Padova da Vivere

Padova da Vivere

Verso Halloween "Padua dungeon" "La dama azzurra del Catajo"

Era rigido, il mattino, in quel 12 febbraio del 1667. L'uomo intabarrato che s'accingeva a varcare la porta di Pontecorvo aveva già posato lo sguardo sulle lastre di ghiaccio che lentamente scivolavano verso il mare a Voltabarozzo, i campi velati d'un bianco impietoso lungo la via, le pozze trasformate in solidi manti bianchi sulla strada. Una nebbia pesante aleggiava sopra le mura, quel mattino, il sole non era che un anello di luce un poco più accesa in un cielo grigio come la cenere, eppure quel viandante intabarrato era felice: erano 13 anni che non vedeva Padova, che non tornava nella sua città. Già pregustava l'aroma che fuoriusciva dai forni del ghetto, lo scalpiccio dei boccalari intenti a sagomare il peltro, il chiasso risonante del Fondaco delle Biade, il ritmico pestare delle pale di Ponte Molino.

Già percorreva con la mente l'elenco delle osterie che ricordava, nell'intento di capire dove gli gustasse bere il primo goto di vino nella sua ritrovata città, che si accinse a passar sotto la volta aperta della porta, quando, avanti a sé, ad impedirgli la via, si fecero avanti cinque uomini anch'essi intabarrati tanto da non poterne vedere il volto. L'uomo che stava al centro gli si fece sotto con passo lento e deciso, mentre i due che stavano ai lati gli girarono attorno. Guardingo, il viandante accarezzò il pomolo della spada che celava sotto il pastrano. "Attilio Pavanello?", chiese l'uomo al centro. "Chi vuole saperlo?", replicò il viandante, mentre le dita della destra scivolavano sull'elsa della spada.

Non ebbe tempo di estrarla, quella spada, perché cinque pugnali lo trafissero all'unisono al ventre e alla schiena, e il viandante si ritrovò sulle ginocchia, il capo chino nello spasmo del dolore e il respiro affannoso per il sangue che già gli inondava i polmoni. Nitido, il viandante sentì il sibilo d'una spada sguainata con decisione, e alzò gli occhi quel tanto poteva, a indagare se veramente fosse chi credeva a portargli via la vita. Gli bastò uno sguardo all'elsa della spada per capire chi avesse di fronte. Sulla coccia, fra la lama e la guardia di quella spada, troppo grossa per non essere antica, campeggiava luccicante uno scudo bianco solcato da linee azzurre, al centro un familiare leone dorato troneggiava fiero: lo stemma della famiglia Obizzi. "Ferdinando...", rantolò il viandante. "Ora rendi quel che hai preso tredici anni fa, infame", disse l'uomo al centro, brandendo la sua spada, e con un fendente rapido come lo scatto d'una serpe gli tagliò la testa.

Pioveva, quella notte del 15 novembre 1654; la servitù aveva acceso tutti i focolari di Palazzo Obizzi prima di ritirarsi, le moneghe erano state messe sotto le coltri dei letti, ma ancora faceva troppo freddo per coricarsi, sebbene l'ora fosse tarda. Troppo duratura era stata l'assenza della famiglia, troppo lungo quel viaggio d'affari, e Donna Lucrezia sebbene esausta non poteva soffrire il freddo delle spesse mura che stentavano a scaldarsi. Aveva scelto quindi di attardarsi davanti al fuoco assieme al suo figlio più piccolo, Ferdinando, per cullarlo e racontargli storie, certo, ma non solo: aveva sempre detestato il Palazzo di Padova, fin da quando, a 18 anni, aveva cambiato il suo nome da Dondi Dell'Orologio in Obizzi, sposando il rampollo Pio Enea. 

Dopo ventiquattro anni, durante i quali neppure d'un soffio la sua bellezza era sfiorita, ancora trovava tetro quel palazzo, inquietante e freddo, preferendogli di gran lunga il Castello del Catajo di Battaglia Terme, così gradevole e dolce, immerso nel verde com'era. Non le piaceva stare da sola in quella casa grande che non sentiva sua, per questo aveva deciso di attardarsi con il figlioletto fra le braccia, e, mentre il piccolo dormiva, lei si abbandonava ai pensieri.

Non sapeva, Donna Lucrezia, che proprio mentre scostava dolcemente i capelli dagli occhi del suo figlioletto addormentato, l'assassino sgattaiolava all'interno di Palazzo Obizzi da una porticina laterale. Pensava, e si domandava per quale ragione Pio Enea avesse dovuto ripartire così presto, per quale ragione si fosse fermato solo poche ore di ritorno dal loro viaggio. Non le piaceva quando lui andava via: negli anni aveva imparato ad amarlo, gli aveva dato tre figli, ma non era tanto la passione che le faceva sentire la mancanza del marito, quanto la sua capacità di farla sentire protetta anche solo con la sua presenza. Del resto, pensò Donna Lucrezia, aveva bisogno di protezione. 

Una bella donna sola è nuda di fronte agli sguardi indiscreti e lubrichi dei maschi desiderosi, e ogni calle si trasforma in una trappola, ogni messa in un'imboscata, ogni conversazione in un tranello, tanti erano coloro che ogni giorno sondavano la sua virtù di moglie. E ve n'erano, ve n'erano molti. Non immaginava, Donna Lucrezia, che l'assassino, mentre lei sospirava fra un pensiero e l'altro, saliva furtivamente la scalinata che conduceva alle sue stanze.

Il magistrato, pensò, e anche il notaio che aveva curato il lascito di suo padre Bartolomeo. Persino il Podestà l'aveva un giorno insidiata sottilmente, distogliendo le sue attenzioni all'ordine pubblico. Per non parlare di Attilio, Attilio Pavanello. Dio maledicesse il giorno in cui suo figlio Roberto, il maggiore, l'aveva portato in casa, e maledicesse pure la passione per il teatro, che quel giovane condivideva con suo marito, e che lo aveva trasformato in una presenza costante al Castello del Catajo e a Palazzo Obizzi, ché da quel giorno la sua vita aveva preso una piega che non le piaceva per nulla.

Avrebbe tremato, Donna Lucrezia, se avesse saputo che proprio mentre storceva la bocca, ricordando le gesta di quel giovinastro, l'assassino sostava dietro la porta della sua stanza. Dapprima Attilio era semplicemente un giovane garbato, appena un poco intraprendente, interessato giustamente più alla compagnia degli uomini che della signora. Poi le cose erano cambiate. Il giovane si attardava di qualche passo durante le passeggiate, restando vicino a lei piuttosto che al figlio e al marito, intenti a declamare i versi del Ruzante e a giocare con i falchi; trovava sempre modo di scivolare sulla sedia a lei più vicina durante le cene, godendo e magnificando anche la più stupida delle facezie che uscissero dalla sua bocca.

Poi la sua intraprendenza s'era fatta sfacciataggine. Già non contava più, Donna Lucrezia, le volte che la mano d'attilio era scivolata dietro la sua nuca nel tentativo di rubarle un bacio in un angolo sperduto del Parco del Catajo, chissà quante altre le aveva promesso di scalare il balcone della sua stanza nonappena suo marito si fosse assentato, e lo sa Dio, pensò, per quale ragione ella non avesse ancora riferito di tutte le sue impudenze a Pio Enea, il quale senza dubbio...

Non ebbe tempo di finire il suo pensiero, Donna Lucrezia, perchè un'ombra saettò all'interno della sua stanza richiudendo la porta col paletto alle sue spalle e voltandosi a guardarla da sotto il cappuccio. Fece per tirarsi in piedi, Donna Lucrezia, ma non fece che uno scatto accennato, bloccata dal luccichio di un rasoio nella mano di lui, ammutolita da quel sorriso accennato che riusciva a intravvedere sotto l'ombra della tesa. L'uomo si avventò sul piccolo Ferdinando, che non ebbe quasi il tempo di riaversi dal sonno prima d'essere scaraventato e chiuso nella stanza cieca che si apriva alla destra del camino. L'uomo si avvicinò a Lucrezia e si tirò giù il cappuccio: Attilio, ancora Attilio, sempre Attilio.

Le si inginocchiò di fronte, agitando la lama del rasoio, recitando improbabili versi da lui ideati che parlavano di una notte magica, del canto delle sirene, della gioia della gioventù nell'unione dei corpi, e Lucrezia non trovava parole per chiedergli pietà, non riuscendo a far altro che scuotere il capo mentre il cuore le risaliva fino in gola. E la furia montava nel petto di Attilio, per l'ennesima volta respinto da una donna che non lo aveva mai denunciato al marito, esprimendo così la sua complicità, una donna che era troppo bella per essere di un solo uomo e che poteva, doveva dargli quel che lui voleva perchè se l'era meritato con tutta la sua passione, con tutto il suo desiderio.

Eppure lei continuava a scuotere il capo mentre dai suoi occhi traspariva terrore, non certo amore. Così lui la afferrò per le braccia e la scaraventò sul letto, stracciandole le veste azzurra e cercandole un bacio, ma lei lo respinse un'altra volta, l'ultima, e lo schiaffeggiò. Attilio vide rosso, e non pensò certo alla sua mano che calava sul volto di lei, affondando la lama del rasoio fra l'occhio e la guancia. Lucrezia non riuscì nemmeno a urlare, semplicemente non poteva credere, toccando con la mano lo squarcio sul suo volto e sentendo il calore del sangue che ne usciva, che quella sarebbe stata la sua fine.

Ma ogni fendente che un Attilio ormai impazzito menava sul suo viso, sul suo petto e sulle sue braccia, l'avvicinavano sempre più all'abisso della morte, tanto atroce e impietosa quanto fuori di senno era il suo assassino, tanto violento ormai da spezzare persino la lama sulle sue ossa ormai messe a nudo dalla furia. Ebbe compassione, allora, di quella donna un tempo tanto bella e ridotta ora a una massa informe sprizzante sangue, e con un rapido gesto affondò il moncherino del rasoio nella sua gola, rubando l'ultimo dei suoi respiri.

Così moriva Lucrezia Obizzi, in una stanza fredda, lontano dai figli e dal marito, sola in un luogo che non le apparteneva. Doveva tornare, Lucrezia Obizzi, al suo Castello del Catajo, dove la sua vita breve e dalla fine tanto assurda aveva saputo regalarle i suoi momenti più felici. Il suo corpo finì invece alla Basilica di Sant'Antonio, dove ancora riposa. Ma il marito Pio Enea fece nei giorni successivi portare ogni oggetto che le fosse appartenuto al suo adorato castello, comprese le lastre di pietra del pavimento macchiate del suo sangue.

Così, anche Lucrezia Obizzi potè tornare al suo Castello del Cataio, dove si era sentita al sicuro, e non lo avrebbe lasciato mai più. Ancora oggi, infatti, un fantasma si aggira per il Castello. Un fantasma inquieto e guardingo che vaga per le sale, i corridoi e i loggiati, l'ombra di una donna bellissima vestita d'azzurro. La Dama Azzurra del Catajo.
 

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