Padova da Vivere

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Comuni del Padovano, Piombino Dese origine del nome ed alcune curiosità

La presenza dell'uomo lungo l'asta del Sile è documentata e databile al VI millennio a.C. (Epipaleolitico), si rese più intensa nell'età del Bronzo (1800-1900 a.C.) epoca in cui i primitivi abitanti del territorio da noi analizzato, iniziarono la penetrazione nella boscaglia, di cui era ricoperta la zona (boscaglia composta da olmi, carpini, frassini, querce e popolata da cervi, lupi e cinghiali), gli spazi utili ad un'agricoltura di semplice sopravvivenza e ad un modesto allevamento di ovini e bovini erano ricavati attraverso la pratica del debbio , inoltre altri mezzi di sostentamento di queste popolazioni primitive erano la caccia, la pe¬sca e la raccolta di erbe, radici selvatiche e frutti del sottobosco . 
Il territorio a nord del comune, è piuttosto basso rispetto a quello circostante, e presenta una superficie ineguale, probabilmente caratterizzato in antico dalla presenza di numerosi dossi spianati in successive bonifiche, ne è dimostrazione la presenza di toponomi ancora esistenti, quali Vallone e Motta. Quasi certamente il territorio più a nord del comune era parzialmente allagato con isolotti emergenti argilloso-sabbiosi, attorniati da vaste zone torbose e costituiva un sito privilegiato per insediamenti, se non stabili e prolungati, almeno temporanei. Anche la tipologia dei reperti rinvenuti nel territorio comunale fa pensare ad una economia prevalentemente agricola senza escludere l'allevamento stanziale con movimenti stagionali seppur limitati. In considerazione della particolare natura del luogo l'allevamento di greggi ovini è probabile rappresentasse un importante settore economico, basato sullo sfruttamento della flora naturale, questo comportava un continuo spostamento degli animali, causa il rapido esaurirsi della vegetazione sull' area frequentata. 

PRESENZA. La presenza a tutt'oggi di un sistema di linee che corrispondono per lo più a strade, formanti quadrati uguali tra di loro, è dovuto alla centuriazione romana, che si è conservata poiché le linee divisorie maggiori corrispondono a confini e a strade lungo le quali furono scavati fossati o che servivano alla bonifica delle aree paludose o alla deviazione dei corsi naturali d'acqua. II territorio di Piombino Dese è inserito nella centuriazione di Altino , è compreso tra l'agro di Padova e quello di Asolo, le cui tracce più meridionali si rinvengono sulla sinistra del Muson, a nord di S.Marco (località situata a nord del comune di Piombino Dese), mentre poco ad est, nella zona di Casacorba e Torreselle dove nasce il Sile, vi è una tipica zona di confine. Non è possibile stabilire quali fossero il decumano ed il cardine massimi, poiché nessuno dei limites è tanto chiaro da poter essere individuato quale uno dei tracciati principali, ma, per una questione pratica, si accoglie come decumano centrale quello che ha inizio a sud-est di Loreggia (presso C. Baldassa) e passa per Fossalta, Cappelletta e Scorze (da come è evidenziato nella cartografia allegata). 

IL PERIODO COMUNALE. L'evangelizzazione delle terre venete, pur se il problema rimane estre¬mamente oscuro, è ricondotta all'opera del vescovo greco Prosdocimo , che iniziò la sua azione missionaria in diverse località della Veneta. Questa opera missionaria fu favorita anche dalla struttura viaria che consentiva gli spostamenti lungo le grandi strade romane (Ostilia, Postumia, Amelia, Annia, Claudia Augusta) e, in ambito locale, attraverso il reticolato romano. Il Cristianesimo si affermò prima in città e, soltanto dopo la pace di Costantino (sec. IV), si estese lentamente alle campagne, coesistendo dapprima con la religione pagana. Nulla si può dire su Piombino Dese nei secoli che videro l'occupazione longobarda e le invasioni barbariche in genere, se non ribadire le distruzioni, i saccheggi, ed il generale impoverimento che a quell'epoca si ascrivono. Bisogna giungere all’attività del monachesimo benedettino per registrare una ripresa dell' attività economica, dovuta ad una capillare opera di bonifica e ad una trasformazione di vasti territori incolti, convertiti poi all'agricoltura. Il primo documento scritto in cui si fa riferimento a Piombino Dese è la bolla di Papa Eugenio III, in cui, tra i beni di pertinenza del vescovado trevigiano, si annovera la Pieve di Trebaseleghe col castello, la villa e le sue pertinenze tra le quali rientrava Piombino Dese.  Il territorio odierno di Piombino Dese era molto diverso in quell’epoca, infatti era quasi totalmente composto da boschi, canali che avevano molta rilevanza economica in epoca Medievale, in quanto costituivano una fonte inesauribile di caccia, pesca e di legname, voci tra le principali per la sussistenza delle popolazioni di allora. Con il progressivo consolidarsi dell' istituto comunale, il potere laico prese la rivincita tentando di avocare a sé i feudi vescovili offrendo compensi pecuniari. Particolari avvenimenti che tocchino Piombino in questi secoli i documenti non riportano. 

VITA SOCIALE ED ECONOMICA DURANTE LA VENETA SIGNORIA. Nel XII secolo con sviluppo del potere dei comuni e unito una energica politica antimagnatizia avevano progressivamente ridotto l'area dei feudi , e dato inizio ad un lento processo di trasferimento e di re-distribuzione della ricchezza a favore dei ceti esclusi dall'esercizio del potere (giudici, notai, prestatori di denaro) e degli esponenti della piccola e media borghesia mercantile, favorendo in tal modo la circolazione della terra, anche per vie non tradizionali, soprattutto con l'istituzione dell'ufficio dell'estimaria, regolato da statuti che dettavano i criteri per la messa all'incanto dei feudi e degli altri beni allodiali o livellari . Il mondo dei lavoratori della terra cambiava così fisionomia presentando, accanto ai coloni e salariati della grande proprietà laica ed ecclesiastica, anche piccoli e medi proprietari. La piccola proprietà appariva comunque ben rappresentata fino al primo '400, fino a quando la progressiva concentrazione delle proprietà nelle mani della nobiltà veneziana e delle borghesie cittadine produsse il fenomeno della riduzione delle piccole proprietà, giungendo fino all'espulsione fisica dei contadini dalla terra e determinando una crisi irreversibile e di lungo periodo. In seguito alla profonda crisi originata dalla guerra di Chioggia iniziata da Venezia contro Genova nel 1378 e conclusa con la pace di Torino dello stesso anno, la Repubblica aveva constatato la necessità di guardare al continente quale garanzia e condizione di ripresa dei traffici con l'Oriente. La possibilità che si creasse un forte organismo politico a ridosso della laguna poteva essere scongiurata solo mantenendo gli sbocchi commerciali verso l'Europa continentale, assicurandosi altresì l'apporto di merci e di capitali provenienti dalla Lombardia che compensassero le carenze della città . L'abbandono delle attività commerciali ed industriali, determinato dalle conquiste turche in Levante, dal cambiamento dei traffici internazionali in seguito alle nuove scoperte geografiche, e la costituzione dei grandi stati nazionali in grado di meglio garantire politicamente e militarmente l'economia dei propri sudditi, rispetto ai piccoli stati italiani, spinsero i nobili veneziani verso l'acquisto massiccio di terreni nel quale vedevano un investimento sicuro e produttivo, dal momento che i prezzi agricoli facevano registrare continui aumenti data l'incapacità dell'agricoltura di soddisfare ai crescenti bisogni alimentari. 
Poi che fu sopito il dinamismo di cui si contraddistinse la civiltà comunale, l ' avvento delle Signorie aveva creato le condizioni per un recupero delle idealità aristocratiche mai del resto spente. Il senso dell'onore "quale esteriore contrassegno di grado sociale, il rilevante valore politico della famiglia, l'avversione per le arti meccaniche" da una parte, e l'elevazione della pro¬prietà terriera e della rendita ad unica funzione economica permessa al nobile dall' altra, formarono quella mentalità e coscienza sociale che, incontratesi con la cultura umanistica, determinarono il diffuso mecenatismo della grande nobiltà e quegli importanti investimenti che assai influirono sulla evoluzione e sulle caratteristiche dell' architettura veneta nell'età moderna. Le ville, quindi, di cui la nobiltà veneziana punteggiò il territorio, non servirono soltanto all'ozio e allo svago dei proprietari, ma costituirono i centri operosi d'una intensa attività produttiva. Già nella prima metà del '400, quando i Comaro iniziarono gli investimenti a Piombino, esistevano palazzi patrizi e strutture agricole pienamente funzionanti all'interno di fondi agricoli in costante ampliamento. Ma la transizione dal Medioevo al Rinascimento registra anche un profondo mutamento nella concezione di "territorio", che da oggetto di sfruttamento economico e militare diventa soggetto in quanto habitat dell'uomo. Gli interventi antropici, particolarmente sul regime delle acque sia dei fiumi che delle bonifiche, non sono più mirati esclusivamente alla costituzione di un "retroterra della laguna" in difesa di Venezia, bensì sono compresi in un piano generale di tutela a carattere prevalentemente economico, atti a garantire alla città le derrate alimentari ed alle grandi famiglie gli utili derivanti dagli enormi capitali investiti nelle campagne. Dal XVI al XVIII secolo si susseguirono gli interventi sui fiumi Sile, Zero, Dese e Marzenego alcuni tra i più importanti fiumi che riguardano il nostro ambito di studio. Durante tutto il secolo XVI, del resto, i Cornaro intervennero per proprio conto con notevoli opere di bonifica sui terreni di loro pertinenza, provvedendo ad scavi sul Marzenego, sul Draganziolo, sul Dese, sul Rio Bianco e su altri fossati intersecanti i loro fondi. Per tutto il '400, comunque, l'interesse della Repubblica rimase rivolto al mare e ben marginali furono le viste per la terraferma, tanto che la contadinanza rimase in condizioni di miserabilità, seppure potessero dirsi assai migliori di quelle esistenti al di fuori del dominio veneziano. La progressiva perdita di influenza sul mare, che Venezia tentava di bilanciare impegnando sempre più numerosi capitali nella terraferma, aveva conseguentemente provocato l'aumento della popolazione nelle campagne a scapito di quella cittadina occupata nei commerci e nelle industrie. Proprio sull'opera di questa grande massa di contadini Venezia doveva contare per il proprio sostentamento impegnandosi ad esercitare le sue funzioni politiche ed economiche per la valorizzazione delle terre. 
Solo il secolo successivo, però, vide la "scoperta" dell' agricoltura come settore di interesse economico e scientifico, ed ancora più tardi, nel secolo XVI., la terra prese il sopravvento sul mare registrando ingenti investimenti ed il conseguente sviluppo generale dell'economia. La lavorazione dei fondi, che evidentemente doveva essere effettuata da persone diverse dai pro-prietari, dava origine a varie forme di rapporto contrattuale, a seconda del tipo di proprietà fondiaria. I beni comunali, costituiti perlopiù da terreni adibiti a pascolo libero, talvolta erano dati in affitto, ed il canone percepito andava a beneficio della comunità quale sopperimento alle spese generali. 
I beni ecclesiastici, specie quelli appartenenti a monasteri e conventi erano regolati da contratti agrari quali l'enfiteusi ed il livello. 
L'enfiteusi tendente principalmente a migliorare le condizioni del fondo, raggiungeva lo scopo di aumentare la rendita in favore del concedente, aumentando nel contempo quella dell'enfìteuta e assicurandone una certa stabilità nel fondo.Non di rado tali contratti favorivano il passaggio dei terreni alle famiglie che li avevano ricevuti in amministrazione dai monasteri. 
Il contratto di livello interessava il più delle volte beni appartenenti a parrocchie e mense vescovili e pur differendo giuridicamente dall'enfiteusi se ne distingueva essenzialmente per la "lustrazione", un rinnovo obbligato del livello, cioè a date fisse, con rivalutazione del canone, senza per altro comprendere le migliorie apportate. La mezzadria già presente in epoca romana, consistente nella ripartizione dei prodotti del fondo tra proprietario e colono era il contratto a termine maggiormente diffuso per i beni privati e laici. Tale contratto di durata annua e rinnovabile, poteva essere disdetto con dichiarazione scritta o alla presenza di due testimoni entro il 31 marzo: in caso contrario si riteneva rinnovato per un altro anno e così via successivamente. La ripartizione, assai diversa da zona a zona, riguardava nel trevigiano, solamente l'uva ed i bozzoli, mentre di solito il bestiame era del coltivatore. La locazione o affittanza, generalmente di durata annuale e rinnovabile, si praticava di solito per estensioni limitate e concedeva al fittavolo libera iniziativa nella coltivazione del fondo, salvo il pagamento dell' affitto, per la cui insolvenza il creditore poteva sequestrare i beni ed imprigionare il debitore, come detto, fino all'estinzione del debito stesso. Una visione sufficientemente chiara della condizione degli abitanti rispetto alla proprietà ed alla capacità di produrre reddito, è data dagli estimi, tramite i quali si stabiliva la potenzialità contributiva di ogni singolo proprietario di beni mobili o immobili. Dalla lettura degli estimi risulta evidente come la quasi totalità del territorio fosse nelle mani della nobiltà, alla quale non era concesso sovrintendere alla gestione dei propri possedimenti, in causa degli impegni politici cui non poteva sottrarsi, e doveva quindi affidare la cura dei propri interessi ad un fattore che oltre a capacità amministrative, in grado di tenere un quaderno a partita doppia, fosse dotato di senso degli affari.Le numerosissime carte dell'archivio privato dei Cornaro ci danno un quadro preciso dell'azienda-tipo dell'epoca con il fattore al suo vertice, il cui compito non consisteva solo nel riscuotere rendite consuetudinarie, ma soprattutto nell'incrementare il reddito ed il capitale. Non adottandosi la tecnica della rotazione delle colture, era inevitabile la ricerca di nuove aree da seminare, bonificandole dall'acqua, soprattutto con l'introduzione del mais che comportava l'esigenza di grossi appezzamenti, non avendo bisogno di molte cure e producendo molto. La progressiva estensione delle colture cerealicole mise in crisi, altresì, l'allevamento del bestiame sia bovino che ovino privando le terre del letame necessario alla concimazione. L arretrata tecnica agraria, l'accentramento delle proprietà nelle mani della nobiltà e la conseguente riduzione del mondo contadino alla sua sola forza-lavoro presentavano agli inizio del '600 un quadro di estrema miseria delle masse rurali, tanto che "Il collasso dell'intero sistema fu evitato nel corso del Seicento sia per i drastici tagli demografici dovuti alle pesti ed alle carestie, sia per i miglioramenti qualitativi dovuti all'introduzione e alla diffusione della gelsibachicoltura e all'intrusione del granoturco”. L'esistenza del mais è documentata a Piombino già nel 1569, allorché il fattore dei Cornaro registrava. Le carte d'archivio del XVII sec., per il territorio che ci interessa, danno il senso di una quasi assoluta staticità. 

IL DOMINIO NAPOLEONICO. L'occupazione francese, che iniziò in Italia nel 1797, lasciò fin dalla sua prima apparizione la propria impronta negativa a Piombino, infatti all’arrivo delle truppe si ebbero grossi saccheggiamenti e distruzioni. 

DALLA DOMINAZIONE AUSTRIACA AI GIORNI NOSTRI. Con la sconfitta di Napoleone ed il ritorno degli Austriaci per le popolazioni venete le cose non cambiarono di molto. Seppure accolti con favore, o forse più con la rassegnazione di chi non può scegliere il padrone, gli Austriaci non tardarono a manifestare la loro strategia colonialista. Se da un lato restaurarono l'ordine conturbato e mantennero e potenziarono le rifor¬me introdotte con il Codice Napoleonico, dall'altro introdussero una serie di angherie e tassazioni che diedero un duro colpo alla già miserabile popolazione. Fin dal primo ingresso in paese, l'aquila imperiale austriaca non trascurò di far sentire Immediatamente la sua rapacità, operando requisizioni di ogni genere: buoi, cavalli, muli, carri, fieno, granoturco, carne, vino, erano a frequenti scadenze richiesti ai comuni che talvolta si trovavano nell'impossibilità di procurarli, incontrando spesso l'opposizione dei proprietari risoluti a non privarsene. La conquista austriaca porto alla quasi totale sottomissione delle popolazioni venete, inoltre le scadenti condizioni di vita dei piccoli centri come piombino portarono presto all’insorgere di malattie come la pellagra e il colera. Non fu questo solamente a decimare la popolazione ma fu piuttosto il movimento migratorio per il sud america, dove molte famiglie di piombino andarono a cercar fortuna. Da ricordare però da parte degli austriaci la costruzione delle grandi opere pubbliche quali i cimiteri e la rimessa appunto di alcune arterie importantissime. La prima guerra mondiale "portò sconvolgimenti radicali nei comportamenti, nei modi di essere e nella mentalità della popolazione, venerando una rivoluzione delle aspettative crescenti, diversa per classi, ceti e categorie, ma univoca nel desiderio di non tornare alla situazione precedente" . 
Il dopoguerra non riservò condizioni migliori alle masse rurali, soffocate dal carovita e dalla disoccupazione, tanto ché nel 1920 la loro protesta, che trovò collettore e punto di snodo nelle leghe bianche promosse da cattolici, sfociò nella decisione di non pagare gli affitti e non consegnare i bozzoli, dando così una sferzata alle languenti trattative sui patti colonici e dando vita di propria iniziativa all’auspicato rapporto di fitto in denaro. Alle denunce alla Magistratura per appropriazione indebita e inadempienza contrattuale, con cui risposero gli agrari, i contadini bianchi contrapposero una massiccia mobilitazione invadendo municipi, strade, stazioni, case padronali, giungendo talvolta ad eccessi quale fu l'incendio della villa dei conti Marcelle a Badoere. Con l'avvento del fascismo e la politica deflazionistica, inaugurata dalla fissazione a quota 90 del cambio della lira, la crisi economica toccò l'apice. I debiti contratti dovevano essere rimborsati in moneta rivalutata, i prezzi dei prodotti agricoli si erano ridotti del 40%, la disoccupazione aumentava vertiginosamente, l'industria e il commercio procedevano a passo stentato e, per conseguenza, le classi agricole e operaie riducevano sempre più gli acquisti di prima necessità. E' ancora nella memoria di molti il lungo periodo fascista e gli anni durissimi della II° guerra mondiale, con l'invasione degli sfollati, la minaccia dei bombardamenti, i sabotaggi dei partigiani, cui seguivano le rappresaglie di tedeschi e fascisti, e infine l'arrivo degli Alleati che pose fine ad un interminabile incubo. Il dopoguerra vide un nuovo esodo dal comune di Piombino, nel quale prevalevano le piccole aziende agricole di pochi campi, condotte da piccoli fittavoli e piccoli proprietari, con altre poche aziende mezzadrili di reddito scarso ed insufficiente a procurare il fabbisogno strettamente necessario ed indispensabile per le singole famiglie di coloni. Solo l'introduzione dell'industria avrebbe apportato il rimedio contro la continua fuoriuscita della manodopera valida, garantendo un posto di lavoro in loco ed il guadagno necessario ed indispensabile per un decoroso tenore di vita della popolazione. Accanto alle due fabbriche di cinturini per orologio giunte in paese, nel 1947 la Felsina, e nel 1950 la Berica, l'amministrazione comunale, sulla base del proprio piano di sviluppo economico, invitò altre industrie capaci di assorbire la manodopera disponibile, sollevando e migliorando in tal modo le condizioni della gente locale. Nel 1957 cominciarono ad installarsi nuove industrie e attività artigianali che consentirono occupazione a circa novecento persone del luogo, senza peraltro contare la non trascurabile quantità di lavoro commissionato a domicelio. II notevole innalzamento del tenore di vita, dovuto al nuovo quadro economico, diede conseguentemente inizio ad una profonda trasformazione del volto edilizio del paese e della viabilità, giungendo alla situazione, spesso caotica, che conosciamo. 
Questo rapido volo sugli avvenimenti della storia più recente trova la sua ragione nell'impossibilità di contribuire, in poche righe, alla conoscenza e interpretazione di fatti che per essere troppo recenti non s'adattano alla cronaca, ma esigono il concorso della sociologia, dell'economia e della politica. Del resto, era nostra intenzione ricostruire la storia di una comunità che, seppure mai refrattaria alle estreme sollecitazioni, mantenne per lungo tempo connotazioni culturali rapidamente sconvolte dai nuovi dettati dell'economia industriale, nutrita sugli scambi d'ogni genere tra paesi, città e nazioni, giungendo inevitabilmente a ridurre i gangli vitali della cultura del mondo contadino scomparso alle rare reviviscenze folcloristiche della nostra contemporaneità. 

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