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Cronaca

Truffe online in tutta Italia, la Questura di Padova dispone arresti e perquisizioni

I componenti della banda mandavano via mail o sms alle ignare vittime falsi avvisi legati a presunte violazioni bancarie con tanto di link a un sito creato ad arte, grazie a cui riuscivano a ottenere le credenziali prelevando subito i soldi dal conto corrente dei truffati

Dopo lunghe indagini dirette dalla Procura della Repubblica e delegate alla polizia di Stato di Padova, nelle prime ore della mattinata di oggi, martedì 3 maggio, la Questura di Padova - con l'ausilio del reparto Prevenzione Crimine Veneto - ha dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali nei confronti di sei persone residenti sia in provincia di Padova (nel capoluogo e nei comuni di Abano Terme, Montegrotto e Campodarsego) che Venezia (Stra), gravemente indiziate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata all'effettuazione di truffe aggravate mediante indebito utilizzo e falsificazione di strumenti di pagamento on-line. La mente era Jacopo Bonollo, 25enne residente in città e destinatario della custodia cautelare in carcere al pari del 50enne vicentino Bruno Zoja: agli arresti domiciliari sono invece finiti il 49enne Andrea Torresin di Abano Terme, il 45enne Umberto Bedin di Campodarsego e il 39enne Andrea Benfatto di Stra (Venezia), mentre per la 44enne Luisa Fasolato è scattato l'obbligo di dimora ad Abano Terme. Il modus operandi della banda era ormai testato: i componenti mandavano via mail o sms falsi avvisi del tenore di "Hai un'importante notifica su una violazione" o "Attenzione, il tuo conto è a rischio, verifichi" con tanto di link a un sito creato ad arte grazie a cui riuscivano a ottenere le credenziali bancarie delle ignare vittime prelevando subito i soldi dal loro conto corrente. 

Misure cautelari

È stata disposta la custodia cautelare in carcere per un 25enne padovano ed un 50enne vicentino, gli arresti domiciliari per un 49enne di Abano Terme, per un 44enne di Campodarsego e un 39enne di Stra e l’obbligo di dimora per una 43enne di Abano Terme. L’ordinanza cautelare rappresenta l’epilogo di una complessa attività d’indagine delegata alla Squadra Mobile della Questura di Padova, che ha consentito di delineare un solido ed esaustivo quadro indiziario a carico degli indagati, i quali, in concorso con altri due soggetti (residenti anche loro nella provincia di Padova e nei cui confronti si procede a piede libero), operando nel territorio della provincia compivano frodi ai danni di numerose vittime residenti in località di tutta Italia, cui venivano sottratti i dati relativi a carte di credito e di pagamento per poi effettuare varie operazioni di ricarica o di recupero del contante tramite Pos e Atm, ovvero acquisti di beni e servizi nelle province di Padova, Vicenza, Venezia e Treviso (telefoni di alta gamma, gratta e vinci da reinvestire in bitcoin), oppure ancora la compravendita di droga. In relazione al denaro investito in bitcoin, ad alcuni indagati è stato contestato anche il reato di autoriciclaggio.

Indagine

L’indagine ha avuto inizio nel gennaio 2020 a seguito di una denuncia sporta da un cittadino cinese titolare di un ristorante: i poliziotti della locale squadra mobile si presentarono nel suo locale allo scopo di acquisire informazioni relative ad alcuni tentativi di prelievo e pagamento Bancomat effettuati con l’utilizzo di una carta clonata, oggetto di denuncia da parte di una delle vittime truffate, residente a Forlì. Il titolare dell’esercizio in questione forniva non soltanto una descrizione di coloro che avevano utilizzato la carta ma anche ulteriori informazioni a proposito dei comportamenti sospetti che gli stessi clienti avevano assunto in altre occasioni. In particolare raccontava ai poliziotti che uno di quei clienti, presentatosi col nome di “Jack” e che aveva notato avere con sé una mazzetta di banconote con in mezzo diverse carte di credito, dopo avergli proposto delle operazioni sospette (pagamenti a mezzo Pos per operazioni inesistenti con restituzione dell’equivalente in denaro decurtato di un compenso percentuale), si era raccomandato di "fare attenzione agli sbirri, altrimenti sarebbe stato peggio per lui". Avviate le indagini, gli agenti della squadra mobile sono risaliti alle utenze e all’auto in uso a tre degli appartenenti all’odierno gruppo di indagati. Apprestati alcuni servizi di Ocp - osservazione controllo pedinamento - il veicolo veniva avvistato oltre che a Padova anche ad Abano Terme e a Stra, proprio in corrispondenza degli indirizzi di residenza dei primi tre sospettati. Nel frattempo i poliziotti accertavano pure come i predetti tentassero di effettuare delle operazioni anche per mezzo di carte PostePay Evolution loro intestate ma che tuttavia erano state bloccate a causa di transazioni sospette, ovvero per bonifici disposti mediante app per i quali però emergevano delle anomalie. Avendo modo di entrare in possesso di alcuni telefoni utilizzati dagli indagati, gli agenti della Squadra Mobile individuavano al loro interno la presenza di dati riconducibili ad Iban intestati a diverse persone con relativi codici e presumibili password.

Phising e sim-swapping

Così sono stati ricostruiti numerosi episodi criminosi, per decine e decine di migliaia di euro, commessi dal 2020 ad oggi ai danni di vittime residenti nella provincia di Padova e in quelle di Avellino, Bari, Belluno, Bolzano, Catania, Firenze, Forlì, La Spezia, Milano, Napoli, Pavia, Pescara, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Savona, Torino, Varese e Venezia. Fra le tecniche individuate, utilizzate dall’associazione a delinquere, quelle del c.d. phishing, della tokenizzazione e del sim-swapping (o sim-jacking). In primo luogo gli indagati inviavano un messaggio alle vittime contenente l'avviso dell'esistenza di un problema di sicurezza nel loro conto corrente, invitandole a cliccare su un link per risolverlo. Le vittime si collegavano al link, molto simile a quello delle loro banche, ed inserivano i dati per accedere al conto on-line, che venivano così carpiti dai truffatori (phishing). Per mezzo di tali dati, gli indagati attivavano sui loro telefoni l’applicazione di home banking, bloccando l'operatività del telefono della vittima. Per ottenere poi la password, gli stessi truffatori denunciavano falsamente lo smarrimento o il furto delle Sim card delle vittime potendo così ottenere la disponibilità del medesimo numero di telefono cellulare tramite la cosiddetta tecnica dello sim-swap). Presentandosi al dealer di telefonia con una falsa denuncia di smarrimento e la fotocopia di una falsa carta di identità, e quindi disattivate le sim delle vittime, i truffatori attivavano nuove sim aventi le stesse numerazioni, così riuscendo ad operare sul conto corrente dei malcapitati di cui venivano carpiti i codici bancari proprio grazie alle utenze entrate nella loro disponibilità.

Prelievi cardless e tokenizzazione

Seguivano poi i cosiddetti prelievi cardless (servizio che permette di fare prelievi di contante dalle casse veloci automatiche senza usare la carta, ma solo con lo smartphone, inquadrando il QR Code ed attendendo il collegamento dell’app). Per altro verso, gli indagati operavano anche pagamenti on-line tramite il sistema di tokenizzazione che permette di pagare mediante smartphone occultando i dati della carta principale (quella della vittima designata) e utilizzando dati diversi. A dare un primo impulso all’indagine è stata soprattutto la certosina visione dei fotogrammi relativi ai prelievi cardless effettuati dagli indagati presso gli sportelli automatici e l'analisi delle celle attivate dai loro telefoni cellulari in concomitanza con quei prelievi. Attraverso le parziali ammissioni di alcuni complici individuati, gli investigatori hanno appurato poi come a dare le indicazioni operative su come poter accedere ai conti degli ignari truffati e utilizzare il denaro illecitamente ottenuto era un 25enne padovano, colui che da subito appariva essere il promotore ed organizzatore del sodalizio, dotato di competenza tecnica informatica e in grado di individuare i conti correnti corrispondenti ai profili facilmente aggredibili. Il giovane incaricava i vari partecipi di attivare carte PostePay su cui sarebbero confluite le ricariche di denaro provento delle truffe, e poi di provvedere a prelevare il contante da consegnargli, trattenendo una percentuale pari al 10%. Gli esecutori materiali si prestavano quindi a recarsi in varie tabaccherie con i codici che gli venivano forniti e a ricaricare carte intestate a soggetti ignoti, oppure a ritirare, dietro un compenso di 50 o 100 euro, pacchi indirizzati a nominativi vari, contenenti smartphone nuovi di alta gamma, acquistati su siti di e-commerce utilizzando i dati delle carte di credito clonate.

Perquisizioni

Tali elementi hanno suggerito la possibilità di raccogliere riscontri diretti mediante la perquisizione mirata nei confronti del padovano, individuato quale promotore ed organizzatore. Circostanza che portava al rinvenimento e sequestro di un computer e di varia documentazione, nonché al rinvenimento e sequestro di diverse migliaia di euro (parte del denaro è stato restituito ad una delle vittime) e di numerose scatole relative a spedizioni di merce. La svolta significativa alle indagini è giunta proprio dall’analisi del materiale sequestrato, che ha permesso di individuare ulteriori condotte di reato (oltre che una conferma in ordine all’Sms di Spam che indirizzava le vittime al falso sito della banca), nonché di raccogliere elementi sull’esistenza e operatività dell’associazione a delinquere. L'analisi di alcune chat ha consentito pure di accertare nei confronti di alcuni dei partecipi condotte di cessione di sostanze stupefacenti. Sempre dalle chat è emerso soprattutto il “servizio” di cui si avvaleva l’associazione per inviare i falsi messaggi delle banche e che gli permettevano poi di carpire i dati dei conti dei truffati: la disponibilità di liste di numeri di telefono suddivisi per area geografica, età, gusti sessuali ed altro, e la possibilità di inviare migliaia di sms con intestazione prescelta. Ad emergere poi il dato che il promotore ed organizzatore dell’associazione unitamente ad altri tre partecipi era dedito anche al traffico di hashish e marijuana. Alcune immagini ed il contenuto esplicito delle chat hanno consentito di accertare cessioni relative a quantitativi pari a diversi chilogrammi e corrispondenti a somme superiori a 10mila euro.

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