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Dopo gli arresti per sfruttamento del lavoro, l'allarme dell'Adl: "Ora che ne sarà dei lavoratori?"

"Eravamo riusciti - spiega Gianni Boetto - con l’ispettorato del lavoro, a trovare soluzioni a tutela dei lavoratori che avevano denunciato condizioni di schiavitù"

A pochi giorni dalla operazione dei carabinieri di Abano che hanno portato all’arresto di due persone e alla confisca dei beni e dell’azienda, le reazioni di chi per primo ha denunciato questa situazione non sono però di chi si ritiene soddisfatto. L’Adl cobas infatti lamenta la forte preoccupazione che questa operazione metterà ancora più in difficoltà i lavoratori. Su chi oggi è in carcere grava la pesante accusa di aver sfruttato forza lavoro senza contratto, con orari pesantissimi e con retribuzioni da fame.

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La preoccupazione dell'Adl cobas

Ci rivolgiamo a Gianni Boetto, per farci spiegare perché sono preoccupati dopo quanto accaduto lunedì: “Noi – spiega il sindacalista - vogliamo denunciare l’assurdità di quanto è successo. Non c’è un minimo di coordinamento tra istituzioni dello stato per salvaguardare gli interessi fondamentali dei lavoratori. E’ una operazione fatta con un anno di ritardo, quando avevamo denunciato la situazione. Con l'operazione dei carabinieri e gli arresti si sono creati più problemi di quanti ce ne fossero prima. Eravamo riusciti, anche grazie al lavoro dell’ispettorato del lavoro a trovare delle soluzioni che mettessero al riparo i lavoratori. Coloro che hanno denunciato, grazie a questo percorso hanno almeno ottenuto gli venisse riconosciuto quanto dovuto. In tre tranche avrebbero dovuti essere risarciti. Riavranno i loro soldi? E chi in azienda ci lavora ancora? Siamo certi che non perderanno il lavoro? Tutto il percorso fatto per salvaguardare chi ancora è in azienda e per far arrivare il giusto a coloro che invece hanno denunciato e che furono però per questo licenziati, oggi rischia di venire vanificato. Non siamo solo noi preoccupati e amareggiati per questo, lo sono anche all’ispettorato del lavoro”.

Il caso di Agna

In altri casi simili è andata diversamente? “Ad Agna, per un caso simile, si sono mossi immediatamente, appena c’è stato il sentore di situazioni di illegalità alle quali erano costretti i lavoratori. E’ quello che avrebbe dovuto avvenire anche ad Albignasego. Invece, il tempo passato ha prodotto che finalmente si era riusciti a trovare una soluzione, anche con un risarcimento dovuto, ai lavoratori, undici, che avevano trovato il coraggio di denunciare l’azienda in questione. Questo precedente poi, ne sono certo, farà venire ancora meno la voglia di denunciare queste situazioni. Stiamo parlando di una nuova forma di schiavitù, che non può essere tollerata”.

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La nuova schiavitù

Come è possibile che un fenomeno così sia così diffuso, ai giorni nostri: “Questi figuri – prosegue Boetto - si fanno forti di un buco legislativo che impedisce a dei lavoratori di essere regolarizzati. Sfruttare il fatto che non si regolarizzano i lavoratori con i documenti e non li si mette in regola, fa sì che figure ambigue, spesso provenienti dagli stessi Paesi degli sfruttati, alimentano un sistema di sfruttamento di persone che vengono poi impiegate in queste aziende, senza alcuna garanzia. Questi figuri, i caporali, diventano i procacciatori di manodopera per aziende senza scrupoli. Un fenomeno sempre più diffuso. E non dimentichiamo che possono fare leva anche sugli affetti nei Paesi d’origine di chi è qui, minacciandoli o peggio. Poi chi arriva qui dall’Asia ha come solo obiettivo quello di spedire quei due o trecento euro alle famiglie di origine. Quindi anche questo è un elemento di pressione in più nei loro confronti. Noto il caso di quell’indiano che, ora latitante, controllava centinaia di lavoratori del suo Paese d’origine e li faceva lavorare qui”.

I contratti per gli italiani

Il caporalato riguarda solo gli stranieri? “Ci sono comunque molte forme di ricatto di lavoro, che riguardano invece gli italiani. Un contratto di venti ore settimanali verticale misto a tempo determinato, crea rapporti ambigui. Ti chiamano a lavorare quando vogliono, ti rinnovano il contratto, sempre e solo se lo vogliono. Non è anche questa una sorta di caporalato legalizzato?”.

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