Cronaca

Quindici detenuti-attori raccontano il loro "limbo" in attesa di giudizio

La casa di produzione padovana JengaFilm ha frequentato per 5 mesi la casa circondariale, offrendo la possibilità a 15 carcerati di frequentare un corso di cortometraggio. Ne è nato il documentario "A tempo debito"

In foto da sx: backstage e gruppo

Non è un altro documentario sul mondo carcerario. "A tempo debito", girato all'interno della casa circondariale di Padova, è qualcosa di nuovo, che mette in luce gli aspetti più autentici della vita dei detenuti "in attesa di giudizio", quelli che non sanno cosa ne sarà di loro, che se ne stanno rinchiusi nell'incertezza, ignari di quanto tempo ancora dovranno trascorrere lì dentro, o altrove. Un documento "senza preconcetti e pregiudizi" che ha richiesto due anni di lavoro, tra difficoltà, incomprensioni, scoperte e integrazione.

"A TEMPO DEBITO": Guarda il trailer del documentario

IL PROGETTO. Si tratta di un filmato di 81 minuti. Poco più di un'ora per raccontare la vita all'interno del carcere preventivo di Padova. La mini troupe della casa di produzione padovana JengaFilm ha frequentato per 5 mesi la casa circondariale, offrendo la possibilità a 15 detenuti di prendere parte ad un corso di cortometraggio conclusosi con la produzione del corto "Cofee, sugar and cigarettes". Da questa esperienza, umana prima che artistica, nasce il documentario "A tempo debito", per la regia di Christian Cinetto (la prima visione nazionale sarà proiettata venerdì 6 marzo al cinema Multiastra di Padova).

IL "CASTING". Tutto è iniziato nel marzo 2013, esattamente due anni fa. Non c'erano soldi, ma l'idea sì. Non è stato semplice farsi aprire le porte del carcere, ma, una volta partito il progetto, i detenuti hanno fatto a gara per accaparrarsi uno dei 15 posti disponibili. Le locandine che annunciavano il casting "sparivano", all'interno della casa circondariale, per eliminare la concorrenza. Circa 60 gli interessati, 40 gli esaminati, 15, infine, le persone che hanno preso parte all'iniziativa, che, con il tempo, ha ottenuto anche un finanziamento regionale con cui è stato possibile pagare la troupe che ha girato il corto. Per il resto, il progetto è stato interamente auto-sostenuto.

UN PUNTO DI VISTA INEDITO. "Quando siamo partiti, mi hanno chiesto perché partire con un'idea tanto simile a quella di 'Cesare deve morire' dei fratelli Taviani. Non è affatto simile - spiega il regista Cinetto - la nostra storia è un'altra. Noi non abbiamo a che fare con persone la cui pena è già stata decretata, il mondo che vogliamo mostrare è quello del carcere preventivo, quello dove le indagini sono ancora aperte, e i detenuti non conoscono né dove né per quanto saranno ancora rinchiusi. Abbiamo voluto raccontare il loro 'limbo', e abbiamo deciso di farlo senza conoscere i reati che questi uomini avrebbero commesso, per dare una visione autentica dell'essere umano oltre il suo crimine".

IL PROBLEMA "CULTURALE". Due volte a settimana per cinque mesi. Questo è stato l'impegno dei responsabili del progetto. 15 detenuti tra i 19 e i 51 anni. 7 tunisini, 2 nigeriani, un albanese, un moldavo, un algerino e solo 3 italiani. Sono gli attori e scrittori di questo documentario. "Non è stato semplice, sin da subito abbiamo dovuto scontrarci con la difficoltà della lingua e della cultura dei detenuti. All'interno della casa di reclusione, oltre l'80% dei rinchiusi sono stranieri, di circa 10 diverse etnie, e il confronto culturale è estremamente problematico".

IL PROBLEMA "LINGUISTICO". Non solo. Il problema linguistico era inizialmente anche un ostacolo all'espressione autentica del mondo interiore di queste persone. "Ci siamo accorti che spesso loro credevano di avere detto qualcosa, invece in italiano non veniva fuori quello che davvero avrebbero voluto intendere".

QUEL "QUALCOSA" IN COMUNE. Difficile anche far comunicare gli stessi detenuti tra di loro: "Le loro vite sono diverse, impossibile metterle insieme - spiega il regista - abbiamo capito che se davvero volevamo trovare un punto d'incontro, quello non poteva essere che il loro stesso stato di detenuti in attesa di giudizio". Tutti ad esempio possono contattare l'esterno solo tramite lettere cartacee, che non si sa se arriveranno, e se troveranno risposta. Tutti soffrono la mancanza dai propri cari, dalla mamma: "Alcuni sono ancora dei ragazzi - racconta il regista - hanno bisogno dei genitori".

L'ESSERE UMANO OLTRE IL SUO REATO. Un'impresa non semplice. Sin da subito gli ideatori del progetto avevano spiegato ai carcerati, come alla casa circondariale, alla direzione e alla psicologa del carcere, che non era scontato che l'iniziativa venisse portata a compimento. Due persone hanno deciso di abbandonare in corso d'opera. Alla fine però il corso e il documentario sono andati a buon fine. "Speriamo che il mondo che gli spettatori conosceranno serva a vedere l'uomo oltre il suo reato - spiega il regista - oltre i 'ma'. Noi siamo entrati in quel modo di vivere, lo abbiamo assimilato. Ed è una realtà che non puoi conoscere se non ci entri dentro".

IL TITOLO "PARLANTE". "A tempo debito" è un titolo che parla. "Il tempo - spiega Cinetto - è l'elemento essenziale. Lo è per i detenuti, che vivono in un'attesa che non dipende dal loro arbitrio, ma da chi deciderà per loro. Lo è per noi che abbiamo lavorato nel tempo per mettere insieme queste persone e portare avanti un progetto nonostante gli attriti e le chiusure. Per un carcerato, ad esempio - racconta - non è facile mettersi in gioco, anche magari con ironia - nella casa di reclusione ha un ruolo, e deve mantenerlo per farsi rispettare. Inoltre tutti loro hanno un 'debito' da pagare".

IL "METODO". "Dalle lettere scritte dai carcerati, inviate e non, destinate a persone reali o immaginarie, abbiamo scavato per trovare quel qualcosa in comune da cui partire per creare, tutti e 15 insieme, nonostante le difficoltà culturali, una storia da condividere, nella quale ciascuno di loro fosse protagonista. Mentre lavoravamo con loro cercavamo in ogni modo di condurli fuori di lì, di farli evadere con la testa". Un progetto fatto di così tanta passione da avere incuriosito anche alcuni agenti del carcere, 5 di loro compaiono anche nel documentario.

LA PERSONA CHE VORREMMO USCISSE DA LÌ. L'attesa, la diversità, la detenzione, vissuta come punizione e come "mancanza", la nostalgia di casa, la violenza fisica quando le parole non bastano più, la paura del fuori, di cosa la gente vedrà in loro quando usciranno di galera. La "realtà" dentro le mura della casa di reclusione di Padova, raccontata in 81 minuti. Due di loro sono stati scarcerati subito dopo le riprese. Tre sono ancora in attesa di giudizio. "La privazione che loro scontano dell'essenziale è già di per sé una punizione estrema - sottolinea il regista - quello che dovremmo chiederci è che persona vogliamo che esca da lì".

IL TRAILER DEL DOCUMENTARIO:

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