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Giovedì, 29 Settembre 2022
Cronaca

Contaminazione da Pfas? La compagnia denunciò «solo dopo il luglio 2013»

Al processo per l'affaire Miteni il Noe punta l'indice sulle presunte inadempienze dei vertici societari accusati di aver segnalato tardivamente alle autorità una contaminazione dell'ambiente in atto da anni ed ascrivibile al suo ciclo produttivo

La società diede impulso «all'iter finalizzato alla bonifica del sito» pesantemente contaminato dei derivati del fluoro prodotti dallo stabilimento trissinese solo dopo la deflagrazione «del caso Pfas» ossia solo «dopo il 23 luglio 2013». È questo uno dei passaggi fondamentali della nuova udienza celebrata oggi 7 settembre al Tribunale di Vicenza del processo a carico della Miteni spa e degli ex manager legati alla galassia proprietaria dello stabilimento. La testimonianza è quella del dottor Manuel Tagliaferri, il maresciallo dei carabinieri del Noe di Treviso sulle cui spalle sono gravate gran parte delle indagini preliminari di uno scandalo ambientale ormai divenuto di rango nazionale.

IL MARESCIALLO TAGLIAFERRI

Tagliaferri rispondendo nell'ambito del contro-esame alle domande dei legali di parte civile, a partire dall'avvocato Marco Tonellotto, ha sostanzialmente confermato gli addebiti investigativi già esplicitati nelle precedenti udienze quando il militare era stato sentito come teste dell'accusa chiamato dai pubblici ministeri Barbara De Munari (che sta cambiando sede giudiziaria peraltro) e Hans Blattner che oggi era presente in aula. Tonellotto, che è uno dei legali dei gestori del ciclo idrico integrato idrico parte civile nel processo (Acque veronesi, Acque del Chiampo, Viacqua e Acque venete), ha chiesto al maresciallo informazioni puntuali sulle richieste indirizzate da Miteni agli enti pubblici, a partire dal Genio civile che poi è una articolazione della Regione Veneto.

LA VEXATA QUAESTIO DELLA BARRIERA IDRAULICA

Ma perché tanta attenzione nei confronti delle richieste indirizzate negli anni a partire dalla prima decade dei Duemila, per la realizzazione di una barriera idraulica? La barriera idraulica, lo dice il nome stesso, è un sistema di pozzi che nei casi di contaminazione del sottosuolo può essere realizzato per contenere la diffusione di un dato inquinamento. L'accusa frequentemente rivolta alla Miteni è che il vertice aziendale fosse a conoscenza dello stato di contaminazione tanto da chiedere il permesso per realizzare una barriera idraulica senza procedere però «con l'autodenuncia» prevista dalle norme.

COMUNICAZIONE «EQUIVOCA»

Più nel dettaglio Tagliaferri ha spiegato che una delle comunicazioni ambientali rivolte agli enti da Miteni fosse «equivoca». Al contempo però il teste sollecitato anche dall'avvocato Matteo Ceruti, legale di parte civile del coordinamento ambientalista «Mamme no Pfas», ha evidenziato, come avvenuto in passato, una condotta estremamente incerta da parte di Genio e Arpav allorquando questi ultimi in qualche modo, proprio per la richiesta tesa alla realizzazione di una barriera idraulica, si sarebbero dovuti allertare perché in quella documentazione si sarebbe potuto cogliere il sospetto in merito «ad una contaminazione» in atto da anni. Peraltro la querelle sulla presunta inerzia degli enti collegati alla Regione, una querelle in corso da mesi, era violentemente deflagrata a margine dell'udienza del 26 giugno a seguito della durissima presa di posizione di Francesco Basso, già ispettore dell'Arpav del Veneto.

UDIENZA

Durante l'udienza dal gruppo delle parti civili, più segnatamente dall'avvocato Ceruti, è stato posto ripetutamente l'accento sulle azioni poste in essere da Miteni dopo l'invio delle richieste agli enti pubblici ai fini della realizzazione della barriera idraulica. Il motivo è presto detto. La legge infatti non solo prescrive che in caso di criticità ambientali sia obbligatoria una comunicazione ad hoc agli enti pubblici deputati al controllo ambientale. La stessa norma ambientale prescrive che dopo la denuncia il soggetto privato di concerto con gli enti pubblici deve essere sottoposto a controlli e verifiche puntuali pena la invalidazione dell'iter volto alla bonifica. Peraltro nel pomeriggio in aula si è registrato un confronto ad alta tensione tra lo stesso Tagliaferri e l'avvocato Giovanni Lageard, che difende alcuni manager giapponesi del gruppo Mitsubishi che sono finiti a processo perché Mitsubishi fu tra i soggetti controllori della Miteni. Lageard ha più volte incalzato il sottufficale del Noe addebitandogli con una certa durezza di essere elusivo nel rispondere ad un paio di quesiti relativi ad alcuni studi sull'impatto dei Pfas sulla salute degli individui.

LO SPETTRO

Ad ogni modo sull'udienza di oggi, che è tutt'ora in corso, aleggia lo spettro del rapporto speciale dell'Onu sulla contaminazione da Pfas che in relazione all'affaire Miteni ha scosso il Veneto centrale. Ieri Vicenzatoday.it ha illustrato il contenuto del rapporto le cui conclusioni hanno scatenato la immediata reazione della galassia ecologista berica. Il documento vergato dall'Onu-Ohchr sulla sulla contaminazione da Pfas nel Veneto centrale di cui in queste ore i media stanno diffusamente dibattendo parla chiaro. «Dal punto di vista giuridico quel documento offre un'evidenza, pari a un documento scientifico. Ora abbiamo le carte per definire con la forza che deriva da un atto redatto da un soggetto internazionale tanto autorevole, la procedura per deferire presso il tribunale europeo, ossia la Corte europea dei diritti dell'uomo, le autorità italiane che hanno violato tali diritti». Usa queste parole Alberto Peruffo. L'attivista di Montecchio Maggiore, volto noto della rete ambientalista veneta, ieri ha diramato un dispaccio di fuoco di una pagina dattiloscritta nel quale lo stesso attivista fa sentire la sua voce.

IL J'ACCUSE

«Nello specifico - si legge ancora - parliamo delle le autorità della Regione Veneto che hanno siglato, firmato, deliberato in modo acclarato, atti precisi: dai quali è derivato, per esempio, l'occultamento delle analisi sugli alimenti e il diniego de facto alle analisi spettro statistico sul sangue dei veneti per accertare la presenza di questi temibili derivati del fluoro negli esseri umani». E il cahier de doléance di Peruffo va ben oltre: «Un diniego che è stato ribadito per iscritto il 2 agosto 2022, dalla dirigente del settore prevenzione della Regione Veneto Francesca Russo a seguito di una nostra diffida. Sono fatti di una gravità estrema. Una donna che pensa di avere un figlio non può sapere quanti Pfas ha in corpo, neppure rivolgendosi ad una struttura privata rispetto ad analisi che sono peraltro semplicissime. Siamo di fronte ad una forma di violenza inaudita, che si protrae di giorno in giorno qui nel nostro Veneto con l'obiettivo di celare responsabilità ramificate e diffuse. Poiché i Pfas sono sostanze che si accumulano nei tessuti degli esseri viventi possiamo parlare a tutti gli effetti di prevenzione negata a lungo termine che si dispiega pure dopo la deflagrazione del caso Pfas-Miteni». Si tratta di parole che pesano come macigni ma la nota si conclude con un j'accuse ancora più circostanziato: «Siamo quindi intenzionati a interpellare la magistratura affinché dia il via ad un procedimento in ragione di una situazione di avvelenamento della popolazione, che si è consumata in modo consapevole e doloso, contro i vertici della Regione Veneto e contro i dirigenti della sanità veneta ciascuno per le proprie responsabilità, ciascuno nei periodi di riferimento. Chiediamo tutto ciò non solo per le analisi negate, ma pure per il ritardo nella bonifica, per l'incenerimento dei Pfas a Legnago senza i sufficienti controlli, per manipolazione dell'informazione. Ribadiamo, ci sono tutti i presupposti giuridici per denunciare una situazione di avvelenamento di massa rispetto al quale la politica sapeva e ha taciuto, caricandosi dunque sulle spalle indubbie responsabilità penali».

LA SCOPERTA E IL LABORATORIO TEDESCO

A coronamento di questo stato crescente di tensione che stamani davanti al tribunale di Vicenza, proprio prima dell'inizio dell'udienza del processo dedicato al caso perfluorati, ha fatto capolino con tanto di striscione Elisabetta Donadello. Si tratta di una donna che abita nel capoluogo berico in zona Ponte Alto. La quale si è lamentata con le istituzioni regionali che impediscono a lei e ai suoi familiari di effettuare le analisi del sangue. La Donadello, questa è la peculiarità della sua protesta, ha così deciso di rivolgersi al laboratorio analisi della facoltà di medicina di una prestigiosa università tedesca, la Friedrich-Alexander di Norimberga-Erlangen.  In quel documento, che chi scrive ha potuto visionare, è scritto che in un familiare della Donadello è stata riscontrata una presenza di una sottocategoria dei Pfas, ossia il Pfoa, in una concentrazione di 13,44 microgrammi su litro che è ben oltre il valore di riferimento che è pari a 10 microgrammi. «Che cosa si scoprirebbe per quanto riguarda la presenza di Pfas nell'organismo se si desse vita ad una campagna massiccia di screening sul sangue di tutti i veneti o di una buona parte dei veneti? E come mai pur a fronte del documento choc dell'Onu sul comportamento degli enti pubblici, anni fa la magistratura berica ha archiviato un fascicolo a carico di alcuni funzionari pubblici?». Questi sono i dubbi espressi a margine della seduta dagli esponenti della galassia ambientalista che da tempo seguono le udienze o presidiano il tribunale.

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