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8 marzo festa della donna, la figura femminile in Angelo Beolco il Ruzante: "La (libertina) Betìa"

Il padovano Angelo Beolco detto Ruzante ci presenta in commedia la figura di Betìa, donna capace di far innamorare e maliziosa, libertina. Composta e rappresentata a Venezia nel 1523, la "Betìa" è una commedia tutta in dialetto in versi settenari baciati, che riprende la tradizione veneta delle farse matrimoniali (i “mariazi”) e la fonde con quella dei contrasti giullareschi. La vicenda rappresentata riguarda la rivalità dei due villani Zilio e Nale per l’amore di Betìa, la quale, nonostante l’opposizione della madre, alla fine sposerà Zilio. Sottese a questa trama sono la celebrazione della naturalezza della vita rurale rispetto alle convenzioni della vita cittadina e la sottile parodia di testi letterari divenuti emblematici, come l’Arcadia di Sannazaro o gli Asolani di Bembo. Una commedia di questo tipo richiedeva naturalmente la complicità di un pubblico di cultura raffinata, com’era quello del Palazzo Ducale davanti a cui fu rappresentata per la prima volta.

INNAMORATO DI BETIA. Ecco una lettura di Ludovico Zorzi: "Anche la Betìa del Ruzante è una tenzone, Zillio che chiede e chiede e Betìa che nega e nega e in ultimo concede... Zillio è un contadinello, bracciante e povero, di diciott'anni. È innamorato cotto di Betìa, anche lei contadinella diciottenne, figlia di donna Menega, così innamorato che, lui dice, " ho provato una gran doglia e dolore, che mi sembra a tutte l'ore che mi scoppi la pancia " (II, 117), ovvero, detto da altri con altre parole: "...il cuore e il fegato mi mordono la panza e in te sola ho tutta la mia speranza..." (II, 557). La corteggia, timido, grossolano, inesperto e lei lo respinge, anzi, lo sbeffeggia e, alzata la sottana, gli mostra il sedere e gli grida "queste non sono carni per te, poltrone, specchiati qui...!" (II, 692).

LA COMMEDIA. Che fare per averla? Arriva in scena l'amico, Nale, un po' più vecchio di lui, già sposato, gran cacciatore di femmine, sicuro di sé, spiccio e senza scrupoli. Ci penserà Nale a convincere la ragazza, e infatti ci riesce, ma a che prezzo? Promettendole che se sposerà Zillio potrà godersi a letto non solo Zillio, ma anche sé, Nale, e Nale è dotato di "un bel zappone, che, come arnese, è di buona mano..." (II, 821) tale da soddisfare ampiamente la vogliosa ragazza a cui dichiara questa volta senza doppi sensi, "e io ti prometto altresì che due mariti avrai e guarda un po' se sarai, dico, ben maritata, e con questo (ed indica con un gesto osceno il proprio arnese) non ti farò mancare di nulla, come proprio dovrei fare verso mia moglie..." (III, 308). E perché Nale fa tutto questo? È lui stesso che lo dichiara a Betìa: "primo perché di queste nozze sarò stato cagione, e poi perché voglio un gran bene a Zillio, come tu vedi..." (III, 321).

COME CONVINCERE BETIA? Tra i tanti argomenti che potevano convincere la ragazza, lo "zappone" di Nale è certamente molto convincente: Betìa accetta e anzi fugge di casa con i propri quattro stracci per andare a sposarsi con Zillio.
Ma la madre se ne avvede e l'insegue: ferma i tre fuggitivi, li insulta a dovere e si riporta a casa la figlia, dopo uno splendido battibecco fra le due donne, la giovane che accusa la madre ricordandole i suoi trascorsi: "...ma non andaste via anche voi, madre, quando eravate ragazza, con un soldato? E poi fuggiste daccapo con un frate, prima che mio padre vi menasse via?" (III, 783). E la vecchia che si giustifica adducendo le sue nobili ragioni: "...non sai perché lo feci: ché per schivar questione andai via col soldato e poi con il frate lo feci per penitenza, ché mi fu dato in penitenza di stare un anno con un frate, perché volli avvelenare mia madre che fu cagione..." (III, 793).

IL RUOLO DELLA VEDOVA TAMIA. Ma... Ma c'era il patto a tre, fatto da Nale con Betìa, a cui Betìa non vuol proprio rinunciare e che Zillio, invece, non vuole accettare. Ed esplode così, tra i due ex amici, la lite, che terminerebbe in modo tragico se Zillio non mancasse la coltellata con cui aggredisce Nale portandosi via la propria giovane moglie. Lo ferisce di striscio, non l'uccide, e tuttavia Nale che è, prima di tutto, un gran burlone, ne approfitta per giocare a fare il morto. Alla moglie in lacrime che appunto lo crede morto si presenta come fantasma, regalandoci una serie di scene spassosissime, farsesche e insieme "dantesche", con un divertente resoconto-burla di ciò che a suo dire avrebbe trovato giù nell'inferno: il contrappeso tra colpe in vita e tormenti infernali, la soddisfazione di vendette e rivalse su chi in vita l'aveva fatta da gradasso... Piange con toni accorati che rasentano poesia e commozione, Tamìa, la presunta vedova di Nale, piange disperata la perdita dell'adorato marito, piange per un po', e poi, (ed è splendido teatro che ci ricorda momenti monumentali, persino di Shakespeare, su toni, ovviamente, del tutto diversi...) poi d'improvviso se ne fa ragione, smette di piangere il marito e se ne va allegramente con un altro sposo: "...giacché Dio m'ha esaudito e Nale è morto non credo fargli torto a trovarmene un altro" (V, 1170).

UN FINALE...ALTERNATIVO. Ora è Nale che si dispera: la sua era stata una semplice burla e ci sta rimettendo la moglie...! Non resta che far marcia indietro, ripresentarsi nelle vesti di vivo, chiederle scusa, farla tornare a sé, e anzi mandarla come ambasciatrice da Zillio per rassicurare anche lui che Nale no, non è morto, ed è pentito per essersi burlato di lui con la pretesa - e finge che fosse tutto uno scherzo - di prendersi la Betìa... E va tutto liscio, molto, molto liscio, perché Zillio, ora, si è chiarito le idee e non è più offeso delle pretese sessuali di Nale sulla propria moglie: è semplicemente offeso del fatto che Nale pretendesse Betìa senza offrire nulla in cambio! Non ha una moglie anche Nale? "...eppure anche tu, nel duo, avevi di che mettere a scotto, di ciò. Ma vuoi fare come io ti dirò? Guarda se son buon amico, se vuoi. Vuoi che facciamo tra noi i quattro contenti? Se tu ti accontenti, io son già accontentato. E potremo dire... che farem cosa mai fatta, perché mai non si fece se non in tre e noi la faremo in quattro...!" (V, 1424). È il classico scambio delle coppie, in versione boschereccia e ruspante, dai due mariti e accettato con gran gioia dalle mogli: "Che ne dite, femmine, voi?", "oh, siamo stracontente, noi, non vogliamo altro, in fede nostra..." (V, 1434). Termina così la spassosa commedia, con un ulteriore tocco finale a sorpresa perché si aggiungerà, al quartetto, ad insaputa dei due mariti, l'amante di Tamìa, la moglie di Nale, che sfregandosi le mani dalla contentezza se la ride del patto a quattro e annuncia: "potrò fare, quando vorrò, qualche carreggio, perché a quel che veggio, essi credono fare i quattro contenti e invece saremo in cinque!" (V, 1461).

CHI E' RUZANTE. Angelo Beolco (1500-1542), detto il Ruzante, visse nella prima metà del Cinquecento in quel di Padova. Erano gli anni dell'Ariosto (1474-1533) e in letteratura si stava completando quel secolare passaggio, iniziato duecento anni prima con Dante, dalla lingua latina a quella italiana. In quegli stessi anni Teofilo Folengo (1491-1544) scrisse il suo Baldus in un latino maccheronico, a mezza strada fra le due lingue. Ruzante fece invece un'altra scelta: il colorito dialetto parlato dalle classi contadinesche intorno a Padova, ben diverso e ben più rutico del colto, musicale e bellissimo veneziano, lingua letteraria usata poche leghe più in là, verso la laguna. Oggi il pavano è incomprensibile: puoi leggerlo solo in traduzione. Come diventerà incomprensibile oggi, per noi, la lingua napoletana usata un secolo dopo da quell'altro grandissimo letterato dialettale che sarà il Basile (1575-1632) de Lo cunto de li cunti. Ruzante apparteneva alla borghesia, non al popolo, e frequentò l'aristocrazia. Fu, un po' per professione e un po' per passione, attore e da attore si fece autore scrivendo per sé le commedie che poi avrebbe rappresentato.

BETIA-ANALISI. Betìa è del 1524: aveva 24 anni quando scrisse - in versi - questa splendida commedia, un vero capolavoro del teatro comico, limitata, tuttavia, da alcuni difficili problemi. L'incomprensibilità della lingua, la sterminata lunghezza (cinque atti per oltre 5000 versi) e molte parti, soprattutto nel primo e nel secondo atto, noiose e assolutamente superflue al corso drammatico della vicenda. Superato ciò, la lettura della Betìa è deliziosa e offre momenti di straordinaria bellezza e toni che ne fanno un gioiello della letteratura ruspante. Prendiamo i temi d'amore. Ricordiamoci la lirica d'amore, quella greca, quella latina, quella stilnovistica o minnesanger, quella petrarchesca. E leggiamoci per contrappunto questa ruzantiana. Dove le metafore, i temi, i toni, le immagini, anziché attingere al mondo dello spirito, dell'angelicato, del paradiso, qui attingono alla ruspante concretezza contadinesca della materialità quotidiana, al corporale, al sensibile, all'animalesco".

 

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