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Domenica, 29 Gennaio 2023
Cronaca Sant'Urbano

Discarica di Sant'Urbano, gli ambientalisti: «Una bomba biologica a orologeria»

Siamo andati a vedere com’è fatta la discarica di Sant'Urbano e perché preoccupa così tanto tutti gli abitanti di questo territorio

La discarica di Sant'Urbano, la più chiacchierata di tutto il padovano e gestita da Gea S.r.l. è totalmente immersa nella pianura. Ci si arriva dopo aver attraversato Vighizzolo d'Este e poi seguendo il corso del fiume Adige, costeggiando l'argine. La si vede bene anche da lontano. La giornata è soleggiata e limpida, in mezzo a campi e aziende agricole dove tutto è irrimediabilmente piano, si scorgono dei piccoli promontori. Delle piccole colline di rifiuti, evidentemente. Il verde ci cresce sopra ma fa una certa impressione. Con l’ambientalista Francesco Miazzi, che da anni con il Comitato Lasciateci Respirare porta avanti battaglie per la salvaguardia di questo territorio, la Bassa Padovana, siamo andati a vedere com’è fatta la discarica di Sant'Urbano e farci spiegare, ancora una volta perché preoccupa così tanto tutti gli abitanti di questo territorio.

Facendo un piccolo passo indietro, di circa due anni, quindi neppure andando troppo indietro nel tempo, si intuisce che non è una battaglia ristretta a pochi, quella della richiesta del ridimensionamento, anzi meglio della chiusura. «Noi chiediamo che si proceda verso il percorso “rifiuti zero”, evitando così inceneritori e discariche, che per gli affari di pochi, devastano l’ambiente e minano la salute di migliaia di persone». Questa richiesta, formalizzata alla Regione, risale a inizio febbraio 2019 e tutti i media locali ne diedero gran risalto. Comitati e sindaci dei comuni, limitrofi alla discarica di Sant’Urbano si erano riuniti in assemblea per mandare un messagggio preciso. Numerosi gli amministratori che al tempo manifestavano preoccupazione, come il sindaco di Vighizzolo, i Sindaci di Vescovana, Villa Estense, Barbona, il vicesindaco di Lendinara e i consiglieri di opposizione di Sant’urbano. «Un segnale preciso della preoccupazione di un territorio che vede in questo progetto, affiancato al nuovo impianto di trattamento del percolato (separazione dei Pfas), un altro pericoloso tassello di quel disegno che vuole la bassa padovana predestinata alla raccolta e al trattamento dei rifiuti del Veneto e non solo», rivendicavano al tempo gli ambientalisti. Eppure, nonostante questo, soprattutto negli ultimi mesi, la Regione ha autorizzato per la Discarica di Sant'Urbano prima l’arrivo 66.800 tonnellate di rifiuti urbani provenienti dalle province di Venezia, Treviso e Belluno, e successivamente altre 14.500 tonnellate, provenienti questa volta dalla provincia di Vicenza. «Siamo di fronte a una bomba ecologica a orologeria», sentenzia Miazzi.  

«Sono vent’anni che chiediamo le stesse cose – spiega Miazzi mentre in auto costeggiamo i 55 ettari di terreno sopra il quale è stato costruito l’impianto - e invece che migliorare la situazione che ci troviamo è quella di una discarica che raccoglie sempre più rifiuti. Poi ci sono le emissioni provocate dal biogas che viene prodotto proprio trattando i rifiuti, la vicinanza dell’impianto al fiume Adige e tutti quei canali che vi si riversano. Un fiume che vede già, oltre ai problemi che già ha, la forte presenza di Pfas che arrivavano direttamente dallo stabilimento della Miteni a Trissino». 

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