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Frode fiscale, arresti e sequestri: mazzette stipate a forza nelle cassette di sicurezza

Operazione "Oltre confine". La Guardia di Finanza di Padova ha dato esecuzione a 14 misure cautelari. Sequestrati beni e scoperte fatture false per 27 milioni di euro

Uno dei problemi principali dei componenti dell’organizzazione criminale scoperta dalla Guardia di Finanza di Padova era quello di comprimere le mazzette di contante frutto delle frodi per stiparle a forza nelle cassette di sicurezza aperte in banche estere. Nelle scorse ore, le fiamme gialle, nell'ambito dell'operazione "Oltre confine", ha dato esecuzione a 14 misure cautelari disposte per reati fiscali e di riciclaggio. I finanzieri hanno sequestrato beni e scoperto fatture false per 27 milioni di euro.

OPERAZIONE "OLTRE CONFINE". La Guardia di Finanza di Padova ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare ed un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente emessi dal gip del tribunale di Vicenza nei confronti dei componenti di un’associazione per delinquere finalizzata a commettere una pluralità di reati fiscali e di riciclaggio. Sono sei le persone arrestate (5 in carcere ed 1 ai domiciliari), mentre per altre 8 è stato disposto l’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria. Gli indagati, cui sono contestati a vario titolo molteplici ipotesi di reato (associazione per delinquere, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, riciclaggio, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori, impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, truffa e reato transnazionale), sono invece in tutto 35, soprattutto originari delle province di Vicenza e Padova. Disposto anche il sequestro di beni per oltre 1,3 milioni di euro.

IL VIDEO DELL'OPERAZIONE

LE INTERCETTAZIONI FRA I CAPI. A capo del sodalizio smascherato dalle indagini coordinate dalla procura della Repubblica di Padova prima e di Vicenza dopo e condotte dal Gruppo delle fiamme gialle patavine (anche tramite le risultanze di accertamenti compiuti dall’Ufficio antifrode dell’Agenzia delle Entrate di Vicenza), vi erano il padovano B.A., 60 anni, ed il vicentino M.B., 56 anni, entrambi oggetto della misura della custodia cautelare in carcere. I due avevano capito da B.A., nel corso di una conversazione intercettata, spiegava così il concetto ad uno dei sodali: "…no, ma con il commercio M. perde soldi…perderebbe soldi a nastro...M....se non facessimo le fatture, il commercio lascia stare, se non facessimo l’Iva, noi con il commercio faremmo danni…". Forse per questo, B.A. e M.B. si erano specializzati nella gestione di molteplici società in Italia e all’estero, per lo più affidate a soci e amministratori di comodo, il cui unico business era quello dell’emissione di fatture false nei confronti di società compiacenti (solitamente attive nel commercio di pellame).

FRODI IVA. Lo schema delittuoso è quello noto delle frodi Iva, nel quale una società “cartiera” emette fatture per cessione di beni o prestazioni di servizi mai effettuate, operando per un lasso temporale limitato (circa 12 mesi) e omettendo di adempiere agli obblighi fiscali nei confronti dell’Erario. Le fatture emesse, gravate di Iva, vengono invece regolarmente contabilizzate dalle società che appaiono acquirenti di beni e servizi, consentendo loro di dedurre costi inesistenti e di compensare l’Iva. Per fornire un’apparenza di effettività al tutto, la società (reale) che beneficia delle fatture false effettua il pagamento dell’operazione inesistente alla “cartiera”, gravato di Iva; la missing trader non versa l’Iva e restituisce alla beneficiaria l’intero imponibile nonché parte dell’Iva corrisposta, al netto del proprio illecito compenso (nel caso di specie il 10% circa).

LE "CARTIERE". Le indagini del Gruppo di Padova hanno tra l’altro consentito di ricostruire l’operatività, dal 2009 ad oggi, delle cartiere in questione. Le stesse sono state usate per emettere fatture false nei confronti di una serie di società, soprattutto venete, per un ammontare complessivo, ancora in fase di esatta quantificazione, di quasi 27 milioni di euro. Una volta ottenuto il pagamento delle fatture false, le società cartiere provvedevano a bonificare gli importi sui conti di 5 società estere, una con sede in Slovacchia, una in Polonia, una in Ungheria e due nella Repubblica Ceca, tutte gestite dal sodalizio criminale con la finalità di riciclare i proventi illeciti della frode. Nelle comunicazioni gli interlocutori, per limitare il pericolo derivante da possibili intercettazioni, non utilizzavano direttamente il nome degli istituti di credito ma si riferivano a colori (ad esempio, rossa, verde, azzurra) per indicare la banca dove effettuare l’operazione.

CASSETTE "STRAPIENE" DI MAZZETTE. Spettava poi sempre a B.A e a M.B. il compito di recarsi all’estero per ottenere dai sodali la restituzione in contanti del denaro bonificato, per poterlo riportare in Italia ovvero reinvestirlo oltre confine. Il giro di denaro era talmente elevato che uno dei problemi principali era quello delle spazio nelle cassette di sicurezza, che in alcuni casi erano talmente piene di contante da non consentire di inserirne altro. Nel corso di una conversazione intercettata, ad esempio, B.A. dice a M.B. che nella cassetta di sicurezza di una banca della Repubblica Ceca ci sono 25 pacchi di banconote da 100 euro e che, per chiuderla, ha dovuto comprimere le mazzette.

LE INTERCETTAZIONI. Per ricostruire i flussi del denaro ed i frequenti spostamenti all’estero, si sono rivelate fondamentali le intercettazioni ambientali all’interno di due Audi A6, con targhe polacca, in uso a B.A. e a M.B., sulle quali sono stati installati anche apparati di localizzazione Gps, nonché l'intercettazione audio-video all’interno di un locale adibito ad ufficio con sede a Montecchio Maggiore (Vicenza). Allo stesso modo, per monitorare le fatturazioni inesistenti, le fiamme gialle sono ricorse ad un software installato sui pc, che consentiva di intercettare i files memorizzati sulle pen drive, quando venivano inserite nel computer stesso.

PROVENTI PER 1,3 MILIONI. Parte degli illeciti proventi, quantificati in oltre 1,3 milioni di euro, sono stati riciclati da B.A. attraverso una società di diritto slovacco, proprietaria tra l’altro di 5 mini appartamenti in Slovacchia, la cui titolarità delle quote, nelle more dell’indagine, è stata ceduta ad una società di diritto inglese. M.B. aveva invece aperto in Austria una cassetta di sicurezza a nome della figlia e della moglie.

IL BILANCIO DELL'OPERAZIONE. Nel complesso sono stati eseguiti: 5 misure di custodia cautelare in carcere nei confronti di B.A. ed M.B. nonché di A.G.C., M.D. ed M.G., questi ultimi tre referenti di alcune società estere; una misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti di A.S., consulente fiscale incaricato di risolvere i problemi del gruppo; 8 misure cautelari dell’obbligo di presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria, in tre casi con divieto di espatrio dall’Italia; il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente fino ad un valore di euro 1.362.194,75 euro dei profitti illeciti che sono stati indebitamente conseguiti dai principali indagati, quale prezzo del reato; il sequestro delle utilità di cui i principali indagati non possano giustificare la provenienza, di valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato.

MANDATI DI ARRESTI EUROPEI. Tre misure cautelari in carcere sono state eseguite in territorio slovacco attraverso un apposito "mandato di arresto europeo", grazie alla collaborazione prestata dagli organi collaterali slovacchi, dal Servizio per la cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno e dall’Unità di cooperazione giudiziaria dell’Unione Europea (Eurojust). Contestualmente sono state eseguite oltre 30 perquisizioni locali e domiciliari nei confronti dei soggetti coinvolti. 

IL VIDEO DELL'OPERAZIONE:

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