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Padova da Vivere

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A cura di PadovaOggi

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Quando “andare a Sant’Agnese” non voleva dire andare in chiesa a pregare

Sant’Agnese è secondo la tradizione agiografica, emblema di purezza e castità: martirizzata a soli 12 anni, fu inizialmente condannata al rogo, ma le fiamme si rifiutarono di lambire il suo corpo e si aprirono, mentre i capelli le crebbero improvvisamente così lunghi da celare completamente le sue nudità.  

A Padova c’era, e c’è tutt’ora anche se sconsacrata, una chiesetta dedicata alla santa in via Dante, la cui struttura risale al 1360 circa, ma si hanno notizie della sue esistenza già dai primi anni del Duecento, tanto che il suo campanile romanico è da ritenersi il più antico della città. Secondo un’antica tradizione in questa chiesa si veniva per chiedere alla vergine martire di benedire le vesti nuziali. 

Se qualcuno, però, nella Padova di un tempo, vi avesse detto che “andava a Sant’Agnese”, non era a questo che si riferiva, ma a tutt’altro, potremmo dire. Chissà come mai, ma proprio nella contrada dedicata alla patrona dell’innocenza, prolificarono, fino agli anni Cinquanta con la Legge Merlin, le case chiuse. Tutta la zona a dire la verità, e non solo la via, era un’enclave dei divertimenti proibiti: la via che oggi porta il nome di un’illustre sindaco padovano, Antonio Tolomei, prendeva un tempo il nome di un locale di malaffare molto famoso, il Casin Rosso, che il primo febbraio 1786 venne addirittura circondato dalla polizia per sfollarlo e in seguito chiuso.

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