano tempi in cui, in quasi tutti gli inverni, i vetri delle finestre ghiacciavano e per lavarti c'era solamente l'acqua fredda.

NATALE IN RIVIERA SAN BENEDETTO. Ma non c'è dubbio che i maggiori ricordi legati al Natale mi riportano a Padova, a guerra terminata da un paio d'anni, in una grande casa a tre piani in Riviera San Benedetto, dove abitavano i nonni materni. L'occasione era propizia per radunare la folta parentela, che era tale perchè a quei tempi le figliolanze non si limitavano ad un paio di pargoli, ma erano indubbiamente più numerose. Il ritrovarsi a cena aveva il sapore di una cerimonia quasi mistica, con il padrone di casa naturalmente a capotavola e tutti gli altri attorno alla grande tavola da pranzo, con le donne di casa impegnate a servire i vari piatti dopo una giornata di intenso lavoro.

IL PANETTONE E LE PASTE. Per noi ragazzi l'attesa maggiore non era tanto riservata alle minestre o ai vari piatti di carne, quanto alla parte conclusiva dove primeggiava il panettone. Un dolce che praticamente si poteva gustare solamente a Natale e a Capodanno. Poche volte di più nel corso dei 365 giorni potevi avere a fine pranzo le paste di crema o cioccolato, accolte come vere e proprie squisitezze. Ricordo che in via del Santo (eravamo agli inizi degli anni Cinquanta) c'era una pasticceria allora molto rinomata. Goloso come lo sono sempre stato fin da ragazzo, un giorno, ad insaputa dei miei genitori ho impegnato la paghetta mensile nell'acquisto di un vassoietto di una decina di paste, che naturalmente mi sono ''pappato'' quasi interamente in pochi minuti e al riparo da indiscreti occhi domestici. Il risultato è stato una grossa indigestione con febbre oltre i trentanove gradi. ''Il ragazzo ha lo stomaco in disordine!'' sentenziò mio padre e così pagai l'ingordigia per le paste con il dover sorbire un paio di cucchiai di olio di ricino...

MERICORDO. Potrei rispolverare altre storie, altre memorie. Mi fermo qui, anche perchè quando racconto queste cose i miei figli, ben ''agganciati'' al nuovo secolo, mi guardano come una sorta di ...uomo delle caverne. Eppure eravamo solamente poco più di una cinquantina d'anni fa. Di un tempo in cui, pur con usi, abitudini e mezzi diversi, come giustamente dice il mio amico, si è conservata a Natale un'atmosfera molto simile, per non dire identica. E allora a tutti voi un felice e veramente sentito BUON NATALE!

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