Padova da Vivere

Padova da Vivere

Storia padovana, la giustizia feroce del '600

Le leggi penali della Repubblica Veneta che dominava anche Padova erano severissime e venivano applicate anche per delitti non di omicidio, ma di piccola importanza.

Nell'anno 1600, un certo Rana di Cittadella aveva rubato a un suo compagno di viaggio denari che questo portava a Padova ad alcuni scolari dell'università. Arrestato, il ladro venne appiccato in piazza dei Signori. Nello stesso anno venne appiccato certo Pandolfo per un lieve furto in chiesa.

La più atroce condanna fu quella di tale Giulio Napolitano. Costui, giovane e vizioso, scappò da casa senza denari e, giunto ad Anguillara presso Conserve, rubò in quella chiesa alcuni arredi sacri. Arrestato, venne condotto a Padova e, sotto la minaccia della tortura, confessò il suo misfatto e venne condannato. Fu messo sopra un carro e condotto fra gran folla dal Salone fino alla Porta Santa Croce e lungo la strada gli fu per dieci volte strappato un pezzo di pelle con tenaglie roventi. Arrivato alla Porta, il carnefice gli tagliò la mano destra e gliela legò al collo, poi fu condotto in piazza delle Erbe, dove venne appiccato e poi bruciato.

Una donna, certa Fiore della frazione di Torre, perché aveva ucciso il proprio bambino, frutto illegittimo, fu decapitata e poi tagliata in quattro pezzi ed ogni quarto appeso ad una forca fuori di quattro Porte della città.

II Podestà Alvise Priuli che durò in carica a Padova dal 28 ottobre 1654 all'11 maggio 1656, cioè 19 mesi, pronunciò in cosi breve tempo più di cento sentenze di morte, più della metà erano per omicidio, ma le altre per solo ferimento o furto.

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