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Furti nei cantieri: sgominata banda con un maxi traffico milionario vero l'Est Europa

In carcere il gruppo che aveva creato un giro illecito di mezzi d’opera del valore di centinaia di migliaia di euro con un'organizzazione impressionante. Decine i colpi a segno

È stata sgominata dai carabinieri del comando provinciale di Padova una banda dedita ai furti nei cantieri e al traffico internazionale di mezzi pesanti destinati all'Est Europa.

Gli arrestati

A finire in arresto sei persone, cinque uomini e una donna, tutti rintracciati in varie zone del Piovese dai carabinieri della compagnia di Abano Terme. Sei le misure cautelari eseguite dai militari, cinque in carcere e una ai domiciliari, emesse dal giudice per le indagini preliminari Gambardella. Gli arrestati sono il 44enne P.D., il 45enne P.G. e la moglie 41enne C.L., rispettivamente vicentino e padovani, tutti residenti a Piove di Sacco. Oltre a loro anche il romeno 48enne L.I., di Sant'Angelo di Piove, il 41enne C.R. e il 48enne B.S., questi ultimi residenti a Piove di Sacco e Legnaro.

I passi falsi

A far partire l'indagine, all'inizio del 2016, il ritrovamento di alcuni mezzi rubati. Due maxi escavatori del valore di 100mila euro sono stati recuperati in un capannone abbandonato del Piovese, senza le targhe e con il telaio abraso, e risultavano rubati da due cantieri alla periferia di Padova. In un'officina di Codevigo erano invece nascosti un escavatore e una fresa, anch'essi oggetto di furto. La svolta è arrivata con un'operazione a Montegrotto, dove i carabinieri hanno sorpreso durante la notte alcune persone intente a caricare su un tir diretto in Albania un escavatore appena rubato a Noventa Padovana.

Le indagini

Tra i ladri c'erano anche P.D. e P.G., che in quell'occasione sono stati denunciati per ricettazione e hanno permesso di cominciare a indagare ad ampio raggio. Due anni di ricerche certosine, controlli e appostamenti hanno portato a galla il giro illecito e consentito di identificare le altre quattro persne coinvolte. Numerose le perquisizioni e i sequestri a carico degli indagati, che però non hanno mai smesso di rubare mezzi e materiali da inviare all'estero.

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La gerarchia interna

Accurata l'organizzazione interna del team, con ruoli e compiti ben definiti. Tre gli uomini addetti ai furti, che dopo accurati sopralluoghi depredavano cantieri, ditte, aziende agricole. La refurtiva veniva poi portata nei luoghi sicuri individuati dal romeno, che alterava targhe e telai per per poi organizzare il trasferimento verso Albania, Romania o Slovenia. Il 41enne C.R. sceglieva gli obiettivi da colpire e organizzava lo spostamento dei mezzi rubati, mentre la donna aiutava i complici negli spostamenti. Nessun sito con mezzi d'opera e macchine movimento terra era al sicuro: il giro criminale era talmente esteso che ovunque vi fosse materiale interessante i ladri colpivano.

Auto di scorta e stratagemmi

Impressionante la macchina organizzativa messa in atto, che ha permesso al gruppo di continuare a delinquere pur avendo gli investigatori col fiato sul collo: una delle auto staffetta usate per scortare i mezzi rubati fino al nascondiglio, non solo era rubata e viaggiava con targhe false, ma era addirittura dotata di un disturbatore di frequenze per non essere intercettata dalle forze dell'ordine e, messi alle strette, i ladri l'hanno infine bruciata.

I reati

Decine i colpi contestati alla banda, oltre a quello sventato di Montegrotto. Il primo, nel luglio 2016 a Cavarzere, aveva fruttato un autocarro, un escavatore, 4 quintali di gasolio e 3 martelli pneumatici. Tutto materiale inviato in Slovenia e in parte recuperato. Sono seguiti altri furti in aziende e cantieri di Padova, Piove di Sacco e Saccolongo, ma anche a Ponte San Nicolò e Vigonza. Diverse anche le accuse di ricettazione, con i malfattori che arrivavano a rubare dei veicoli industriali per reimpiegarli nel furto dei mezzi pesanti, loro vero obiettivo. Un vero e proprio traffico specializzato a cui l'organizzazione si dedicava a tempo pieno, essendo tutti i membri disoccupati.

Le conseguenze

I militari sono riusciti a recuperare una buona parte della refurtiva, per un valore di circa 400mila euro, anche grazie alle operazioni che hanno permesso di colgiere in flagranza i ladri. Restano però pesanti le ripercussioni sull'economia locale, con i titolari delle piccole imprese prese di mira dai ladri costretti a far fronte all'ammanco di strumenti non solo necessari per il lavoro, ma dal costo elevatissimo. I cinque uomini sono stati trasferiti al Due Palazzi, l'unica dona invece finita agli arresti domiciliari.

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