Arrestato nel Padovano manager truffatore internazionale: fatture false per 50 milioni

Un 45enne originario del Veneto ma da anni trapiantato in Inghilterra aveva messo a punto un sofisticato sistema di fatture gonfiate per eludere il fisco facendo transitare i soldi in Cina

Lo hanno arrestato gli uomini della guardia di finanza nel Padovano, dove era in visita dai familiari. Come riporta Il Gazzettino si è concluso in Veneto, sua terra d'origine, il maxi giro di truffe a base di fatture false e riciclaggio internazionale che l'imprenditore 45enne aveva messo in piedi.

Dall'Italia alla Cina

L'uomo, nato a Padova ma da anni residente a Londra, è finito nel carcere di Due Palazzi con accuse pesantissime, dal riciclaggio all'evasione fino alla frode fiscale. Le indagini, partite da Milano e articolate tra l'Italia e l'Inghilterra, hanno portato a galla un giro di fatture false legate a iperfatturazioni nel mondo dello sport - della Formula 1 in particolare - per riuscire a evadere il fisco e un sofisticato sistema di riciclaggio di denaro che, partendo dall'Italia e passando per l'Inghilterra, veniva reinvestito in Cina.

La truffa al fisco

A essere invischiate nei traffici illeciti del 45enne sarebbero almeno sette società italiane, che su indicazione dell'imprenditore emettevano fatture per operazioni mai realmente eseguite. Fatture poi registrate da una trentina di altre società italiane, che dichiaravano gli importi inesistenti riuscendo così a pagare meno tasse. Gli investigatori ritengono che la somma fatturata illecitamente ammonti a circa 50 milioni di euro, spalmati negli anni dal 2012 al 2016.

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Il giro di denaro

Accuratissima la strategia: le piccole aziende beneficiarie inizialmente pagavano l'intero importo delle super-fatture con un bonifico. E dietro al bonifico si nascondeva il tranello, o meglio l'imprenditore finito in manette. Questi incassava i pagamenti sui conti delle sue società londinesi e nuovamente su conti correnti si società cinesi, facendo perdere le tracce del denaro e trattenendo per sé una provvigione. Quando i cinesi incassavano le somme, i loro complici in Italia riconsegnavano il denaro contante recuperato alle aziende beneficiarie italiane, che di fatto ottenevano un rimborso dell'80% dei pagamenti effettuati inizialmente.

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