Caso Boggian, dieci anni all'assassino 18enne: uccise il padre con un colpo alla testa

Due anni fa il tragico assassinio dell'imprenditore Enrico, freddato con un colpo alla nuca nella sua villa di Selvazzano. Per quel delitto è in carcere il figlio, all'epoca 16enne

Dieci anni e otto mesi per l'omicidio premeditato di suo padre. Questa la condanna inferta in primo grado dal Tribunale dei minori di Venezia ad Alberto Boggian.

La condanna

Di anni ne ha da poco compiuti 18 dentro il carcere minorile di Treviso, dove è detenuto dopo l'assassinio di suo padre Enrico, imprenditore 52enne che avrebbe ucciso a sangue freddo il 24 marzo 2017, rubando la carabina del nonno e tentando di costruirsi un alibi e di disfarsi dell'arma. Un delitto pianificato e premeditato per l'accusa, il cui movente risiederebbe nella rabbia del ragazzo davanti a un "no" di troppo del genitore. Non hanno retto i tentativi del 18enne di far credere a uno scherzo finito male, troppo pesante quella fuga nei campi e la messinscena della rapina finita male. La madre lo ha sempre sostenuto, ora Alberto si aggrappa all'appello presentato dal suo legale Ernesto De Toni. Per il momento proseguirà il percorso di recupero intrapreso nel penitenziario della Marca, dove sta portando avanti gli studi.

L'omicidio

Quel venerdì di due anni fa Alberto, che frequentava il liceo sportivo dopo aver cambiato un paio d'altri istituti in pochi anni, non va a scuola. Dice di sentirsi male e trascorre la mattina da solo nella villetta di via Monte Santo. In quelle ore, secondo i giudici, avrebbe affinato gli ultimi dettagli del delitto. Ha fatto visita a casa dei nonni a poche centinaia di metri dalla sua, riuscendo a rubare da un armadio una carabina Beretta calibro 22, la stessa che poco più tardi sparerà il colpo fatale a Enrico. L'ha poi nascosta in bagno, aspettando che dopo il pranzo il padre si sdraiasse sul divano. Sono le 13.45, il 52enne forse si è già appisolato e non si accorge di Alberto che esce dalla stanza imbracciando il fucile. Un colpo solo, dritto alla nuca, lo stronca.

Il depistaggio e le indagini

In casa ci sono solo loro e Alberto mette in atto la seconda parte del piano: il depistaggio. Esce in bicicletta, abbandona la carabina in un campo vicino a casa, vaga in zona. Circa mezz'ora più tardi torna, avendo l'accortezza di farsi vedere dalla vicina in giardino. Chiara prova del tentativo di costruirsi un alibi, per l'accusa. Entra, finge di trovare il padre in una pozza di sangue, dà l'allarme. Scattano le indagini, ma la tesi del furto degenerato non regge: da casa non manca nulla. Lo torchiano, confessa, ma dice che è stato uno scherzo. Non gli credono.

Il movente

A mancare è il vero movente per un delitto tanto efferato. Movente che gli inquirenti collegano all'insofferenza del ragazzo. Studente non certo brillante, godeva di corsi sportivi in club esclusivi e aveva da poco ricevuto una moto 125 nuova e fiammante. Non poteva però guidarla, perché per due volte è stato bocciato all'esame. Proprio la reazione del padre, che potrebbe averlo messo alle strette minacciando di togliergli la moto, potrebbe aver scatenato la furia omicida.

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