Padova da Vivere

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Verso Halloween "Padua dungeon" Maledizione del ponte della morte

Il Ponte della Morte

Percorrendo via Rudena da via Del Santo, gli edifici medievali si aprono d'improvviso in uno slargo che affaccia sul muricciolo di riviera Businello: un angolo ameno della città, in cui lo sciabordio dell'acqua riempie di suoni l'aria e i riflessi dei raggi di sole guizzano in allegri giochi di di luce sui mattoni degli edifici medievali che si affacciano sul Canale Santa Chiara. Una sola cosa stona in quell'ambiente, che sembra degno d'una veduta del Guardi: un ponte, un bel ponte in verità, ad una singola arcata, dai parapetti bassi di grigio porfido, un ponte come tanti che attraversa il canale e porta a una piazzetta un po' defilata appena dietro l'abside della chiesa di San Daniele, un ponticello che allunga via Rudena verso via Umberto I. 

All'apparenza non c'è nulla che non va in quel ponticello che s'inserisce così bene nell'architettura circostante, eppure, a saper ben guardare, quel che di strano vi si può notare è il passo frettoloso dei passanti che vi transitano, più frettoloso, diverso da quello di un normale pedone indaffarato, lo sguardo mesto che gli rivolgono certi vecchi padovani, quelli che la loro città la conoscono come il palmo della mano, le mani delle anziane signore, che di volta in volta danzano in un accennato segno della croce fra il petto e la fronte come il primo piede ne tocca i sampietrini. Qualcuno sa, qualcuno lo ricorda, che si deve stare all'occhio passando sul Ponte della Morte.

Quel piccolo lembo di strada sopra l'acqua fu costruito nel 1246. Allora, dietro all'abside di San Daniele, si estendeva un piccolo cimitero. Al suo fianco, una casa tetra e squadrata, che aveva più le sembianze di una fortezza che di uno dei caseggiati slanciati ed eleganti che in quel periodo sorgevano nel Centro Storico, si affacciava sulle acque del canale. Una casa strana, alle cui pareti un abnorme numero di fiaccole veniva acceso la notte, una casa le cui imposte restavano chiuse durante il giorno, ma la cui porta si apriva sempre mai più del necessario quando un incappucciato passante bussava alle sue assi. Una donna dagli abiti sgargianti la apriva in una sfesa, lasciando entrare l'ospite e uscire un guizzo di luce di candela, richiudendola in silenzio dopo essersi assicurata che nessuno, di fuori, stesse a guardare. Era quella una casa di tolleranza, che apriva le sue porte la notte a chi cercasse un po' di svago, la risata di una donna, un po' di oblio agli affanni della vita di tutti i giorni. 

Gli avventori vi entravano generalmente da soli, venendo intabarrati dalla strada e abbandonando il ferraiuolo alla mezzana non appena varcato l'uscio, consci del fatto che il pericolo dell'ignomina che stava in agguato per la strada non varcava la soglia di quella strada, e che chiunque s'incontrasse all'interno, fosse egli un contadino, un mercante uno sbirro o persino un prete, non era lì dentro la stessa persona che sarebbe stato il giorno seguente alla luce del sole, e che il silenzio regnava sovrano e rassicurante fra quelle mura calde del focolare sempre acceso e delle carezze di giovani ragazze perdute. Tutti usavano cautela, eccetto tre. Tre giovinastri chiassosi, che si muovevano sempre insieme e a capo scoperto, quasi sempre col favore delle tenebre, e che sempre assieme bussavano alla porta della casa di tolleranza. 

Una sottile paura traspareva dagli occhi della mezzana mentre un sorriso accoglieva i primi passi dei tipacci nella sua casa: molto avrebbero avuto da dire le ragazze in merito a quei tre, storie che fanno paura raccontate fra un bicchiere e l'altro accanto al fuoco, confidenze scagliate come minacce sotto le lenzuola all'indirizzo delle loro cortigiane quando si rifiutavano di accondiscendere a qualche loro perversione. Non dovette passare molto tempo, però, prima che alle parole seguissero i gesti, e sulle guance delle ragazze si moltiplicarono le cicatrici lasciate da una rapida lama per puro sadismo, che si fecero via via più larghe fino a includere l'orbita d'un occhio che da una notte all'altra divenne vuoto a campeggiare su un viso un giorno giovane e splendido.

Una notte, quando ormai i clienti rispettabili avevano da tempo abbandonato la casa della mezzana per paura dei tre sciagurati frequentatori, dei colpi più forti e ravvicinati, irregolari tanto da suggerire un terrorizzato nervosismo risuonarono fra le mura della casa. Le ragazze videro seguire alla mezzana che aveva aperto la porta i tre malandrini, due dritti ai lati a sorreggere un terzo che sanguinava da un ampio taglio sul petto, tutti grondanti di troppo sangue perchè provenisse solo dallo squarcio del loro amico. Uno dei tre, il più brutale, ordinò ruggendo alla mezzana una mastella d'acqua bollente e un fascio di bende, quindi si barricò in una stanza con i suoi amici e due ragazze, ad attendere il ritorno della donna.

Questa non perse tempo: corse giù alla carbonaia, da una ragazza, una delle prime che ebbe a smettere di esecitare per un fendente d'uno degli assassini che le aveva diviso in due il volto per traverso, e le sussurrò qualcosa all'orecchio. La giovane sfregiata la guardò, sorrise, e sgattaiolò fuori dallo scivolo del carbone, dileguandosi nella notte.

Mezz'ora dopo, mentre il bruto tamponava il sangue del suo amico ferito, uno stivale fece saltar via dai cardini la porta della stanza dove i tre assassini s'erano barricati. La resistenza dei tre alla forza pubblica fu vana: la squadra degli sbirri comunali pestò i tre come la canapa contestando fra le grida e le risate delle ragazze estasiate i capi d'accusa, una serie d'omicidi tanto numerosi ed efferati da fare impallidire Caronte in persona.

Tanto fu il trambusto quella notte, tanto che l'intero vicinato s'affacciò alla finestra e persino il prete uscì coperto d'un lenzuolo dalla canonica, tanta cagnara che pareva non dovesse aver mai fine. Eppure finì, come finisce il giorno, come finisce l'inverno, come finisce la vita. Finì con il rumore di un osso del collo spezzato, ripetuto tre volte nella tenebra della notte inoltrata, quando gli sbirri gettarono al vuoto tre assassini, impiccati alla sponda del ponte.

Da allora, nelle notti più buie, quel poco di luce che si insinua fra il ponte e il canale e il vento che soffia fra le case giocano con la mente dei passanti con tetro e oscuro umorismo. Capita, passando sul ponte con animo triste, di udire il rintocco della quinta campana di San Domenico: quella che suona a morto, quella che non c'è mai stata. Si allunghi allora la vista all'acqua sull'ombra che la luna crea con l'arcata del ponte: le sagome dei tre assassini si possono vedere lì, ancora appesi alla sponda del loro destino, ancora e per sempre sospese a danzare con le increspature dell'acqua.

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Commenti (2)

  • Avatar anonimo di Antonio
    Antonio

    ci sono passato una vita e mi sono sempre chiesto del perché 'ponte della morte'. Adesso lo so. Grazie  

  • Avatar anonimo di renata
    renata

    Mi piacciono molto le storie antiche belle o brutte che siano,è una buona idea pubblicarle, fa sempre parte della nostra cultura.

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