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Dolores Valandro

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"Nessuno che si stupri la Kyenge" Valandro condannata Cassazione

La Suprema Corte conferma la sentenza del tribunale di Padova e della Corte d'Appello di Venezia: 13 mesi per l'ex consigliera leghista. Il verdetto è stato depositato venerdì, dopo l'udienza dello scorso maggio

Confermata, dalla Cassazione, la condanna, già inflitta dal tribunale di Padova e poi dalla Corte d'Appello di Venezia, a 13 mesi di reclusione, nei confronti dell'ex consigliera leghista dell'Arcella, Dolores Valandro, accusata di istigazione alla violenza per motivi razziali, per un post su Facebook, scritto nel giugno 2013, rivolto all'allora ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge. La Valandro è stata inoltre condannata a rifondere le spese delle parti civili, liquidando gli onorari del legale della Kyenge e di quello del comune di Padova, costituitosi anch'esso parte civile in giudizio: 7mila euro, cui si aggiunge il rimborso delle spese generali e dell'Iva.

"NESSUNO CHE SE LA STUPRI". "Ma mai nessuno che se la stupri, così tanto per capire cosa può provare la vittima di questo efferato reato". Queste le parole incriminate, scritte sul social network da Dolores Valandro, in seguito espulsa dal partito, "istigando - secondo i giudici - a commettere violenza per motivi razziali nei confronti del ministro, e commettendo il fatto a causa della pubblica funzione esercitata".

IL VERDETTO. L'ex consigliera leghista aveva tentato di giustificare quella frase come "espressione della libertà di pensiero garantita dall'art.21 della Costituzione e dall'art. 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo". Ma i giudici ritengono che il post "per il suo stesso tenore ('mai nessuno che se la stupri'), non può oggettivamente rappresentare espressione di manifestazione del pensiero" perché "la libertà di manifestazione del pensiero cessa quando travalica in istigazione alla discriminazione ed alla violenza di tipo razzista, non avendo valore assoluto e dovendo essere coordinata con altri valori costituzionali di pari rango", come l'articolo tre contro la discriminazione e per l'uguaglianza di tutti i cittadini, conclude la Cassazione. Il verdetto è stato depositato venerdì, dopo l'udienza dello scorso 22 maggio.

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